Israele e l’annessione a colpi d’arma giudiziaria

17 apr 2018

OPINIONE. «Le commissioni della Knesset stanno predisponendo una legislazione volta a espandere e consolidare il sistema giudiziario duale che già esiste in Cisgiordania: un codice per i coloni, un altro codice per i palestinesi” scrive Michael Sfard»

Checkpoint di Qalandia (Foto: Czech160/Public Domain)

di Michael Sfard       The New York Review of Books

(Traduzione di Elena Bellini)

Roma, 17 aprile 2018, Nena News – Ho sempre pensato che, se Israele avesse voluto annettere unilateralmente i territori palestinesi occupati, si sarebbe trovata sotto i riflettori a livello internazionale, con denunce e proteste in tutto il mondo. 
Mi sbagliavo.

L’annessione è in corso, ma lontano dai riflettori, lontano dalla considerazione internazionale. Nei lugubri uffici dell’inattaccabile Ministero della Giustizia a Gerusalemme Est, nelle anguste sale riunioni della Knesset e nelle nobili aule della Corte Suprema, i migliori avvocati di Israele stanno lavorando a tempo pieno per plasmare il più grande cambiamento epocale dalla conquista della Cisgiordania nel 1967. Gli avvocati governativi sono indaffarati a dare consigli, a elaborare disegni di legge e a difendere gli sforzi di Israele per espandere la propria giurisdizione legale e amministrativa oltre i confini dell’armistizio del 1949, per tutelare gli interessi dei coloni ebrei a spese dei palestinesi sotto occupazione, i cui diritti civili sono sospesi.

Le commissioni della Knesset stanno predisponendo una legislazione volta a espandere e consolidare il sistema giudiziario duale che già esiste in Cisgiordania: un codice per i coloni, un altro codice per i palestinesi. Queste nuove leggi verranno applicate in un quadro nel quale i colonizzati sono dominati dai colonizzatori, con la chiara intenzione di mantenere tale dominio. Anche il potere giudiziario israeliano si è unito nell’impresa, consentendo l’esproprio delle proprietà palestinesi a beneficio dei coloni israeliani.

Questo cambiamento epocale avviene dopo circa cinquant’anni di occupazione. In questi cinquant’anni, Israele ha apportato profondi cambiamenti sia al paesaggio che alla demografia del territorio conquistato. I palestinesi erano soggetti a un governo militare che ha impedito la loro partecipazione al processo politico che avrebbe determinato il loro futuro, dando vita alle normative che sarebbero poi state applicate ai palestinesi stessi. Israele ha utilizzato i poteri autoritari riconosciuti dal diritto internazionale a una forza di occupazione per sfruttare il territorio in un modo che i padri di quelle leggi non avevano mai considerato. Ha annesso unilateralmente Gerusalemme Est, mossa ampiamente condannata all’estero. La comunità internazionale non riconosce la città unificata come capitale di Israele; e nemmeno le dichiarazioni di Trump sullo spostamento dell’ambasciata a Gerusalemme sono arrivate a riconosce l’annessione delle zone orientali della città.

Eppure, anche mentre faceva tutto questo, e anche prima della firma degli Accordi di Oslo, Israele ha continuato a sostenere che lo status definitivo della terra “amministrata” (eufemismo utilizzato dal Ministero degli Esteri israeliano) sarebbe stato definito con negoziati e accordi. Il controllo militare, si diceva, sarebbe stato temporaneo. Il governo ha negato che il territorio fosse occupato in senso giuridico, ma ha ammesso che, dato che la terra era “contesa”, il suo destino non sarebbe stato determinato unilateralmente.

Le azioni del governo israeliano – fondamentalmente, il progetto di espansione coloniale – hanno provato al di là di ogni ragionevole dubbio che il Paese voleva annettere la maggior parte della Cisgiordania. Ma le sue dichiarazioni non sono trascurabili. La provvisorietà è una delle caratteristiche che differenziano la realtà dell’occupazione, deplorevole seppur legale, dall’atto illegale dell’annessione forzata. Le politiche sviluppate nel corso di decenni – un processo strisciante di annessione de facto – non sono arrivate all’applicazione generalizzata della sovranità di Israele sui Territori Occupati; le differenze politiche e giuridiche tra la Cisgiordania e Israele sono state mantenute.

