Israele, archeologia per occupare Hebron

Progetto per la costruzione di un sito ebraico nel cuore della Città Vecchia e di Shuhada Street. Sette milioni di shekel per appropriarsi della storia della città.

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venerdì 10 gennaio 2014 09:35

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di Emma Mancini

Hebron, 10 gennaio 2014, Nena News – Il Ministero della Cultura israeliano e l’Amministrazione Civile (ente israeliano preposto alla gestione dei Territori Occupati) hanno un nuovo progetto: la costruzione di un parco archeologico vicino alla colonia di Tel Rumeida, nel cuore della città palestinese di Hebron.

Il sito, che richiederà un finanziamento di 7 milioni di shekel (1,5 milioni di euro), dovrebbe essere terminato entro il 2014. Sarà costruito in mezzo a Shuhada Street, la principale strada della Città Vecchia di Hebron, chiusa per ordine militare dall’esercito nel 2000 e oggi quasi del tutto inaccessibile alla popolazione palestinese residente. Shuhada, cuore economico e sociale d Hebron, è oggi un’area fantasma con pochissimi residenti palestinesi, costretti a vivere sotto l’assedio quotidiano dei coloni e dell’esercito israeliano.

A spingere per la realizzazione del sito archeologico sono stati gli stessi coloni israeliani, che nei mesi scorsi hanno preso contatti con diversi archeologici. Il team sarà guidato da Emanuel Einseberg, membro dell’Autorità per le Antichità, e David Ben Shlomo, dell’Università di Ariel. Secondo il movimento dei coloni, il sito in questione sarebbe il luogo di sepoltura del padre e la nonna del re David.

L’area preposta alla costruzione era utilizzata come terreno agricolo dalla famiglia palestinese Abu Haikal. Da tempo, però, alla famiglia è vietato accedervi e coltivare la terra, ufficiosamente confiscata dai coloni.

La colonizzazione di Hebron avanza, tra le proteste di alcuni gruppi israeliani per i diritti umani: “Si tratta di una scusa per allargare la colonia – ha commentato il segretario generale di Peace Now, Yariv Oppenheimer – Sotto il naso di Kerry, il Ministero autorizza i coloni ad ingrandire e cambiare lo status quo”.

“Come i siti archeologici della Città di David e di Susiya, oggi si usa Hebron come mezzo politico per rafforzare la colonizzazione israeliana – ha aggiunto l’archeologo Yoni Mizrahi, membro di Emek Shaveh, gruppo di archeologici di sinistra – Non capisco come possano scavare nella città più conflittuale della regione e non ammettere che è una questione politica”.

Le autorità israeliane si difendono, affermando che sono in corso da tempo scavi archeologici a Hebron, considerata dalla comunità ebraica la città dei patriarchi e per questo soggetta da tempo ad una colonizzazione selvaggia, alle spese della popolazione palestinese, intrappolata in una città sotto assedio e bloccata da oltre 100 checkpoint, muri e barriere fisiche.

In particolare in H2: dopo la firma del Protocollo di Hebron nel 1997, la città è stata divisa in due parti, H1 sotto il controllo dell’Autorità Palestinese, e H2, sotto il controllo israeliano. In H2 vivono non più di 600 coloni, protetti da un ingente schieramento di soldati, tra le 2.000 e le 3.000 unità. 

Negli anni passati la comunità palestinese di Hebron ha tentato di riprendersi quanto sottratto, attraverso la creazione dell’Hebron Rehabilitation Committee, organizzazione nata per salvaguardare e preservare l’identità culturale e architettonica della città. Un obiettivo opposto a quello del nuovo sito archeologico israeliano, una guerra per la terra a colpi di storia. 

Tra le principali attività dell’HRC c’è quella di riportare le famiglie palestinesi a vivere in Città Vecchia, oggi quasi del tutto abbandonata a causa delle difficoltà imposte dall’occupazione israeliana: 1.500 negozi chiusi per ordine militare, case occupate, blocchi stradali. In H2, oltre mille abitazioni palestinesi sono vuote, il 41,9% del totale.

“Guardiamo alle statistiche – ci spiega Walid Abu-Alhalaweh, direttore delle relazioni pubbliche dell’HRC – Prima della divisione della città in H1 e H2, i plestinesi residenti nella Città Vecchia erano circa 10mila. A seguito del Protocollo di Hebron, ben il 96% dei Palestinesi ha abbandonato l’area. Per diverse ragioni: perché le loro case sono state occupate dai coloni, perché l’esercito ha chiuso i loro negozi, perché le violenze subite li hanno portati alla fuga. Oggi, dopo anni di lavoro, l’HRC è stato in grado di riportare in Città Vecchia ben 6mila persone. Gli appartamenti che oggi sono di nuovo abitati sono 950“.

Il segreto dell’HRC? Non solo una perfetta ristrutturazione delle abitazioni distrutte durante la Seconda Intifada dall’esercito e la rimessa a nuovo di quelle abbandonate in fretta e furia dai residenti originari. Ma anche una serie di incentivi che invoglino le famiglie palestinesi a ristabilirsi in H2: “L’HRC paga le tasse, paga la bolletta dell’acqua, paga l’assicurazione sanitaria e il restauro dell’abitazione a chi decide di tornare in Città Vecchia – prosegue Walid – L’unica cosa che non possiamo garantire è la sicurezza. Ma è proprio questa la sfida. Riappropriarci della nostra città significa riappropriarci della nostra vita e poter soffocare le violenze con cui l’occupazione tenta di strangolarci”.

Oltre alla riabilitazione di strade e piazze, nell’obiettivo di ricreare spazi commerciali e sociali, e scuole, cliniche sanitarie e centri culturali, ll’HRC ha avviato progetti volti alla creazione della rete idrica, di quella elettrica e di quella telefonica. “Riportare la luce nelle case di sera. Un obiettivo fondamentale: se c’è luce, significa che c’è vita”. Nena News

 

Israele, archeologia per occupare Hebron

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