Israele, decine di morti nel “Giorno del disastro”

Leonard Berberi – 15 maggio 2011

È stato un disastro. Proprio come il nome della giornata: «Naqba». Disastro, appunto. Con decine di vittime e centinaia di feriti, uno Stato (Israele) spaventato e per questo inferocito, e dei confini – al nord con il Libano, a est con la Siria e a sud con la Striscia di Gaza – ecco, con dei confini che sono diventati in poche ore incandescenti.

È finito nel sangue l’anniversario della creazione di Israele nel 1948, il «Giorno della catastrofe» per gli arabi. Dalle prime luci dell’alba migliaia di palestinesi – e non solo – hanno tentato di entrare nel suolo israeliano senza nessun tipo di permesso. Una mini invasione che ha costretto l’esercito dello Stato ebraico a rispondere con le armi.

Almeno 20 persone sono state uccise mentre avanzavano urlando: «Con la nostra anima e con il nostro sangue, siamo pronti al sacrificio per la Palestina». Migliaia di palestinesi si sono radunati prima nella cittadina libanese di Maroun al-Ras, a ridosso della «Linea blu» di demarcazione con Israele. La maggior parte erano giunti a bordo di decine di pullman da tutto il Paese dove negli scorsi decenni sono sorti dodici campi che ospitano 300-400mila profughi.

La situazione è degenerata in pochi secondi: i manifestanti hanno iniziato a lanciare sassi contro i soldati israeliani dall’altro lato della barriera tra i due Paesi e i militari hanno risposto aprendo il fuoco. Il bilancio, ancora provvisorio, parla di almeno dieci morti. Poco prima, già i soldati libanesi avevano sparato in aria ripetutamente per cercare di prendere il controllo della situazione, ma non c’era stato nulla da fare.

L’Unifil, la forza dell’Onu dispiegata nel Sud Libano, ha collaborato con i libanesi fornendo con i suoi elicotteri «assistenza per l’osservazione aerea», ma ha anche messo in chiaro con un comunicato che l’esercito libanese è «responsabile della sicurezza e del rispetto della legge».

Dieci morti ci sono stati anche nel villaggio di Majdal Shams, sulle alture del Golan tra Siria e Israele, dove lo scenario si è ripetuto: anche qui alcune decine di manifestanti palestinesi sono riusciti a penetrare in territorio israeliano e di nuovo i soldati dello Stato ebraico hanno reagito a colpi d’arma da fuoco. Oltre alle vittime si contano anche decine di feriti medicati – come precisano fonti dell’esercito israeliano – proprio dal loro personale medico. Nel frattempo i cadaveri di dieci manifestanti sono stati consegnati alla Croce Rossa Internazionale e trasferiti in Siria. Dove, così come in Libano, sono ospitati circa 450mila profughi palestinesi.

Si tratta degli scontri più gravi da molti anni al confine tra Siria e Israele dalla guerra del 1973, quando Damasco tentò di riconquistare le alture del Golan occupate dallo Stato ebraico nel 1967. Nella capitale siriana – alle prese con le sue manifestazioni intestine – il ministero degli Esteri ha «denunciato fermamente gli atti criminali di Israele contro il nostro popolo sulle alture del Golan, in Palestina e nel Sud del Libano, atti che hanno causato diversi morti e feriti». Ma Israele ha replicato affermando che «chi è al potere in Siria ha organizzato questa manifestazione violenta per tentare di distogliere l’opinione mondiale da ciò che sta accadendo nelle sue città».

Scontri ci sono stati anche al valico di Erez, il confine tra Israele e la Striscia di Gaza e a Qalandiya, tra Gerusalemme e Ramallah. In mattinata, un camion impazzito guidato da un arabo israeliano aveva investito a Tel Aviv alcune automobili e un autobus provocando un morto e il ferimento di una ventina di persone. Subito dopo, alcuni caccia israeliani hanno sorvolato la Striscia di Gaza e hanno sparato dei colpi, uccidenti a Beit Hanoun due persone e ferendone una trentina.

Nelle ultime ore, testimoni oculari raccontano di aver visto alcuni elicotteri dell’esercito israeliano sorvolare le città di Qalandiya e Ramallah. Intanto in Egitto, momenti di tensione di fronte alle ambasciate israeliane. A Giza, centinaia di egiziani hanno protestato contro l’ufficio diplomatico di Gerusalemme e hanno bruciato anche una bandiera israeliana. Al Cairo, poi, un gruppo di ragazzi ha inneggiato alla terza Intifada dell’intero popolo arabo contro lo Stato ebraico.

«La mia priorità è la difesa dei confini e della sicurezza del mio popolo», ha detto nel tardo pomeriggio il premier israeliano Benjamin Netanyahu. E mentre in Medio Oriente calava il sole, per Israele iniziava la prima vera notte di paura.

(Nelle foto: Migliaia di palestinesi e siriani tentano di sfondare sul suolo israeliano nelle Alture del Golan; profughi e figli guardano lo Stato ebraico dal confine con il Libano; incidenti a Qalandiya, in Cisgiordania; bandiera ebraica bruciata di fronte all’ambasciata israeliana a Giza, Egitto; Il Cairo, un gruppo di ragazzi inneggia alla terza Intifada)

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