Israele e la Nakba: voce del verbo “ricordare”

Non voglio essere un occupante: l’unico modo per resistere è riconoscere la Nakba e il diritto al ritorno dei rifugiati palestinesi”. Intervista a Eitan Bronstein, direttore dell’organizzazione israeliana “Zochrot”, che si batte affinché in Israele si diffonda la consapevolezza di ciò che avvenne 65 anni fa. “E’ da noi che deve iniziare il cambiamento”, spiega, “perché è nostra la responsabilità del ’48”. 

di Stefano Nanni
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Il 15 maggio non è una data qualunque.

Nei Territori Occupati, Cisgiordania, Striscia di Gaza e Alture del Golan, così come nelle decine di campi profughi in Libano, Giordania e Siria, e per tutti i palestinesi ovunque nel mondo, questo giorno rappresenta l’origine di tutte le sofferenze.

Ma al-Nakbah, la ‘catastrofe’, per la maggior parte degli israeliani ha tutt’altro significato: al contrario, è un giorno di festa per ricordare la sua dichiarazione di Indipendenza.

Per questo parlarne, prima ancora che ricordarla, non è affatto semplice.

lo è ancora meno da due anni a questa parte, dopo il varo alla Knesset di una legge che stabilisce che qualsiasi organizzazione pubblica o ente che promuova eventi relativi alla Nakba vedrà ridotti o annullati i fondi che riceve dallo Stato.

Una versione ‘leggera’ della cosiddetta “Nakba Law”, che nella proposta originale del governo Netanyahu prevedeva direttamente il carcere.

Delle difficoltà che si incontrano nell’affrontare questo argomento ne sanno qualcosa gli attivisti e i membri di “Zochrot, organizzazione israeliana che cerca di diffondere consapevolezza nella società, sviluppando una coscienza pubblica della Nakba soprattutto tra i cittadini di origine ebraica. 

Perché, come ci racconta il direttore Eitan Bronstein, “siamo noi che abbiamo sulle spalle le responsabilità della tragica eredità che ci ha lasciato il 1948”.

Ci parli della sua organizzazione.

Zochrot, che in ebraico significa “ricordare”, è nata undici anni fa dall’iniziativa di alcuni israeliani di origine ebraica, che rappresentano ancora oggi la maggior parte dei suoi componenti. Prima del 2002 in Israele gli unici che parlavano di Nakba erano i cittadini palestinesi, ma le loro iniziative venivano facilmente ignorate.

Gli obiettivi che ci prefiggiamo sono due. Il primo è diffondere nella società israeliana, soprattutto tra gli ebrei, la consapevolezza della Nakba. Mentre il secondo è una diretta conseguenza del primo, ovvero supportare e sostenere il diritto al ritorno dei rifugiati palestinesi.

In Israele della Nakba non si sa quasi niente. La maggior parte delle persone accosta il 15 maggio alla dichiarazione di Indipendenza, molti addirittura credono che questo termine indichi proprio la “nascita di Israele”, ignorando totalmente l’espulsione forzata delle centinaia di migliaia di palestinesi che prima di quella data vivevano su questa terra.

Sin da piccoli, nelle scuole, nei licei e nella maggior parte delle università non ci viene fatto studiare niente al riguardo. Ma negli ultimi anni, grazie al lavoro di organizzazioni come la nostra ed altre solidali con la causa palestinese, quantomeno il termine Nakba inizia ad essere più conosciuto.

Quali sono le principali attività che portate avanti?

Ci rivolgiamo principalmente a un pubblico israeliano, perché crediamo fermamente che il cambiamento debba partire dalle coscienze dei cittadini, in particolare quelli di origine ebraica.

Organizziamo visite guidate nei luoghi dove prima sorgevano i villaggi palestinesi. Nel corso di questi tour leggiamo o ascoltiamo le testimonianze di alcuni sopravvissuti, rifugiati o cittadini israeliani di origine palestinese, che prima del 1948 vivevano proprio lì. Quando possibile apponiamo targhe e indicazioni in arabo, con i nomi che avevano le moschee e le strade.

Fino ad oggi abbiamo pubblicato una serie di pamphlet, libri e articoli in ebraico con l’obiettivo di raccontare come si svolgeva la vita di ebrei, musulmani e cristiani nel periodo precedente alla nascita di Israele. Non solo da un punto di vista storico, ma anche da quello culturale, raccogliendo ad esempio opere di poeti israeliani che allora erano assolutamente consapevoli di quello che stava accadendo ai palestinesi.

