Israele, duello Netanyahu-ultradestra sul ministero della Difesa. Smotrich lo pretende, ma gli Usa frenano

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Articolo pubblicato originariamente su Repubblica

Per il premier incaricato, insidie nella formazione del governo, con il leader del Partito Sionista Religioso che pretende il cruciale dicastero. Il nodo del controllo della Cisgiordania e le possibili reazioni degli Stati arabi partner degli Accordi di Abramo

Ancora stallo in Israele nella formazione del nuovo governo. A più da una settimana da quando Benjamin Netanyahu ha ricevuto l’incarico di formare l’esecutivo, dopo essersi assicurato il sostegno di 64 parlamentari sui 120 della Knesset, i negoziati con i partner di coalizione si mantengono burrascosi. E per il leader del Likud, le grane principali arrivano da destra, e in particolare dal capo del Partito Sionista Religioso Bezalel Smotrich.

Per gran parte della campagna elettorale a finire sotto le luci dei riflettori è stato Itamar Ben Gvir. La sua formazione di estrema destra Otzma Yehudit (“potere ebraico”) ha corso alle elezioni in una lista unica con i Sionisti Religiosi di Smotrich – insieme al gruppo dichiaratamente omofobo Noam. Ben Gvir, pronto a brandire la sua pistola personale in occasione di alterchi con arabo-israeliani e a tessere le lodi del rabbino Meir Kahane, bandito dalla Knesset negli anni Ottanta per razzismo, ha condotto una campagna elettorale con il piglio di una rock star.

E tuttavia è Smotrich, che gli analisti giudicano meno impetuoso ma altrettanto inflessibile e più disciplinato, che oggi presenta a Netanyahu il conto più salato per l’appoggio dell’ultradestra (i tre partiti della lista dopo le elezioni si sono separati come da programma, anche se hanno promesso di continuare a coordinarsi tra loro.

Smotrich infatti insiste nel reclamare la posizione di Ministro della Difesa. Un ministero chiave per tutti gli Stati del mondo, ma cruciale in un paese che è ancora formalmente in guerra con due dei suoi Stati confinanti, che si confronta quotidianamente con la minaccia del terrorismo e che mantiene il controllo militare della Cisgiordania, un’area che le autorità israeliane definiscono come contesa e la comunità internazionale come occupata.

Proprio il controllo della Cisgiordania rappresenta una delle ragioni cruciali per cui Smotrich non vuole rinunciare al Ministero della Difesa. Rafforzare la presenza ebraica in Cisgiordania – le regioni bibliche di Giudea e Samaria – rappresenta un punto fondamentale per il Partito Sionista Religioso. Con l’obiettivo esplicito di impedire per sempre la nascita di uno Stato palestinese e anzi di arrivare all’annessione da parte di Israele.

Se Netanyahu secondo quanto è stato riportato dalla stampa israeliana è stato pronto ad accogliere la richiesta di Otzma di legalizzare alcune decine di avamposti in Cisgiordania, il leader del Likud non vuole accogliere le pretese di Smotrich, cui oltretutto manca esperienza significativa nell’esercito, dove ha servito per soli 14 mesi quando era già ventottenne (per i ragazzi israeliani di solito la leva dura tre anni e molti leader politici, incluso lo stesso Netanyahu, vantano periodi ancora più lunghi, spesso in unità di élite).

A suggerire prudenza con le nomine chiave del governo è stato anche il primo alleato di Israele nel mondo, gli Stati Uniti. L’ambasciatore americano Tom Nides, incontrando Netanyahu dopo le elezioni, ha esplicitamente chiesto di considerare attentamente gli incarichi per certe posizioni date le ramificazioni in materia di sicurezza e gli stretti contatti tra gli establishment della difesa dei due paesi.

Come notano gli analisti poi, lo stesso Netanyahu – che ha già servito come primo ministro per un totale di quasi 15 anni – e ininterrottamente dal 2009 al 2021 – in passato sulla questione di insediamenti e operazioni militari si è dimostrato assai più pragmatico di quanto la sua retorica non voglia far credere. Nel 2020 per esempio, dopo aver annunciato che il suo governo avrebbe annesso parti della Cisgiordania, ritirò il piano un paio di mesi dopo. Nelle diverse operazioni militari contro Hamas, l’organizzazione terroristica che controlla Gaza, Netanyahu ha sempre evitato di trasformare i pure durissimi conflitti in guerra totale contro il regime, scontentando i falchi che la evocavano.

Oggi il premier incaricato si preoccupa di mantenere buoni rapporti con Washington, magari nella speranza che un presidente repubblicano più aperto alle rivendicazioni di Israele sostituisca Biden alla Casa Bianca nel 2024. Ma Netanyahu spera anche di vedere altri paesi arabi entrare a far parte degli Accordi di Abramo. Anche se la questione palestinese è meno centrale di un tempo nei palazzi del potere degli Stati arabi, implementare la visione di Smotrich potrebbe non solo impedire nuovi sviluppi positivi ma mettere a repentaglio quanto già ottenuto.

Da qui l’impasse. Smotrich non appare aperto a compromessi, né ideali né politici. Netanyahu ha cercato finora invano di convincerlo ad accettare il Tesoro – che pure è rivendicato da un altro alleato chiave, il partito ultraortodosso sefardita Shas.

Pure Otzma Yehudit ha annunciato l’interruzione dei negoziati con il Likud dopo che è stata respinta la richiesta del Ministero per lo Sviluppo del Negev e della Galilea, oltre a quello della Sicurezza Interna rivendicato da Ben Gvir.

Netanyahu ha altre tre settimane prolungabili di altre due per formare il governo.

Due anni fa, fu una sua operazione politica a far coalizzare Smotrich e Ben Gvir per evitare che voti di destra andassero sprecati verso partiti che (all’epoca) rischiavano di finire sotto la soglia di sbarramento – offrendo una legittimazione a figure e idee che in precedenza erano considerate inaccettabili nel discorso pubblico israeliano, anche a destra. Oggi quella scelta gli sta costando cara.

 

 

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