ISRAELE, ALIYA: PARTENZE SUPERANO ARRIVI

Per la prima volta il numero di Israeliani che emigrano supera quello degli immigrati, nonostante gli sforzi dello Stato ebraico per reclutare nuovi cittadini.

IKA DANO

Gerusalemme, 06 novembre 2011, Nena News – Creare e mantenere una maggioranza ebraica. Questo uno dei maggiori propositi dell’ideologia sionista alla base dello Stato ebraico. Il primo ministro David Ben Gurion non ne aveva mai fatto un segreto. Da Shabtai Teveth, uno dei pochi biografi ufficiali, viene citato già nel 1917:  “Entro i prossimi vent’anni, dobbiamo avere una maggioranza ebraica in Palestina”. A distanza di decenni mantenere questa maggioranza si prospetta complicato. E non solo per l’alto tasso di natalità dei palestinesi. Per la prima volta nel 2007, il più importante quotidiano israeliano Yediot Ahronot riporta un bilancio negativo dell’immigrazione verso Israele rispetto all’emigrazione da Israele.

Due anni dopo la creazione dello Stato di Israele nel 1948, viene promulgata la “legge per il ritorno”, che prevede il conferimento automatico della cittadinanza a qualsiasi ebreo del mondo. Indipedentemente dalla discendenza materna o paterna, estendendo così l’interpretazione della legge religiosa “halacha, che riconosce come ebreo solo chi di discendenza materna. Dalla fine del diciannovesimo secolo ad oggi, sono state cinque le ondate di immigrazione, dette Aliya (ascesa), che secondo l’Ufficio Centrale israeliano di Statistica hanno portato 2.8 milioni di migranti in Israele. La maggioranza arriva rispettivamente dalle ex-repubbliche sovietiche, dall’Africa (soprattutto dall’Etiopia), dall’Asia e 200 000 dal continente americano. Attarverso le diverse Agenzie Ebraiche sparse nel mondo, lo Stato recluta nuovi cittadini.

“Dopo essermi laureato in informatica, cercavo una chance per il futuro. Mio padre é ebreo, mia madre no – racconta Germano a Nena News, un argentino diventato cittadino israeliano sei anni fa – Sono cresciuto in un ambiente laico, molto distante dalla tradizione ebraica. Un giorno il mio professore all’Università di Buenos Aires mi ha parlato dell’Aliya, una cosa mai sentita: possibilità di immigrare in Israele con il biglietto d’aereo pagato, proseguire l’università con una borsa di studio e abitare i primi sei mesi gratis. “Israele ha bisogno di più cittadini ebrei” mi ha spiegato. E’ bastato provare all’Agenzia Israeliana Amia che mia nonna é sepolta in un cimitero ebraico per partire. Dopo due mesi ero qui, in Israele”.

Ma nel 2007 il quotidiano Yediot Ahronot parla per la prima volta di ben 20 000 cittadini israeliani sulla via dell’emigrazione contrapposti ai 14 400 nuovi immigrati. Uno squilibrio registrato solo dopo la Guerra del Yom Kippur e con il tasso crescente di inflazione del 1983 e 1984. Oggi, il numero di Israeliani che fanno richiesta di un secondo passaporto, americano o europeo, é in crescita. La meta preferita é l’Europa. Uno studio dell’Università Bar-Ilan riferisce di 100 000 cittadini israeliani in possesso di un passaporto tedesco, a cui dall’ultima decade se ne aggiunge una media di 7 000 annui. Oltre a questi, sono da tenere in conto le altre migliaia di Israeliani con la doppia cittadinanza di altri Paesi europei. Il fenomeno é forte sopratutto tra giovani laureandi, artisti e Israeliani originari dei Paesi dell’Ex- Unione Sovietica.

“Quando le cose escalano, la gente può arrendersi o protestare contro il regime, cosa che fortunatamente ora sta succedendo – dichiara un artista israeliano residente a Berlino al quotidiano Haaretz – Ma rendersi conto che anche la gente del mio campo collaborava con il regime é stato deprimente. Ho capito che se fossi rimasto in Israele, mi sarei dovuto adattare ad un sistema di valori che non mi appartiene, e non avrei potuto far altro che diventare uno schiavo  del sistema”.

Le motivazioni per lasciare il Paese sono disparate, ma non sembrano riconducibili solo alla crisi economica, che ha risparmiato Israele sicuramente piú di altri Paesi europei. “Ansia a livello sia personale che nazionale”. Così la chiama il prominente giornalista israeliani Gideon Levy. Il secondo passaporto sembra diventato l’assicurazione per poter lasciare una società intrisa dalla paura, creata e alimentata dallo Stato. La paura dei Paesi ostili che lo attorniano, la paura del nemico arabo, che per decenni é stato l’elemento di coesione di una società in realtà così eterogenea e stratificata.

Gideon Levy riassume lapidario: “Passaporti? Se i Palestinesi avessero già un passaporto vero e proprio, forse gli Israeliani non ne avrebbero bisogno di due”. Nena News

http://nena-news.globalist.it/?p=14155

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