Quest’anno invece siamo riusciti finalmente a pubblicare “la Mappa della Nakba” , sia in arabo che in ebraico, dove vengono riportate tutte le località palestinesi distrutte dall’inizio della colonizzazione sionista alla fine dell’800, fino al 1967 (la Guerra dei sei giorni, ndr).

Lavoriamo inoltre nelle scuole e nelle università, laddove troviamo il sostegno di maestri e professori che accettano di insegnare cosa sia stata la Nakba.  L’anno scorso poi abbiamo organizzato la primaconferenza – il prossimo settembre la seconda edizione – per discutere del diritto al ritorno dei rifugiati palestinesi da un punto di vista pratico.

Non possiamo tornare indietro, però partire dal riconoscimento della questione può aiutarci a trovare formule che siano realizzabili dopo 65 anni.

Cosa significa “al-Nakbah” per un israeliano di origine ebraica come lei che, così come tanti altri, è immigrato in un luogo precedentemente abitato da persone che sono state espulse?

La mia famiglia è emigrata dall’Argentina nel 1965, io avevo cinque anni. Sono cresciuto come un israeliano ‘normale’;  a 18 anni ho fatto il servizio di leva, senza mettere in dubbio le istituzioni. Gradualmente però ho iniziato a far parte di organizzazioni impegnate nella difesa dei diritti umani.

Nel 1982 mi sono opposto alla guerra in Libano e ho rifiutato di prestare servizio: in quel periodo sono  entrato in contatto con alcuni gruppi di obiettori di coscienza. Della Nakba sentivo parlare anche prima, ma ne ho realizzato il vero significato solo con la Seconda Intifada.

E, come israeliano, è stata una netta trasformazione della mia identità.

Sin da piccoli ci insegnano che Israele è uno Stato sorto solo per gli ebrei, e nel dibattito pubblico non c’è una reale conoscenza della cultura, della lingua e della storia dei palestinesi che vivevano su questa terra prima di noi.

Per me è stato un cambiamento radicale: non si tratta soltanto di aver cambiato posizione politica, è una questione di identità che modifica tutto il tuo modo di pensare e vedere le cose. Da allora penso che non posso continuare a vivere qui senza sfidare in qualche modo lo Stato.

Non voglio essere anch’io un occupante: l’unico modo per resistere è essere consapevoli della Nakba e riconoscere il diritto al ritorno dei palestinesi.

Quali sono le reazioni della società di fronte alle azioni di Zochrot?

Per la maggior parte degli israeliani è molto dura affrontare la questione. Si ha paura perché – ripeto – si tratta di una questione di identità. In molti nasce un senso di vergogna, di frustrazione, pensano che non ci siano più giustificazioni morali per vivere qui e vogliono andare via.

Tuttavia credo che gradualmente, a partire dagli ultimi 10-15 anni, ci siano stati dei cambiamenti. Pian piano sempre più persone iniziano a capire che non possono continuare ad ignorare l’importanza della Nakba e ciò che ha comportato.

In passato era impensabile che ci fosse bisogno addirittura di una “Nakbah Law” per prevenirne la commemorazione: l’obiettivo del governo era ovviamente quello di creare un’atmosfera di paura attorno al significato di questo giorno, ma paradossalmente ha rappresentato un’occasione di grande visibilità per la Nakba.

Due anni fa, quando è stata approvata, abbiamo organizzato per il Giorno dell’Indipendenza* alcune azioni provocatorie che miravano a sfidare la nuova legge. Siamo scesi in piazza, in modo assolutamente pacifico, con striscioni e cartelli per ricordare la Nakba, e siamo stati subito circondati dalla polizia, mentre i membri di Zochrot che erano rimasti in ufficio sono stati chiusi dentro.

Questo però non ha fatto altro che attirare l’attenzione di giornalisti e fotografi, che quindi hanno parlato pubblicamente della Nakba, proprio come volevamo noi. Molte persone che non ne avevano mai sentito parlare hanno iniziato proprio allora ad interessarsene.

Che tipo di reazioni osservate, al contrario, da parte dei diretti interessati dalla Nakba, i palestinesi?

Con la maggior parte dei palestinesi, sia in Israele che nei Territori Occupati, collaboriamo molto attivamente durante le nostre azioni: per noi, ovviamente, il loro sostegno è davvero molto importante.

