Israele, finalmente, arresta i killer del piccolo Ali Dawabsha

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04 dic 2015

Lo sviluppo delle indagini è giunto dopo le pressioni del coordinatore delle Nazioni Unite e due petizioni alla C0rte Suprema presentate da un deputato alla Knesset e dal gruppo parlamentare della Lista Araba Unita

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Ali Dawabsha, 18 mesi. Foto da Twitter

di Michele Giorgio – Il Manifesto

Gerusalemme, 4 dicembre 2015, Nena News – È stato fondamentale due giorni fa l’intervento di Nickolay Mladenov, il coordinatore speciale delle Nazioni Unite per il Medio Oriente. Il diplomatico aveva espresso forte frustrazione per l’atteggiamento delle autorità israeliane che per quattro mesi, pur conoscendoli, non hanno arrestato i coloni ebrei responsabili del rogo di Kfar Douma (Cisgiordania) in cui bruciò vivo il piccolo Ali Dawabsha, 18 mesi, e uccise nelle settimane successive, per le gravi ustioni, i suoi genitori Saad e Riham. Della famiglia Dawabsha resta in vita solo Ahmed, quattro anni. Finalmente ieri è giunto l’annuncio dell’arresto di alcuni giovani ebrei, almeno due. Sui loro nomi, almeno fino a ieri sera, c’era un divieto di divulgazione al pubblico ordinato dai giudici. Saranno rinviati a giudizio ma non è chiaro se per omicidio premeditato o colposo.

«Li conosciamo ma non possiamo agire contro di loro per non rivelare una importante fonte di informazione», spiegò un paio di mesi fa il ministro della difesa Moshe Yaalon. Da allora non si era più saputo nulla, nonostante le petizioni presentate alla Corte Suprema dal deputato palestinese israeliano Issawi Freji (Meretz) e dal gruppo parlamentare della Lista Unita Araba, affinchè si agisse subito contro i killer della famiglia Dawabsha. Non è un mistero che servizi segreti ed esercito di Israele siano molto efficienti e rapidi nell’individuare e colpire i “terroristi palestinesi” e decisamente più lenti e morbidi con i “terroristi ebrei”. A maggior ragione da quando alla guida del Paese c’è un governo di destra che include formazioni ultranazionaliste molto vicine al movimento dei coloni. Si tratta di una “doppia giustizia” che i palestinesi sotto occupazione militare denunciano da sempre e che, in questa occasione, si è resa ancora più evidente nonostante il premier Benyamin Netanyahu continui ad affermare la “tolleranza zero” verso ogni atto di terrorismo.

I nomi dei responsabili della morte di Ali, Saad e Riham Dawabsha in realtà sono noti. A rivelarli qualche giorno fa è stato l’attivista israeliano Richard Silverstein, sul suo sito, “Tikun Olam” (http://www.richardsilverstein.com/2015/12/01/breaking-after-mks-appeal-to-supreme-court-shabak-arrests-2-new-suspects-in-dawabshe-murders/). Lo Shin Bet, ha ricostruito Silverstein, era al corrente di tutto sin dall’inizio grazie a un agente infiltrato nel gruppo estremista. Tuttavia questo agente potrebbe aver avuto un ruolo attivo nell’accaduto non rivelando ai suoi superiori le intenzioni di Elisha Odess e Hanoch Ganiram, due giovani cresciuti in un ambiente ultranazionalista e religioso, contrario a qualsiasi rinoscimento dei diritti dei palestinesi. Il padre di Ganiram, Yitzhak, è stato un membro di un agguerrito gruppo terroristico ebraico, responsabile negli anni 80 di attentati molto gravi a danno di sindaci palestinesi in Cisgiordania, a quel tempo sostenitori dell’Organizzazione per la liberazione della Palestina (Olp).

Secondo i dati dell’ufficio dell’Onu per il Coordinamento degli Affari Umanitari, dall’inizio del 2015 sono stati circa 150 gli attacchi di coloni e estremisti israeliani a danno di palestinesi e delle loro proprietà. Uno studio pubblicato dall’associazione per i diritti umani Yesh Din rivela che negli ultimi 10 anni su mille denunce da parte palestinese, solo il 7.4 per cento ha prodotto un capo d’accusa contro i coloni. Nessun peraltro crede che agli assassini di Ali Dawabsha sconteranno la pena completa e si vedranno demolire l’abitazione, come ha fatto ieri mattina l’Esercito nel caso di Ahmed Aliwi (37 anni), membro di Hamas, ritenuto la mente dell’attacco in cui due mesi fa sono morti due coloni israeliani, Eitam e Naama Henkin. Nena News

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