ISRAELE: COSA SIGNIFICA ESSERE UN “REFUSNIK”

Nena News vi propone l’intervista ad Alon Gorman, giovane israeliano che oggi rifiuterà di prestare servizio nell’esercito. Lo attendono almeno due settimane di carcere e numerosi processi.

ROBERTO PRINZI Tel Aviv, 16 aprile 2012, Nena News – Alon Gorman è un ragazzo israeliano di 19 anni. La sua adolescenza potrebbe ricordare quella di molti altri ragazzi israeliani cresciuti nel disimpegno politico senza mai aver visto i Territori Occupati e con pochi contatti con gli “arabi” – termine (erroneo) usato da Israele per definire i palestinesi cittadini d’Israele testimoni e figli della Nakba del ‘48. Ma poi, spesso accade un piccolo evento ed ecco il cambiamento. Alon ha 18 anni e partecipa ad una conferenza a Shaykh Jarrah (Gerusalemme Est). Per la prima volta ascolta l’“altra” narrazione, quella che la retorica sionista, cancella e prova a nascondere cambiando i nomi dei luoghi, riscrivendo la storia nei libri scolastici deformando spesso la realtà attraverso i media. Per la prima volta alle sue orecchie ascolta direttamente la voce dell’ “altro”, il palestinese.. Scopre quanto possa essere fallace il termine “difesa” ripetuto come infausto ritornello dai generali israeliani per giustificare l’occupazione di un altro popolo. Resta basito Alon ma felicemente incuriosito. Dopo una settimana partecipa alla sua prima manifestazione con gli Anarchici contro il muro. Incomincia a leggere tanto, si documenta sul sionismo, su cosa sia la Nakba e su quanto avviene in Palestina ogni giorno. Non pago dello studio partecipa attivamente alle manifestazioni settimanali organizzate dagli attivisti israeliani con i palestinesi. E così, neanche troppo lentamente, matura l’idea di non voler servire quell’esercito di cui ogni venerdì con i suoi occhi ne registra le violenze e le impunità. Scelta coraggiosa e “rivoluzionaria” in una società come quella israeliana che si fonda sul mito del “soldato di difesa”, sul suo “coraggio” e sul suo “sacrificio” per la protezione dell’ “Eretz Israele da una nuova “Shoa” descritta sempre come imminente. Uno stato, quello di Israele, in cui entrare nell’esercito è obbligatorio per uomini e donne – rispettivamente 3 e 2 anni. Non farne parte ha costi elevatissimi: la prigione e l’accusa infamante di essere un “traditore” per amici e parenti. Ma Alon, malgrado la sua giovane età, è convinto e oggi lo dichiarerà nella base militare di Tel Ha-Shomer insieme a Noam Gur ragazza di 18 anni della città di Nahariya. Il primo ha motivato il suo rifiuto con la volontà di non volere «prendere parte all’Occupazione e all’Apartheid israeliana». La sua «è un’azione di solidarietà con i nostri amici palestinesi che lottano per la libertà e la giustizia e l’uguaglianza». Noam invece ha affermato di essere «contraria a far parte di un esercito che dalla sua fondazione controlla un altro popolo rubandone la sua terra e terrorizzandoli». Incontriamo Alon a Jaffa. E’ appena ritornato dalla manifestazione settimanale a Kafr Kadum, cittadina del nord della Cisgiordania.

Come cresce in un ragazzo israeliano il mito dell’esercito? Come preparano “psicologicamente” un ragazzo israeliano ad entrare nell’esercito? In particolare come l’ “altro”, l’ “arabo”, viene presentato? La nostra società si basa sull’esercito. La narrazione sionista si fonda sul mito dell’eroe che sacrifica se stesso per “proteggere il popolo ebraico”. Basta leggere la storia come viene raccontata nei libri di testo. In Israele l’esercito è il vero “sacrificio”, alla fine solo come soldato stai offrendo un contributo vero alla società. Il resto conta poco. Io vengo da Tel Aviv e gli “arabi” non li ho mai visti fino a 17 anni. Sapevo che i palestinesi c’erano ma in fondo io non li vedevo, non li incontravo. Un ragazzo non deve essere preparato psicologicamente per entrare nell’esercito, tutto viene vissuto con normalità, perché per gli israeliani è una tappa obbligatoria. Non ci si interroga se sia giusto o sbagliato farlo, lo si fa. La “preparazione” la si fa attraverso un lavoro sistematico di rimozione della storia dell’ “altro”. Ecco che si parla di “Guerra di liberazione”, si cancella la Nakba, si organizzano tour guidati al di là della Linea Verde. Per cui il ragazzo non capisce il contesto, non sa sa cosa sia la Palestina, semplicemente non sa cosa succede. I soldati vengono a parlare nelle scuole e raccontano di quando i ragazzi dovranno entrare nell’esercito. Si può dire che la scuola è la prima base di reclutamento. Tutto è vissuto con naturalezza, lo si percepisce come “apolitico” non come “indottrinamento”. Inoltre rivestono un’importanza particolare i viaggi che vengono organizzati dalle scuole all’estero per esempio nei campi di sterminio. Io ho notato quanto questo abbia aumentato in molti ragazzi della mia età il desiderio di entrare nei gruppi combattenti. Quello che si tenta di fare nella società israeliana è creare un’idea di “unità”, di una narrazione comune per tutto il “popolo ebraico” e in questo rientra anche l’uso strumentale del Giorno della Memoria dei caduti delle Guerre d’Israele (Yom HaZikaron). Nella figura del soldato a difesa della “patria attaccata dal nemico” tutte le diverse e divise comunità ebraiche di Israele ritrovano la compattezza.