Oggi stanno smantellando questo status politico-legale fondamentale. Il governo si sta liberando degli ultimi residui di fedeltà al concetto di occupazione come fatto temporaneo e a qualsiasi impegno di negoziazione con i palestinesi. L’obiettivo è chiaro: un unico Stato con due popoli, uno solo dei quali dotato di cittadinanza e diritti civili.

Il governo si sta imbarcando in un’annessione de jure, e nel crimine dell’apartheid. Negli ultimi mesi, l’espansione dell’annessione de jure è stata impressionante. Gli avvocati del Ministero della Giustizia hanno recentemente elaborato una proposta di legge che attribuisce al tribunale distrettuale di Gerusalemme, invece che all’Alta Corte di Giustizia (che è un ramo della Corte Suprema), il potere di controllo giurisdizionale sul governo militare nei Territori Occupati. Questa sostituzione dell’Alta Corte costituisce una mossa volta a far diventare la Cisgiordania un distretto interno a Israele. Inoltre, il Procuratore Generale ha suggerito ai consulenti legali del governo di tener presente, quando avanzano proposte di legge, la necessità di individuare un meccanismo legale che permetta di applicare tali normative anche ai coloni israeliani.

Contestualmente, la coalizione parlamentare dominante ha messo al lavoro i propri giuristi su numerose leggi di annessione. Tra i loro successi più recenti, una legge, promulgata l’anno scorso, che incarica l’esercito di confiscare la terra di proprietà palestinese e assegnarla agli invasori israeliani che hanno costruito lì gli insediamenti. Questa legge non solo è una pura e semplice approvazione del furto di terra; è anche un’imposizione senza precedenti della legislazione della Knesset sui palestinesi, privi di rappresentanza parlamentare. Un’altra legge che ha superato l’iter legislativo poche settimane fa riconosce alla Commissione per l’Educazione Superiore l’autorità sulle istituzioni accademiche israeliane in Cisgiordania, normalizzandone la presenza e il funzionamento.

Una legge attualmente in discussione estenderebbe legislazione e amministrazione israeliane alle aree municipali delle colonie israeliane; un’altra propone la creazione della Grande Gerusalemme, che dovrebbe includere gli agglomerati di colonie limitrofi. Il Primo Ministro Benjamin Netanyahu, di recente, si è addirittura vantato del fatto che questi piani di annessione sarebbero coordinati con l’amministrazione USA, un’affermazione che ha dovuto rimangiarsi dopo la secca smentita della Casa Bianca.

I giudici della Corte Suprema, situata in un edificio in cima alla collina di fronte alla Knesset, hanno creato da soli i precedenti: lo scorso novembre, tre giudici hanno sentenziato che i coloni costituiscono “popolazione locale” in Cisgiordania e che, quindi, a determinate condizioni, la terra di proprietà palestinese può essere “temporaneamente” destinata al servizio delle loro necessità. Le loro sentenze hanno rovesciato la regola, rispettata per oltre quarant’anni, che vieta l’utilizzo di terra di proprietà palestinese per l’espansione coloniale. A pochi giorni dalla sentenza, il procuratore generale ha autorizzato l’esercito a considerare l’espropriazione di terra di proprietà dei contadini palestinesi per lastricare la strada di un insediamento.

La farsa con cui Israele fingeva di aderire ai principi del diritto internazionale è finita.Tutti i rami del governo stanno contribuendo a questa revisione, con i giuristi in testa. In un altro gruppo di edifici, alcuni addirittura più malconci dello squallido Ministero della Giustizia, un altro gruppo di avvocati, tra cui anch’io, brandisce gli strumenti legali a disposizione con l’intento opposto. Abbiamo fatto ricorso alla legge per combattere oppressione e espropriazione; in un caso, abbiamo impugnato la legge sulla confisca (anche conosciuta come Settlements Regularization law – legge di regolarizzazione degli insediamenti); in un altro caso, abbiamo fatto richiesta di udienza supplementare sull’ordinanza di novembre che autorizza (temporaneamente) l’uso di terre palestinesi per gli insediamenti.

