Israele: La Firing Zone ci fa risparmiare

Lo Stato d’Israele presenta alla Corte Suprema la risposta alle mozioni contro la Firing Zone 918. Ma la battaglia delle comunità a Sud di Hebron prosegue. Anche online.

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mercoledì 7 agosto 2013 09:05
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Comunità palestinesi nella Firing Zone 918 (Foto: Operazione Colomba)

dei volontari di Operazione Colomba* – a cura di Nena News

At-Tuwani (Hebron), 7 agosto 2013, Nena News – Mercoledì 31 luglio 2013 lo Stato israeliano ha presentato all’Alta Corte di Giustizia israeliana la risposta alle due mozioni che chiedono l’annullamento dell’evacuazione forzata di otto dei dodici villaggi che compongono la Firing Zone 918. Nella risposta lo Stato espone le motivazioni per cui l’evacuazione forzata non andrebbe bloccata: “Le esercitazioni [nella Firing Zone 918, ndr] fanno risparmiare all’esercito israeliano tempo e denaro”.

Infatti, “lo sviluppo di una nuova generazione di armi a più alto raggio necessita di un maggior numero di esercitazioni rispetto al passato. Usare la Firing Zone 918, in particolare, farebbe risparmiare tempo e denaro perché è molto vicina alla base di esercitazioni della Brigata Nahal a Tel Arad. Nei fatti, la base fu costruita lì nel 1993 proprio perché era vicina a due firing zone, la 918 e la 522”.

La Firing Zone 918, nell’area che i palestinesi chiamano Masafer Yatta, è stata dichiarata area di esercitazioni per l’esercito israeliano negli anni ’70; nel ’99 le forze militari e di amministrazione civile israeliane espulsero forzatamente dall’area tutti i residenti palestinesi, distruggendone le proprietà. Gli abitanti palestinesi ricorsero all’Alta Corte israeliana che sancì, tramite una sentenza temporanea, il ritorno dei residenti alle loro case, vietandone l’espulsione fino ad una sentenza definitiva dell’Alta Corte.

Il 19 luglio 2012 lo Stato israeliano, seguendo le istruzioni del Ministero della Difesa, sottopose all’Alta Corte una dettagliata notifica in cui dichiarava che gli abitanti palestinesi dell’area non erano in realtà residenti abituali e chiedeva non più l’evacuazione forzata di dodici villaggi, ma solamente di otto (quattro villaggi sono, infatti, molto vicini a colonie o avamposti israeliani che nessuno ha intenzione di evacuare). L’Alta Corte, notificando un “cambiamento nella situazione normativa”, ha riaperto il caso.

Gli abitanti palestinesi hanno presentato, in risposta a questa notifica dettagliata, due mozioni. La prima, sottoposta all’Alta Corte il 16 gennaio 2013 tramite ACRI (Association for Civil Rights in Israel), è stata sottoscritta da 108 famiglie residenti nell’area, che hanno chiesto l’annullamento dell’evacuazione forzata, intesa come una violazione della legge umanitaria internazionale.

Alla fine di gennaio l’esercito israeliano, a scopo intimidatorio, ha inviato più di duecento soldati a condurre esercitazioni militari tra le case dei palestinesi nella Firing. L’Alta Corte non ha accettato di procedere per oltraggio alla corte contro lo Stato, come ACRI proponeva, dichiarando che “non ci sono stati danni”. In realtà, testimoni oculari hanno dichiarato che molto del grano seminato era stato danneggiato, erano state scavate delle trincee nei campi palestinesi e ad alcuni pastori era stato impedito di pascolare per non disturbare le esercitazioni militari.

L’altra mozione, presentata alla Corte il 7 febbraio 2013 tramite l’avvocato Shlomo Lecker, rappresenta 143 famiglie provenienti da 7 degli otto villaggi che rischiano l’evacuazione forzata. Si tratta di una mozione complementare a quella di ACRI, che si concentra soprattutto sui diritti di proprietà della terra, sulla situazione di fatto delle famiglie residenti e sull’impatto sull’uomo della Firing Zone 918. Entrambe le mozioni chiedono una sentenza di divieto d’uso della Firing Zone da parte dell’esercito israeliano.

Il 18 aprile 2013, Regavim (un’associazione sionista di coloni israeliani) ha richiesto di partecipare alla causa come amicus curie (soggetto giuridico che offre informazioni alla Corte), allo scopo di mettere pressione sull’Amministrazione Civile israeliana e sul tribunale affinché si acceleri la demolizione e l’evacuazione degli otto villaggi. La Corte aveva dato tempo fino al 28 maggio 2013 alle parti per opporsi alla richiesta, ma nessuna delle parti ha obiettato. Mercoledì scorso lo Stato, dopo molti rinvii, ha quindi presentato la risposta alle due mozioni e si attende per gli inizi di settembre la sentenza dell’Alta Corte di Giustizia.

Nel frattempo, sono nate diverse iniziative di pressione internazionale per impedire l’evacuazione di Masafer Yatta. Una di queste è una campagna di pressione e sottoscrizione di una petizione on-line (firma qui l’appello) rivolta al primo ministro e al Ministero della Difesa israeliani, ideata dal Popular Struggle Coordination e dal South Hebron Hills Popular Committee (in collaborazione con Operazione Colomba, ISM, CPT, Ta’ayush, AIC, Comet-ME). Anche Amnesty International ha redatto un appellochiedendo di fare pressione sul Ministero della Difesa israeliano, sul giudice militare israeliano e sulle nostre rappresentanze diplomatiche (appello di Amnesty). Nena News

*Operazione Colomba, Corpo Civile di Pace della Comunità Papa Giovanni XXIII (Operazione Colomba mantiene una presenza costante nelle Colline a sud di Hebron dal 2004)

 

 

http://nena-news.globalist.it/Detail_News_Display?ID=83463&typeb=0&Israele-La-Firing-Zone-ci-fa-risparmiare

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