Israele. Dove l’accoglienza diventa una prigione nel deserto

venerdì 21 giugno 2013

 

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Israele. Dove l’accoglienza diventa una prigione nel deserto

Ricevere asilo politico in Israele per un migrante è quasi impossibile. Per gli oltre 2mila tra eritrei e sudanesi rinchiusi in una prigione nel profondo sud del Negev il sogno di una vita migliore si è interrotto ancora prima di iniziare. Quando sono stati considerati “criminali”, a prescindere dalla loro storia.

Zero su diciassette. A tanto equivale il numero di richieste di asilo che Israele ha accordato nelle ultime due settimane. A presentarle, dei cittadini eritrei fuggiti dal loro paese di origine, nella maggior parte dei casi per diserzione dall’esercito. Ma, secondo il Comitato per gli affari dei rifugiati del ministero degli Interni, questa ragione non è sufficiente a soddisfare i criteri previsti dalla Convenzione delle Nazioni Unite sullo status dei rifugiati alla quale Israele aderisce.
Il comitato ha sottolineato che “la diserzione dagli obblighi del servizio militare non può essere ritenuta una valida causa affinché il caso possa essere considerato una persecuzione politica”.
Una posizione che rispecchia la previsione fatta due settimane fa dal pubblico ministero Yochi Gnessin, rappresentante dello stato di fronte alla Corte suprema durante l’audizione di un ricorso presentato da un gruppo di associazioni per la difesa dei diritti dei migranti a nome di 5 cittadini eritrei (tra i quali un bambino di 15 mesi): “Probabilmente la quasi totalità delle richieste di asilo sarà bocciata”, aveva affermato in quell’occasione, “dal momento che provengono tutte dai detenuti del centro di Saharonim”.

Contro gli “infiltrati” 

Il ‘centro’ in questione è in realtà una vera e propria prigione nel profondo sud del deserto del Negev, dove sono costretti a vivere oltre 2.400 migranti africani, principalmente di nazionalità eritrea e sudanese. Composto da 700 edifici, costati oltre 50 milioni di NIS (shekel), può ospitare fino a 4.000 prigionieri. Si trova a 3 chilometri da Nitzana, villaggio israeliano al confine con l’Egitto. Un confine lungo il quale corre l’impressionante barriera di filo spinato che, nel giro di un anno, ha praticamente ‘risolto’ il problema dell’immigrazione “clandestina”.
Ma anziché immigrazione, secondo il linguaggio legislativo israeliano sarebbe più corretto utilizzare il termine “infiltrazione”. 
La normativa che regola l’ingresso di stranieri e tutte le procedure per richiedere permessi di residenza o asilo, infatti, si chiama “Legge di prevenzione dell’Infiltrazione”. In vigore dal 1954, era stata originariamente concepita per contrastare e prevenire l’ingresso illegale da parte dei “nemici” arabi – considerati appunto “infiltrati” –  che, una volta messo piede in territorio israeliano, venivano immediatamente espulsi.
Se si esclude questo fenomeno, Israele non è mai stato oggetto di significativi ingressi di “migranti economici”, coloro cioè che provengono da paesi interessati da situazioni di povertà e conflitto e che migrano per migliorare le proprie condizioni di vita. Questo almeno fino alla metà del decennio scorso quando dal confine con l’Egitto si iniziò a registrare un considerevole aumento nell’arrivo di cittadini africani, il più delle volte senza documenti. I numeri sono chiari: dalle poche centinaia del 2001 si è passati agli oltre 55.000 del 2011 (dati estrapolati da articoli di Haaretz, +972mag e New York Times).
Non accogliendo la maggior parte delle loro richieste di asilo e accordando, per contro, un permesso temporaneo di “protezione” che consente  quantomeno di lavorare, l’aumento della presenza africana si è concretizzato nei sobborghi di Tel Aviv e nelle città portuali di Eilat e Ashdod, dove i migranti sono stati ‘invitati’ a trasferirsi.  
Una presenza che però si è scontrata con la diffidenza della popolazione locale, subito fomentata da movimenti e partiti di estrema destra al punto da causare scontri e attacchi ‘anti-africani’ che hanno avuto luogo a partire dall’aprile del 2012, moltiplicandosi anche nei mesi successivi (maggio, giugno-luglio e agosto-ottobre).
Per questa ragione il precedente governo, che nel dicembre 2011 aveva dato il via alla costruzione della barriera al confine con l’Egitto, proponeva e faceva approvare con un voto di maggioranza, nel giugno dello scorso anno, un emendamento alla legge di prevenzione dell’infiltrazione.
Sulla base di argomentazioni come la lotta all’illegalità e la difesa dei principi fondanti di ebraicità e democrazia di Israele, le nuove misure prevedevano l’arresto immediato dei migranti illegali (di cui si reiterava la denominazione di “infiltrati”) per un periodo di almeno tre anni, in attesa di una risposta alle richieste di asilo, avanzate quasi da tutti una volta arrivati. 
Di conseguenza, nel giro di un anno i detenuti della prigione di Saharonim, in funzione già dal 2007 per la residenza temporanea dei migranti in attesa del permesso di “protezione”, sono passati da poche centinaia agli oltre 2.400 attuali.
Migranti criminalizzati per il solo fatto di essere entrati senza documenti in seguito a viaggi fatti in condizioni gravissime per loro incolumità, dato che poco prima di mettere piede in Israele attraversano la stateless zone del deserto del Sinai.
Nella pratica, un “reato di clandestinità” a tutti gli effetti. 
Diverse agenzie internazionali per la difesa dei diritti umani, e nello specifico dei rifugiati – come Human Rights Watch (HRW) e UNHCR – richiesero immediatamente che quell’emendamento fosse rimosso, in quanto palesemente contrario alla Convezione sullo status dei rifugiati. In primo luogo perché, come ricorda HRW, l’arresto di un richiedente asilo non può essere considerato uno strumento di protezione a meno che la legge dello Stato non preveda per casi eccezionali un periodo massimo di detenzione. L’emendamento in questione parlava di “almeno” tre anni.
Inoltre, in questi casi, lo Stato ha l’obbligo di provvedere a un avvocato per ogni detenuto, e anche questa condizione risulta inadempiuta in quanto ad occuparsi delle questioni legali della maggior parte dei migranti sono principalmente organizzazioni non governative israeliane come Hotline for Migrant Workers e ACRI.
Tuttavia il nuovo governo sembra voler mantenere la stessa, ferma, posizione del precedente, anche perché la coalizione attuale, oltre al Likud di Netanyahu e a Israel Beyteinu di Lieberman, include al suo interno un altro partito di destra, Habayit Hayehudi (“La Casa Ebraica”), che ha fatto della lotta all’immigrazione il suo cavallo di battaglia nella scorsa campagna elettorale. L’attuale esecutivo non solo non ha rimosso l’emendamento, ma anzi ne ha aggiunto altri che inaspriscono le già difficili condizioni dei migranti.