Abbiamo presentato innumerevoli istanze, a nome dei nostri clienti palestinesi, chiedendo che i coloni vengano evacuati da terreni privati e che gli edifici che hanno costruito vengano demoliti. Le nostre battaglie legali, che spesso assomigliano alle fatiche di Sisifo, ci mettono anni innanzitutto per arrivare a sentenza, e poi per ristabilire l’accessibilità alle terre occupate sulle quali, dagli anni ‘90, sono spuntati centinaia di avamposti coloniali, come Migron e Amona. Abbiamo fatto appello ai principi legali per ottenere la revoca di restrizioni alla libertà di movimento dei palestinesi, lottando per rovesciare le ordinanze che negano ai palestinesi l’accesso ai propri campi, spesso emesse dall’esercito come semplice sistema per evitare lo scontro con i coloni violenti.

E abbiamo chiesto innumerevoli volte che la Corte ponesse un limite alla propria vergognosa incapacità di far rispettare la legge contro i coloni: incredibilmente, società edili, associazioni di coloni e perfino i rappresentanti dei consigli municipali coloniali, tutti coinvolti nella costruzione illegale su terre di proprietà palestinese, non sono mai stati incriminati per il loro ruolo in questo grave crimine collettivo. Stiamo depositando istanze volte a garantire una soluzione che sembra facile, ma che è estremamente difficile da ottenere: costringere la polizia a investigare su queste violazioni e i magistrati a fare i processi.

Le nostre istanze contro la legge sulla confisca, presentate a nome di circa quaranta consigli comunali palestinesi, sedici ONG per i diritti umani israeliane e diversi singoli proprietari di terre, andranno in udienza in giugno davanti a un insolito tribunale di nove giudici (la Corte Suprema normalmente si riunisce in collegi di tre). Sarà un test importante per il più importante tribunale israeliano, che negli anni ha approvato varie misure che hanno rafforzato la presenza israeliana, civile e militare, nei Territori Occupati. La Corte ha sostenuto politiche governative e militari che hanno permesso ai coloni di occupare le terre e sfruttarne le risorse, e ha sostenuto misure draconiane progettate per schiacciare la leadership palestinese di base. Sostenendo il potere delle armi e dei coloni, ha fornito all’occupazione una stampella a cui appoggiarsi: l’autorità giuridica del tribunale, che ha contribuito a rafforzare la stabilità dell’occupazione e ne ha aumentato la legittimità. Ma i giudici sono stati bene attenti a non sporcarsi le mani con atti di annessione veri e propri. Come una bambina che si offre di lavarsi i denti dopo un’abbuffata di caramelle, il tribunale ha insistito sul fatto che il diritto internazionale sull’occupazione bellica si applica ancora al regime militare, e che la terra è “sotto occupazione temporanea”e in “amministrazione fiduciaria” fino a che non sarà raggiunto un accordo internazionale sul suo status definitivo.

Molto altro si potrebbe dire sull’integrità di una giurisprudenza che sostiene tali contraddizioni interne. Si deve notare, comunque, che la riluttanza della corte ad apparire apertamente annessionista ha, in qualche modo, contribuito a rallentare il processo di incorporazione della Cisgiordania dentro Israele. Ora, con la causa contro la legge sulla confisca e altre sfide all’annessione strisciante, il tribunale dovrà prendere una decisione storica. Dato il profondo cambiamento della sua composizione negli ultimi anni (dieci dei suoi quindici giudici sono stati nominati dopo il 2012), il tradizionale approccio giuridico della corte allo status dei Territori Occupati non è più garantitoLa corte militante degli anni ’80, ’90 e 2000, che ha visto una stabile maggioranza di giudici che professavano la fedeltà alla filosofia giuridica liberale, è diventata l’obiettivo numero uno della destra israeliana. Il cambiamento generazionale tra i banchi della corte ha dato ai vari governi a guida Netanyahu l’opportunità di liquidare l’ala liberale. Le nuove nomine di giudici conservatori, illiberali e nazionalisti, due dei quali sono coloni, hanno mutato l’equilibrio a favore di giudici che mettono l’accento sul nazionalismo piuttosto che sui valori universali.

