ISRAELE. Inaugurato nuovo aeroporto tra le proteste giordane

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22 gen 2019

Secondo Amman, il “Ramon”, costruito molto vicino alla località giordana di Aqaba, viola il suo spazio aereo. Accuse che non interessano al premier israeliano Netanyahu che ha parlato ieri di “grande cambiamento” perché “offrirà ad Israele maggiori capacità strategiche in tempi normali e di emergenza”

A picture taken on January 21, 2019 shows a partial view of the new international Ramon Airport, located some 18 kilometres north of the southern Israeli Red Sea resort city of Eilat, – Israel inaugurated the new international airport in its desert south meant to boost tourism to the nearby Red Sea and serve as an emergency alternative to Tel Aviv’s Ben-Gurion airport. (Photo by MENAHEM KAHANA / AFP)

della redazione

Roma, 22 gennaio 2019, Nena News – Proteste giordane per il nuovo aeroporto internazionale israeliano “Ramon” inaugurato ieri vicino al suo confine. Motivo? Minaccia lo spazio aereo del regno hashemita. Secondo il capo della Commissione regolatoria dell’aviazione civile giordana Haytham Misto, infatti, lo scalo viola “gli standard internazionali relativi al rispetto della sovranità dello spazio aereo degli altri stati”. “La Giordania – ha aggiunto Misto – rifiuta la sua apertura nell’attuale posizione”. L’aeroporto, denuncia Amman, si trova infatti troppo vicino alla città portuale giordana di Aqaba.

Ma le accuse di Misto lasciano il tempo che trovano a Tel Aviv. Ieri il premier israeliano Netanyahu ha partecipato alla cerimonia d’apertura del nuovo scalo che, nei piani israeliani, dovrebbe aumentare il turismo e servire come alternativa d’emergenza a quello di “Ben Gurion” di Tel Aviv.

Gli aerei verranno qui da sud, est e nord. E’ un grande cambiamento nell’accessibilità a Israele e al suo status internazionale” ha dichiarato Netanyahu. “Lo scalo – ha aggiunto – ci offrirà maggiori capacità strategiche in tempi normali e, per quanto necessario, in casi di emergenza”. Il Ramon, infatti, è stato pensato anche come aeroporto su cui poter dirottare in casi straordinari i voli diretti al Ben Gurion. Una lezione appresa da Israele nel 2014 durante la sua offensiva “Piombo fuso” sulla Striscia di Gaza quando, a causa del lancio di razzi dal piccolo lembo di terra palestinese, l’unico scalo internazionale israeliano fu costretto a cessare brevemente le sue attività.

Il Ramon, situato a 18 chilometri dalla rinomata località turistica israeliana di Eilat, dista 200 chilometri da Gaza e 370 dal Libano. Colpirlo, pertanto, dovrebbe risultare molto più difficile. Si trova lontano anche da eventuali attacchi di milizie islamiste nel Sinai ed è protetto da una “recinzione anti-missilistica intelligente” lunga 4,5 chilometri e alta 26 metri che dovrebbe proteggere la struttura in caso di attacco.

In una prima fase il Ramon avrà solo voli domestici di compagnie israeliane, ma dovrebbe aprirsi successivamente anche ai voli internazionali (non si sa però ancora quando). Costato circa 1,7 miliardi di shekel (455 milioni di dollari), si stima che avrà in un primo momento un flusso di passeggeri intorno ai 2 milioni all’anno, ma dovrebbe arrivare a 4,2 milioni entro il 2030. La sua pista è lunga 3.600 metri e ha un’area parcheggio per 9 larghi aeroplani di larga fusoliera. L’apertura del nuovo scalo potrebbe dare un impulso al turismo in Israele, settore che nel 2017 (ultimo anno di cui si hanno dati) ha prodotto rendite pari a 5,8 miliardi di dollari e ha registrato un picco di ingressi lo scorso anno (4,12 milioni di turisti).

Alle luci del nuovo Ramon, si contrappone però la realtà quotidiana israeliana di occupazione di terra palestinese. Ieri le forze armate israeliane hanno ucciso vicino ad un checkpoint nei pressi di Nablus il 36enne palestinese Fauzi Adevi perché, sostiene l’esercito, avrebbe tentato di accoltellare un soldato.

Secondo i dati della ong israeliana per i diritti umani B’Tselem, nel 2018 i militari israeliani hanno ucciso 290 palestinesi (di cui 55 minori) nei Territori occupati. Domina il triste primato Gaza con 254 morti. Undici vittime palestinesi in Cisgiordania, scrive l’ong, “sono stati uccisi mentre attaccavano, tentavano di attaccare o presumibilmente stavano attaccando le forze armate o i civili israeliani con accoltellamenti, investendoli con le macchina o utilizzando altre armi”.

Tuttavia, precisa l’organizzazione, la maggior parte delle vittime è stata uccisa in questi casi per “l’incosciente politica d’Israele del fuoco aperto” che si è tradotta in una “politica dello sparo per uccidere”. Né si ferma la quotidiana campagna di arresti israeliana in Cisgiordania: ieri all’alba 23 palestinesi, tra cui un avvocato, sono stati arrestati dai militari in varie località cisgiordane. Nena News

 

 

ISRAELE. Inaugurato nuovo aeroporto tra le proteste giordane

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