Israele : l’’idolatria della terra di David Terracini

domenica 6 novembre 2011

Nei giorni in cui la delegazione palestinese presentava alle Nazioni Unite la dichiarazione unilaterale di fondazione dello
Stato Palestinese, noi ebrei di tutto il mondo ci accingevamo a celebrare i dieci giorni di penitenza (teshuvàh) compresi  tra il capodanno (Rosh a-Shanah) e il giorno del digiuno (Kippur). Secondo una tradizione millenaria, noi leggevamo il pezzo della Torah che narra l’arrivo del popolo guidato da Mosè ai confini della Terra Promessa, ed il cantico di benedizione/maledizione che il nostro Profeta ci ha lasciato in eredità. Io vi ho condotto nella Terra che vi ho promesso che stilla il latte ed il miele (dice D-o), ma attenzione: se adorerete gli idoli delle altre genti sarete maledetti e cacciati da questa Terra.

Non credo si possa tacere la coincidenza di questi due fatti: la istanza del popolo palestinese di vedere riconosciuto lo Stato che li rappresenta e la promessa/minaccia Terra d’Israele/idolatria.
È oggetto di controversie infinite il fatto che i palestinesi se ne siano andati di loro volontà o siano stati cacciati dall’esercito israeliano, come infinite sono le discussioni sulle responsabilità del conflitto mediorientale, se dell’espansionismo del Popolo d’Israele, o del terrorismo del Popolo Palestinese o dell’aggressione dei Paesi Arabi o di tutto questo insieme. Due fatti oggettivi sono indubbi:
1 – in 60 anni il territorio assegnato ai Palestinesi è andato riducendosi progressivamente.
2 – una pace giusta (cioè frutto di trattativa e non di soperchieria) deve prevedere degli indennizzi economici o territoriali od entrambi.
Passiamo alla promessa/minaccia di Mosè. Non si insisterà mai abbastanza, nei confronti degli anti-sionisti, nel ricordare che l’aspirazione al ritorno alla Terra dei Padri non ha nulla a che vedere col colonialismo ottocentesco: è una pulsione intrinseca della storia e della cultura dell’ebraismo ancora precedente alla distruzione del Tempio del 70 della nostra era, e risale forse alla prima diaspora babilonese. Ma un attaccamento ad una Terra dei Padri Integra dal Giordano al Mare, senza possibili compromessi, può giustificare il sacrificio di vite umane nostre e dei nostri avversari? Che cos’è questa idea fissa per una Terra Integrale d’Israele, se non una vera idolatria nei confronti di una dea terra assetata di sangue, novello idolo pagano, sul cui altare si possono e si devono immolare vittime umane? L’attaccamento a questa terra che coltivavano i nostri ottantisnonni (cioè i nostri avi di ottanta generazioni fa), e che la Torah narra sia stata promessa al Popolo di Israele, non può farci dimenticare un fatto altrettanto reale: la stessa terra è stata coltivata dai nonni dei palestinesi, e prima di loro dai loro avi per almeno settantanove generazioni. A nulla valgono le recriminazioni dei neo-coloni, che sostengono che la terra era abbandonata e sterile e che nulla avevano fatto gli autoctoni per dissodarla: forse che il possesso di mezzi e tecniche di produzione autorizza lo sfratto di popolazioni prive di mezzi? È un paese basato sulla giustizia, quello che sta per nascere in Giudea e Samaria? La venerazione idolatrica della dea terra e l’oblio della giustizia in Terra d’Israele non assecondano certo l’arrivo del Mashiach.
La richiesta delle autorità palestinesi di riconoscere, davanti alle Nazioni Unite, lo Stato Palestinese autoproclamato, per il momento è stata sospesa su istanza
degli Stati Uniti e di alcuni paesi europei tra cui l’Italia. Il problema si riproporrà tra breve, e l’istanza palestinese sarà sicuramente accolta a stragrande maggioranza dall’Assemblea Generale. C’è chi sostiene che questa auto-proclamazione sarà letale per le trattative finora siglate, c’è chi al contrario sostiene che si sbloccherà una situazione arenata da anni sulle richieste palestinesi di bloccare gli insediamenti ebraici nei Territori e sulla richieste israeliane di riconoscimento dello Stato Ebraico. I prossimi mesi sarà forse più chiaro lo sviluppo della situazione. Personalmente ritengo che una pace giusta non potrà prescindere dal ripudio del grave peccato di idolatria commesso finora nei confronti di una dea pagana straniera, la terra di conquista. Questo significa attuare i primi passi che la diplomazia internazionale richiede da anni al Governo di Israele: bloccare i nuovi insediamenti ebraici nei Territori Occupati e riconoscere al Popolo Palestinese il diritto a giusti indennizzi. Tutto questo può e deve essere attuato salvaguardando la sacrosanta sicurezza della popolazione israeliana.
David Terracini

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