Israele e l’arma di costruzione di massa di Ugo Tramballi

Quando decise di smantellare le colonie della striscia di Gaza, Ariel Sharon fu linciato. Era stato un eroe di guerra, un conquistatore di terre arabe, per decenni il duellante di Yasser Arafat. Insomma, un sionista senza macchia. Ma appena toccò gli insediamenti che lui stesso aveva moltiplicato, il movimento dei coloni, i rabbini e il Likud, distrussero il loro eroe, costretto a inventare un nuovo partito, Kadima.

Dal 1967 Bibi Netanyahu è il primo di 15 capi di governo di destra e di sinistra a non aver costruito un insediamento in Cisgiordania. I suoi non lo hanno linciato come Sharon perché ha permesso che se ne facessero nella Gerusalemme Est araba; che gli insediamenti esistenti venissero allargati; che quasi non fossero toccati gli avamposti, nuclei di future colonie. Anche l’assenza di realismo palestinese ha molto aiutato Netanyahu.

Insediamenti israeliani nei territori occupati e diritto al ritorno dei profughi palestinesi sono i nodi che da due anni impediscono la ripresa del negoziato. Ma nello stallo i profughi restano dove sono, mentre le colonie crescono. Gli israeliani controllano ormai l’83% dei 5.640 chilometri quadrati della Cisgiordania.

Le 121 colonie nei territori, le 12 a Gerusalemme Est, i 120 avamposti sono l’arma di costruzione di massa che giorno dopo giorno rende fisicamente e politicamente impossibile la nascita di uno Stato palestinese e di conseguenza la pace. Se Abu Mazen fa qualcosa che non piace a Israele, le amministrazioni americane protestano o un premier deve rivincere le elezioni, le colonie crescono. Israele non viola sistematicamente solo il diritto internazionale ma anche le sue leggi. Ofra, 3.200 coloni, fu costruita nel 1975 con il sostegno dei laburisti Yitzhak Rabin e Shimon Peres su terreni di proprietà palestinese e senza il piano regolatore richiesto dalle norme israeliane.

Nel suo ultimo rapporto Peace Now spiega che in 10 mesi sono state completate 2.149 case e si sta lavorando per altre 2.598. “Il numero delle abitazioni in costruzione in tutto Israele è la metà di quelle in costruzione negli insediamenti”, denuncia lo storico movimento pacifista israeliano. A Gerusalemme le proporzioni sono maggiori: dei 60mila appartamenti pianificati dall’amministrazione comunale per i residenti ebrei, 52mila saranno costruiti al di là della Linea Verde, la vecchia frontiera del 1967.

Quando la comunità internazionale obietta contro l’allargamento degli insediamenti, Israele spiega che si tratta di “naturale espansione demografica”. Fra i 327mila coloni in Cisgiordania e i 200mila a Gerusalemme Est, la natalità è del 5,8% mentre nel resto del Paese è dell’1,8. Ma è proprio la questione demografica che dovrebbe spingere Israele a fermare l’impresa delle colonie, rinunciando alle leggi e alle agevolazioni fiscali che incentivano la gente a trasferirsi nei territori. Le famiglie ultra-nazional-religiose delle colonie crescono ma non raggiungeranno mai la natalità araba. Secondo l’Ufficio centrale di statistica dell’Autorità palestinese, nel 2010 fra il Mediterraneo e il fiume Giordano, cioè Israele, Gaza e Cisgiordania, vivevano 5,7 milioni di ebrei e 5,5 di arabi. Agli attuali tassi di crescita, nel 2014 le popolazioni ebraica e araba raggiungeranno la parità: 6,1 milioni. Nel 2020 gli ebrei saranno 6,7 e i palestinesi 7,2. Con qualche differenza di percentuali e di tempi, è la tendenza che già un decennio fa aveva segnalato il demografo israeliano Sergio Della Pergola. E’ per questo che Sharon aveva deciso di smantellare le colonie di Gaza: per salvare Israele.

La sua arma di costruzione di massa sta rapidamente spingendo il Paese allo snodo del suo futuro: riconoscere gli stessi diritti civili ai palestinesi annessi insieme ai territori e dunque rinunciare all’essenza ebraica dello Stato; o affermare quest’ultima, negando i diritti agli arabi e rinunciando all’altra essenza dell’ebraismo moderno: la democrazia. Nessun terrorista palestinese è mai stato così pericoloso.

http://ugotramballi.blog.ilsole24ore.com

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