Israele chiude il file della famiglia Samouni: 27 civili assassinati

Evidenza – 3/5/2012

Gaza – PchrMa’an. Il Centro palestinese per i Diritti Umani  (Pchr) condanna la decisione militare israeliana di chiudere il caso della famiglia Samouni senza avviare alcun procedimento legale.

La storia è quella del bombardamento di una casa a Gaza nel 2009, con l’assassinio di oltre 20 membri della famiglia Samouni. Due giorni fa, Israele decide che quell’episodio non configura un crimine di guerra e che i civili non furono presi di mira volontariamente.

“Tre settimane di attacchi israeliani contro il territorio governato dal Movimento di resistenza islamica, Hamas, fu di fatto un attacco intenzionale contro civili”, si leggeva nelle conclusioni del rapporto del giudice sudafricano Richard Goldstone.

I testimoni raccontarono che – era il 4 gennaio 2009 – le truppe israeliane ordinarono a circa 100 civili nel qurtiere Zaytoun di entrare in casa e di restarvi.
Il giorno seguente la casa fu bombardata e abbattuta dai missili israeliani. I membri dell’estesa famiglia Samuni furono assassinati.

Pchr definisce gli attacchi “gli eventi peggiori” dell’intera guerra israeliana su Gaza, e conclude “Israele aveva l‘intenzione di uccidere i 27 civili”.

L’esercito israeliano sostiene che le accuse per crimini di guerra commessi contro la famiglia Samouni siano “prive di prove”.

Il Centro palestinese nota come il caso faccia emergere, invece, l’inefficienza del sistema d’indagine israeliano, ampliamente documentato e di cui esperti Onu se ne fecero carico.

Pchr ha presentato denuncia a nome dei civili per 62 vittime e, in tutti i casi, si risale al caso Samouni.

“Da tale episodio, è evidente che il sistema israeliano non segue gli standard internazionali. (…) La decisione di chiudere il caso della famiglia Samouni indica la volontà israeliana di sfidare la legge internazionale”. Pchr chiede quindi di procedere con un ricorso nei fori giudiziari internazionali.

Il responso israeliano è stato dato da Canale 10 della Tv locale dove l’episodio viene definito “il più grave incidente operazionale” della guerra su Gaza.

Dopo un’indagine sul bombardamento e in seguito alle accuse per crimini di guerra, la difesa militare di Israele ha ritenuto le accuse essere prive di fondamento sostenendo che nessuno dei militari coinvolti avesse agito per mezzo di comportamenti negligenti. “Non accadrà più”, sostengono i militari.

L’offensiva israeliana lanciata su Gaza nel 2008 conteneva la presunzione di voler dare una risposta al lancio di razzi da Gaza verso il sud di Israele (Territori palestinesi occupati nel ’48, ndr). La guerra si concentrò nelle aree di Gaza maggiormente popolate. Oltre 1.400 palestinesi furono assassinati, 13 le vittime israeliane.

Il rapporto Goldstone, su mandato del Consiglio per i Diritti Umani dell’Onu, individuò una responsabilità per crimini di guerra su entrambe le parti, Israele e Hamas.

Israele si è sempre rifiutato di collaborare e ha sempre criticato le conclusioni del rapporto.

Il gruppo israeliano B’Tselem, altra realtà che presentò accuse, considera la risposta dell’esercito israeliano “inadeguata e priva di elementi corrispondenti agli eventi”. B’Tselem critica Israele per non aver fornito spiegazioni a giustificazione della propria scelta di chiudere il caso Samouni.

“E’ inaccettabile concludere senza aver individuato alcuna responsabilità per un’azione che ha portato all’uccisione di 21 civili inermi, non coinvolti nel conflitto e ingabbiati all’interno di una edificio nel quale i soldati entrarono su ordine”, commenta Yael Stein, ricercatore di B’Tselem.

© Agenzia stampa Infopal
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