L’obiettivo ancestrale del porre fine all’occupazione non è stato l’unica vittimaMolte altre importanti sentenze degli ultimi anni negano i principi fondamentali dell’eguaglianza, della libertà politica e di espressione dei cittadini israeliani, principi che in passato, per la corte, erano sacri. Qualche esempio: nel 2012 la corte ha respinto un’istanza che impugnava la costituzionalità della “legge sulla Nakba”, una legge che prevedeva sanzioni per le organizzazioni che identificavano il giorno dell’Indipendenza israeliana come Giornata della Catastrofe palestinese.

Questa legge, ovviamente, colpiva principalmente la libertà politica dei cittadini palestinesi di Israele; la corte ha rigettato l’istanza sulla base della dottrina della ’maturità’, secondo cui un caso non è “maturo” per essere discusso perché si basa in parte su eventi futuri contingenti e perché la questione non ha provocato una serie di evidenze tali da richiedere una soluzione giudiziaria. Nel 2014, la corte ha rigettato un’istanza di abolizione di una legge che permetteva ai comitati di ammissione, in alcune località del Negev e della Galilea, di bocciare le domande di residenza ritenute “socialmente” o “culturalmente” incompatibili con la comunità, una legge, questa, considerata da molti un mezzo per escludere le minoranze, in primo luogo quella araba. (Una corte ha rifiutato questo caso anche sulla base della “maturità”). Nel 2015, la corte ha rigettato un’istanza di impugnazione di una legge che impone sanzioni amministrative ai soggetti che invocano il boicottaggio economico, culturale o accademico di Israele, insediamenti inclusi, e rende tale appello (al boicottaggio, n.d.t.) un illecito giuridicamente perseguibile.

Ecco come, in Israele, alcuni fanno uso della legge e altri ne abusano. Il diritto è sempre stato servitore di due padroni: per uno è la spada, per l’altro lo scudo. L’unico bene per il quale alcuni avvocati si siano mai battuti, vincendo, è un ricorso contro quel male che altri avvocati hanno contribuito a redigere, promulgare e sentenziare. Nella lotta contro la schiavitù, la campagna per il voto alle donne, la battaglia per l’eguaglianza LGBTQ e la lotta contro le ingiustizie dell’occupazione, ci sono stati avvocati da entrambe le parti: quella di chi abusa e quella di chi è abusato. Magari hanno frequentato la stessa facoltà e gli stessi corsi, e magari hanno anche studiato insieme per gli esami; hanno imparato a padroneggiare lo stesso linguaggio ma poi, una volta “diventati grandi”, hanno scelto di usare quel linguaggio per obiettivi decisamente diversi.

La battaglia per il destino del dominio israeliano su milioni di palestinesi e per la colonizzazione della loro terra è giunta a un punto cruciale. L’attuale realtà di repressione e discriminazione attraverso il controllo ”temporaneo” di una nazione su un’altra verrà rafforzata e istituzionalizzata da un’annessione ufficiale in uno stato permanente? Ci sono avvocati su entrambi i lati della barricata. Dalla parte opposta rispetto a me e ai miei colleghi, gli avvocati che lavorano per il governo e l’esercito hanno l’incarico di progettare un sistema giuridico separato e diseguale.

Se non riporranno le loro penne, se non scollegheranno le tastiere e non la finiranno di mettere il loro talento e la loro esperienza a disposizione della distruzione delle migliori tradizioni della legalità come mezzo per garantire eguaglianza, libertà e dignità a tutti gli esser umani, non solo saranno traditori della nostra chiamata professionale, ma rinnegheranno anche la lezione che avrebbero dovuto imparare dalla storia della nostra nazione. Siamo i figli e le figlie di persone che hanno conosciuto il dolore della discriminazione e della sottomissione e l’intensità del desiderio di libertà e indipendenza. La nostra storia collettiva ci ha insegnato che l’obbedienza agli ordini non è una scusante per atti moralmente riprovevoli. Lasciare in eredità cattive leggi comporta non meno responsabilità che obbedirvi.

Michael Sfard è un avvocato israeliano per i diritti umani, autore di “The Wall and the Gate: Israel, Palestine and the Legal Battle for Human Rights (2018). Per seguirlo su Twitter: @sfardm.

Israele e l’annessione a colpi d’arma giudiziaria

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