Cosa invece significa andare contro il sistema socialmilitare?

Qui non viene accettata la possibilità dell’obiezione di coscienza. La società israeliana è costruita con il mito del soldato che si “sacrifica” e che difende “Eretz Israel” dall’imminente Shoa per cui non essere un soldato vuol dire tradire l’idea di “difesa” di patria e degli ebrei. La gente che rifiuta è chiamata “traditore”. Anche quelli della sinistra liberal fanno l’enorme errore di parlare di “sicurezza” ma non fanno nulla per cambiare la situazione a livello dei diritti umani. Dicono che sia necessario “difendersi”. Io dico invece che la vera “difesa” nasce dal rispetto di “uguali diritti”, ma uguali diritti significa anche leggere la storia dell’altro e quindi studiare e conoscere la Nakba. Capire cosa sono le Intifada palestinesi. Non si può parlare di sicurezza e di traditori se si nega l’altro. Il terrorismo genera contro-terrorismo, è un circolo vizioso.

Secondo te sarai mai possibile con una soluzione a due stati?

Sarà un po’ strano quello che dirò essendo io anarchico. Io credo però, in base alla realtà sul campo, che non ci sia alcuna possibilità per la soluzione a due stati e che quindi l’unica praticabile sia quella ad uno stato. Poniamo infatti che la soluzione a due stati fosse praticabile: come si farebbe con i bantustan formati delle città palestinesi che attualmente vediamo? Israele continuerà ad annettere tutto per cui non potrà mai sorgere un altro stato, quello palestinese. Inoltre avere uno stato ebraico significa che non si riconoscerà mai la Nakba e quindi non si riconoscerà mai la sofferenza degli altri. E poi non si potrà parlare di uno stato di “uguali diritti” perché solo un parte ne potrà godere. Ecco perciò che io dico uno stato per entrambi, con uguali diritti per tutti e in cui tutti possiamo vivere insieme nel rispetto della storia e delle sofferenze dell’altro.

Quale sarà la reazione dei tuoi amici, la tua famiglia e i tuoi parenti al tuo rifiuto di servire nell’esercito?

La maggior parte dei miei amici la pensano come me. Hanno idee radicali come me. Per cui con loro non c’è alcun tipo di problema. Mia madre mi supporta sebbene non sia un’attivista. Il problema sarà con gli altri familiari. Loro non lo sanno ancora e per il momento è un qualcosa che voglio tenere nascosto. In generale non ho mai avuto paura per la mia incolumità fisica, ma temo le reazioni della gente.

Cosa succederà Lunedì 16 Aprile? Quali problemi vi può creare la “macchia” di essere stati in prigione per aver rifiutato il servizio militare? E che tipo di supporto stai ricevendo?

Rifiuterò di prestare servizio nell’esercito. Sarò immediatamente imprigionato per due settimane, forse anche quattro. Dopo ci dovrebbe essere un altro processo. Io rifiuterò un’altra volta e sarò rimandato in prigione e così via per un paio di mesi. Dopo questo periodo dovrebbe essere rilasciata una clausola per la salute mentale in cui verrò dispensato dal servizio militare. Quello che mi fa più paura è non sapere quanto tempo dovrò stare lì. Io sarò giudicato come soldato. Non viene segnato sulla fedina penale. Il fatto è però che in molti casi aver rifiutato il servizio militare ha creato problemi durante i colloqui di lavoro. Per molti lavori è esplicitamente richiesto l’aver servito nell’esercito. Sto ricevendo molto sostegno. I miei amici mi appoggiano e intorno a me c’è molta gente che crede che sia giusto cosa sto facendo. L’idea del mio gesto è quella di non cooperare con l’Occupazione. Questo è quello che io faccio ora qui all’interno. Ma anche dall’esterno molto si può fare. C’è la campagna BDS (Boicottaggio, disinvestimento e sanzioni) a cui tutti dobbiamo partecipare finché non saranno rispettati i diritti umani dei palestinesi e finchè l’occupazione non avrà fine. Nena News

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