Israele deve prepararsi al proprio uragano Irene

domenica 4 settembre 2011

Amira Hass

Israele deve prepararsi al proprio uragano Irene
Gli astromanti stanno avendo il loro gran giorno. Il pianeta Undici Settembre – su cui orbita l’asteroide Intifada – si sta rapidamente avvicinando a noi.  Quanto più prossimi arrivano alla stessa fissa di Idifus,(*) più in alto salgono le azioni dei Laboratori del Comando Centrale SpA. I canali mediatici alternano tra le interviste agli astrologi e quelli ai dipendenti passati e presenti della LCC spa nel tentativo di indovinare “cosa avverrà”. Dopotutto “cosa avverrà” è un corpo celeste che si muove nello spazio, non collegato ad alcuna attività umana.  Un’opzione è che ci passerà sopra, nel qual caso può servire da predizione che è probabile che ci innamoreremo nel fine settimana. La seconda è che ci precipiterà addosso, anime sventurate che non siamo altro.  Perciò dobbiamo prepararci, proprio come il sindaco Michael Bloomberg ha preparato la città di New York per l’uragano Irene.  [ (*) azzardo possa essere un termine pseudolatino, inventato sulla base della sigla IDF, Israel Defence Forces, esercito israeliano – n.d.t.]

Il trambusto verbale di settembre segna un nuovo record – che presto sarà infranto – del talento d’Israele nel nascondersi dalla propria consapevolezza della forza gravitazionale che il proprio stato possiede.  Gli israeliti, con l’assistenza dei loro rappresentanti nei media, indossano due cappelli al riguardo.  Il primo è quello della vittima potenziale di un incontrollabile fenomeno naturale.  E’ costretto a reagire adeguatamente grazie ai suoi trucchi ingegnosi (come arruolare i residenti degli insediamenti di Yitzhar e Migron per respingere la versione locale di Irene).  Il secondo cappello è quello dello scienziato rigoroso.

Sia chi reagisce sia lo scienziato affrontano entrambi, ciascuno a suo modo, la questione se l’accettare “lo Stato della Palestina” come membro delle Nazioni Unite disturberà lo status quo, ovvero un’unica distesa tra il Mediterraneo e il fiume Giordano.  Due popoli. Un governo. Un popolo e una parte del secondo popolo che partecipano alle elezioni.  Alla parte maggiore del secondo popolo negato il diritto di voto.  Il governo unico determina il corso separato e diseguale dello sviluppo di ciascun popolo.  Gente del paese di sopra e gente del paese di sotto.  Quelli del primo corso hanno diritto di vivere nel paese perché i loro antenati vi immigrarono 3.000 anni fa.  Quelli del secondo corso non hanno diritto di vivere a casa propria, perché i loro padri rifugiati vi nacquero ottant’anni fa.

Due sistemi di governo contrapposti, militare e civile, due sistemi infrastrutturali separati e diseguali. Il paese di sotto è diviso in “celle territoriali”, in linguaggio da generale di brigata.  Quando la gente del paese di sopra ha voglia di aprire le celle territoriali per limitare il movimento, lo fa.   Se le va di chiuderle, le chiude.

Coloro che reagiscono e gli scienziati studiano i minimi movimenti degli abitanti delle celle territoriali.

Qualcuno salta addosso a qualcun altro, uno brandisce un coltello, un terzo viene sorpreso senza di documenti prescritti. “Cosa significa?” meditano; forse una carenza organizzativa, forse un’ascesa dell’iniziativa privata. Non chiedono: cosa significa quando i giudici della Corte Suprema permettono la barriera di separazione per trasformare il villaggio di Walajeh in un ghetto?
Significa che non temono la Corte Internazionale di Giustizia de L’Aia? Non si chiedono: cosa significa che nel mezzo di un periodo di calma nella West Bank, i soldati dell’esercito israeliano ammazzano due giovani e Qalandiyah, che i funzionari dell’Amministrazione Civile emettono ordini di demolizione, che il tribunale militare arresta bambini palestinesi sospettati di tirar sassi e il tribunale civile rilascia coloni sospettati di aver quasi spaccato la testa a un
ragazzo palestinese?

Per chi trae vantaggio dallo status quo è semplicemente naturale vedere ciò come una condizione naturale.  Si chieda a Bashar Assad, e lui racconterà come chiunque sfidi l’ordine esistente è un violento, un aggressivo, un perverso.

Con o senza collegamenti a Settembre, tutti gli ingredienti necessari per una nuova rivolta popolare sono al loro posto. Non ci vuole chiaroveggenza.  Gli ingredienti si possono trovare solo nell’attuale, violento ordine.  La politica di Israele dello sviluppo separato li ricrea costantemente.

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