Non nascondo però che a volte ci siano delle difficoltà. Alcune persone ci evitano, in particolare chi considera qualsiasi contatto con gli israeliani un gesto di “normalizzazione”. Ma solitamente le reazioni da parte loro sono positive.

Oltre a ricordare la Nakba il vostro lavoro si basa anche su un altro riconoscimento, quello del diritto al ritorno, di cui si parla sempre meno. In che modo, secondo lei, potrebbe essere applicato oggi?

E’ una questione molto complessa, ma non per questo meno stimolante.

Verso il tema del diritto al ritorno, piuttosto che agire per costruire una maggiore coscienza e consapevolezza, come facciamo per la Nakba,  cerchiamo di sviluppare idee e proposte pratiche: si tratta di un diritto ampiamente riconosciuto a livello internazionale da tante organizzazioni, ma ciò che manca sono metodi, modelli e proposte per metterlo in pratica in una realtà in cui, naturalmente, non si può ignorare l’impatto che avrebbe il ritorno di oltre 5 milioni di persone.

Bisogna partire dall’assunto che si può vivere insieme, come nel periodo che ha preceduto il 1948. Se si accettano i principi di uguaglianza e democrazia, all’interno di un unico Stato potranno coabitare ebrei, musulmani, arabi, cristiani.

Eppure la realtà politica israeliana, in cui la questione palestinese è sempre più assente, è caratterizzata dall’operato di un governo che intende rafforzare l’occupazione, andando in una direzione radicalmente opposta.

Se guardo alla realtà che mi circonda certamente osservo segnali molto scoraggianti.

Qualche giorno fa, paradossalmente, è stato proprio un discorso di Netanyahu a rendermi un po’ più ottimista:  intervenendo sull’eventualità di un accordo di pace, ha affermato che “l’obiettivo di raggiungere una soluzione con i palestinesi è quello di allontanare il rischio di uno Stato bi-nazionale”.

La soluzione a due Stati non rappresenta più un’opzione praticabile: Israele ha fatto di tutto per renderla tale e la comunità internazionale ne è consapevole ormai da tempo. E a mio parere si tratta di un segnale di speranza per il futuro: avere due Stati implica due popolazioni separate, e quindi ulteriori opportunità di conflitto.

E, ciò che è più importante, per Israele  rappresenterebbe l’occasione per accentuare ulteriormente il concetto di “Stato per soli ebrei”,allontanando sempre di più l’obiettivo della democrazia.

I problemi di questa Regione sono iniziati con il Sionismo, che ha favorito la colonizzazione da parte degli ebrei che, di fatto, hanno creato comunità chiuse in loro stesse, fino alla creazione di uno Stato-ghettoquale è oggi Israele.

L’idea di uno Stato unico non è ancora abbastanza diffusa attualmente, ma credo che nell’ottica di un futuro di pace sia molto più praticabile e auspicabile.

Il nome “Zochrot” contiene un dettaglio non da poco, poiché corrisponde alla forma  femminile plurale del verbo “ricordare”. Ci può spiegare la ragione di questa scelta?

Il termine maschile, “zochrim”, è quello più popolare, utilizzato da tutti e tutte, anche dalle donne nel parlare tra loro.

Credo sia un buon esempio della standardizzazione del linguaggio e del carattere patriarcale della società in cui viviamo .

“Zochrim”, inoltre, viene usato nei discorsi politici per ricordare le cosiddette “guerre di liberazione” di Israele, ovvero quelle del 1948 e del 1967.

La nostra intenzione era di distinguerci da un certo tipo di storia e narrativa a partire dal nome stesso dell’organizzazione che stavamo creando.

Con la scelta del termine “Zochrot” volevamo mandare un messaggio forte, caratterizzato da una maggiore compassione e comprensione per la sofferenza di un’intera popolazione, quella palestinese.

Ed è un modo per rendere più femminile il contesto militarista, nazionalista e maschilista in cui viviamo.

*In Israele il giorno dell’Indipendenza può non coincidere con il 15 maggio perché segue il calendario ebraico. Quest’anno si  è celebrato il 16 aprile.

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(Le foto pubblicate sono tratte dal profilo Facebook di Zochrot, che ringraziamo per la gentile concessione)

15 maggio 2013

 

http://www.osservatorioiraq.it/israele-e-la-nakba-voce-del-verbo-ricordare

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