ISRAELE. Cala il segreto sugli interrogatori: stop alle registrazioni

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28 nov 2016

Il disegno di legge è stato approvato in prima lettura dal parlamento israeliano. Il ministro israeliano della pubblica sicurezza Erdan esulta: “Normativa necessaria”. Preoccupata la Lista Araba Unita: “Il provvedimento lede i diritti fondamentali ed è contrario al diritto internazionale e all’etica”

prigionieri

Detenuti palestinesi nella prigione di Ofer (Foto: Moshe Shai/Flash90)

di Rosa Schiano

Roma, 28 novembre 2016, Nena News – Non sarà più necessario filmare e registrare gli interrogatori, è quanto previsto da un disegno di legge approvato in prima lettura alla Knesset. Il testo fa riferimento agli interrogatori contro presunti “terroristi”. Sebbene attualmente la legge israeliana preveda che tutti gli interrogatori debbano essere registrati, la Knesset ha da qualche anno periodicamente sospeso la normativa.

Con il nuovo disegno di legge quindi questa misura provvisoria diventerebbe permanente ed esenterebbe la sicurezza dello Shin Bet e la polizia israeliana dall’obbligo di fare registrazioni video o audio degli interrogatori. Il disegno è stato approvato con 46 voti favorevoli e 15 contrari, ottenendo il supporto di parlamentari di maggioranza e opposizione.

Se per il ministro della pubblica sicurezza Gilad Erdan la nuova normativa sarebbe necessaria per impedire ad “organizzazioni terroristiche” di studiare il modo in cui sono gestiti gli interrogatori e per evitare la divulgazione di informazioni, parlamentari della Lista Unita, a maggioranza araba, sostengono che essa minerebbe invece diritti fondamentali.

Il nuovo regolamento, se approvato in via definitiva, “darebbe ad ogni interrogatore totale immunità di fare ciò che vuole e nessuno saprà quanta forza ha utilizzato o cosa abbia fatto al sospettato”, ha detto la parlamentare Aida Touma-Suliman. Per la Lista Unita, tale disegno di legge servirebbe a celare i crimini commessi durante gli interrogatori da parte della polizia israeliana, sarebbe contrario non solo al diritto internazionale, ma anche all’etica, poiché vanno tutelati i diritti fondamentali anche di coloro che sono sospettati di reati.

Secondo l’associazione per i diritti umani in sostegno ai prigionieri, Addameer, si tratterebbe di una decisione che permetterebbe la tortura e ostacolerebbe il riconoscimento delle responsabilità dei perpetratori. Se approvato, riporta il sito dell’associazione, il disegno di legge contravverrebbe alle raccomandazioni che il Comitato Contro la Tortura ha inviato ad Israele nel mese di maggio, chiedendo allo stato ebraico di “garantire la registrazione obbligatoria audiovisiva” di tutti gli interrogatori e di far sì che “il materiale audiovisivo sia monitorato da un organismo indipendente e conservato per un periodo sufficiente per essere utilizzato come prove in tribunale.”

A dicembre dello scorso anno due organizzazioni israeliane per i diritti umani, B’Tselem e HaMoked, avevano pubblicato in un rapporto denominato “Backed by the system: Abuse and Torture at the Shikma Interrogation Facility”, deposizioni e testimonianze raccolte tra agosto 2013 e marzo 2014 di decine di palestinesi interrogati dagli agenti di sicurezza israeliani. In esso vengono denunciati abusi e torture presso il centro di detenzione gestito dallo Shin Bet. I palestinesi intervistati hanno riferito di essere stati sottoposti a violenze fisiche, privazione del sonno, tortura psicologica, di essere stati legati con mani e piedi ad una sedia in posizioni dolorose, esposti a caldo o freddo estremo.

Inoltre, nel corso degli interrogatori, in alcuni casi hanno raccontato di aver subito violenza verbale e minacce da parte degli agenti, destinate anche ai propri famigliari e man mano più pesanti per spingerli a confessare reati di cui erano accusati. Vi si leggono intimidazioni di ogni tipo, dal far temere violenza fisica al minacciarli di tenerli in prigione per anni o per il resto della loro vita, di lasciarli legati alle sedie, di impedire loro di viaggiare, di ricevere permessi per entrare in Israele o per lavorare, di essere nuovamente arrestati, fino al minacciarli di impedire loro di vedere i propri figli o la propria famiglia, di umiliarla, di demolire la propria casa.

Il mese precedente la pubblicazione del rapporto era stato diffuso un video registrato durante l’interrogatorio del tredicenne palestinese Ahmad Manasrah, recentemente condannato a dodici anni di carcere, nel corso del quale l’agente israeliano si rivolgeva a lui gridando, ripetutamente accusandolo di tentato omicidio, esercitando sul minore pressione al fine di ottenere una confessione. Nena News

 

 

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