Dna e merce di scambio 

Il fatto di non considerare la diserzione dall’esercito come ragione valida per garantire a un migrante lo status di rifugiato sembra anch’essa in contraddizione con gli standard internazionali. Lo ricorda un articolo di Haaretz che il 17 giugno riporta la notizia dell’esito negativo delle 17 domande di richiesta di asilo, citando la posizione assunta dall’UNHCR nei confronti dei migranti eritrei nel 2011.
Questa infatti sottolineava che “la maggior parte delle persecuzioni politiche in Eritrea avviene all’interno dell’esercito, dove i dissidenti vengono torturati o sottoposti a disumane condizioni di prigionia”. Pertanto, secondo questa interpretazione, coloro che rientrano in questi casi rappresentano il 74% del totale dei migranti eritrei ai quali viene accordato lo status di rifugiato in tutto il mondo.
Tranne in Israele, dove a distanza di pochi giorni dal suo insediamento, il nuovo esecutivo ha dato il via libera alle proprie forze di sicurezza per rimpatriare circa 1.000 detenuti sudanesi senza informare l’UNHCR, dichiarando ufficialmente che il tutto avveniva sulla base di decisioni volontarie da parte dei migranti. 
Lo scorso 10 maggio, invece, i vertici della polizia israeliana hanno ammesso di aver raccolto negli ultimi mesi alcuni campioni di Dna di altrettanti migranti africani dopo aver ricevuto il permesso dal procuratore generale, Yehuda Weinstein. Quest’ultimo, inoltre, mentre la Corte suprema esaminava il ricorso presentato contro le legge sulla prevenzione dell’infiltrazione, comunicava le nuove linee guida che lo stato dovrebbe seguire per “gestire i rimpatri volontari dei detenuti africani”.
Nello specifico una volta appurato che il detenuto non riceverà asilo politico in Israele, le autorità dovranno proporgli due possibilità: rimanere in carcere o essere “volontariamente” rimpatriato, firmando un documento ufficiale in cui viene espressa esplicitamente la volontà del migrante di voler tornare nel proprio paese di origine.
Il governo, intanto, in linea con queste direttive, annunciava due settimane fa di aver trovato un accordo con uno Stato – senza specificare quale – per lo “scambio” di “infiltrati”, che riceveranno un’adeguata formazione in tecniche agricole in cambio di 8.000 dollari per persona. E come se non bastasse, la Knesset ha approvato un altro emendamento alla stessa legge che stabiliva le modalità attraverso cui i migranti con regolare permesso di protezione possono inviare soldi all’estero.
Presentato da Netanyahu come “l’ultimo passo che segna il successo del governo nel combattere l’immigrazione clandestina”, il provvedimento prevede che i migranti non possano inviare denaro in patria fin quando resteranno sul territorio israeliano. Non solo. 
Al momento del ritorno, potranno portare con sé nel paese di origine una somma massima equivalente al salario minimo mensile moltiplicato per i mesi di permanenza. In caso di violazione di questa disposizione, le autorità doganali dovranno sequestrare l’eventuale surplus che affluirà nelle casse del ministero delle Finanze. Elencare queste misure recenti è sufficiente a spiegare come, nel giro di un solo anno solare, la condizione dei migranti in Israele sia gradualmente peggiorata, fino ad arrivare alla situazione attuale. Una questione, quella dell’immigrazione, “praticamente risolta”, secondo le parole di Netanyahu.
Oggi  un migrante sudanese o eritreo che decida di abbandonare la sua terra per persecuzioni politiche subite o per sperare in un futuro migliore è considerato un criminale prima ancora di mettere piede in Israele. Una volta attraversato indenne l’area del Sinai – ammesso che riesca a superare la barriera di filo spinato – passerà almeno tre anni in carcere. Intanto però potrà avanzare una richiesta di asilo che, una volta non concessa, si tramuterà in una scelta tra continuare a sopravvivere nella prigione di Saharonim oppure “scegliere” di tornare da dove era cominciato.

21 Giugno 2013
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