Israele. La libertà di espressione alla prova del boicottaggio

21 Febbraio 2014
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di: Stefano Nanni

 

“Il boicottaggio può dare fastidio a molti, ma bisogna ricordare al governo che è ancor più necessario proteggere la libertà di espressione proprio quando è impopolare o ostile.” Intervista ad Aeyal Gross, docente di diritto internazionale e membro dell’Associazione per i diritti civili in Israele.

Raramente il BDS (Boycott, Divestment and Santcions), movimento nato da un’iniziativa della società civile palestinese nel 2005 ed estesosi poi a livello internazionale, aveva avuto tutta l’attenzione che sta ricevendo in Israele nelle ultime settimane. Sulla carta stampata, in prima serata in tv, o durante i telegiornali: interviste a economisti, imprenditori ed opinionisti non fanno altro che ripetersi. E la domanda principale che viene rivolta loro è: come è possibile difendersi dal boicottaggio?

Il governo e le istituzioni, da parte sua, non stanno di certo a guardare. Mentre si materializzavano due altri importanti segni evidenti dell’avanzata del movimento – la decisione della più grande banca danese di inserire nella ‘lista nera’ l’omologa israeliana, la Bank Hapolaim, e l’esclusione  di due compagnie israelianeda un fondo pensione norvegese – il primo ministro Benyamin Netanyahu convocava un Consiglio dei ministri straordinario per discutere delle strategie da adottare per contrastare il boicottaggio.

L’obiettivo è quello di rafforzare e migliorare la hasbara war, ovvero una guerra contro il BDS da combattere con una serie di iniziative mirate alla promozione di Israele nel mondo lanciata dal ministero degli Esteri circa un anno fa.

Oltre a ribadire che, nelle parole di Netanyahu, “i fondatori del BDS non sono altro che ‘classici anti-semiti’ che vogliono la fine dello stato ebraico”, una delle proposte uscite da questo incontro consiste nel cercare di allargare gli orizzonti commerciali ed economici di Israele al fine di ridurre la dipendenza dal mercato dell’Unione Europea.

E non è un caso che lo scorso 12 febbraio Tel Aviv abbia ricevuto lo status di osservatore all’interno del gruppo regionale dell’Alleanza Pacifica in America Latina in seno all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite. Ma non è solo sul piano economico che le istituzioni stanno agendo.

La settimana scorsa il ministero per gli Affari Strategici ha infatti richiesto al governo un investimento di 100 milioni di shekel per creare un’unità speciale che riunisca non solo personale accademico, ma anche militare e agenti dei servizi segreti, affinché si occupino esclusivamente del boicottaggio.

Per quanto riguarda invece il piano interno il governo ha già da tempo adottato uno strumento in funzione anti-BDS. Tre anni fa la Knessett approvava una legge di cui basterebbe il nome con il quale è stata ribattezzata per percepirne i contenuti: la legge Anti-Boicottaggio. In realtà non c’è nulla di scontato, perché aldilà del titolo il testo della legge è abbastanza impreciso. Il problema, tuttavia, non riguarda solo la chiarezza o meno dei contenuti, bensì la sua legittimità.

Non appena fu approvata diverse organizzazioni a difesa dei diritti umani hanno subito criticato il governo perché, a detta loro, soltanto “l’idea di punire chi promuove il boicottaggio viola il principio basilare della libertà di espressione”.

Presentata immediatamente dopo l’entrata in vigore della legge, la petizione è stata discussa  domenica scorsa di fronte alla Corte Suprema in un’udienza pubblica. E’ attesa per i prossimi mesi una sentenza definitiva. 

Per approfondire i problemi che ruotano attorno a questa legge, Osservatorio Iraq ha contattato il professore di diritto costituzionale e internazionale all’università di Tel Aviv, Aeyal Gross, che tra l’altro è un membro del comitato direttivo dell’ACRI (Association for Civil Rights in Israel), una delle organizzazioni protagoniste della petizione.

In cosa consiste la legge “Anti-Boicottaggio”?

E’ difficile dirlo con esattezza. Il testo della legge è alquanto vago. Quello che tuttavia è molto chiaro è che questa legge crea delle possibilità di citare in giudizio chiunque supporti il boicottaggio in Israele, definito come “qualunque atto che mira ad evitare qualsiasi rapporto economico, culturale o accademico con un’altra persona soltanto perché quest’ultima ha dei legami con Israele, una delle sue istituzioni o un’area sotto il suo controllo in modo da creare danni economici, culturali o accademici”. Particolare attenzione è stata data, domenica scorsa durante l’udienza alla Corte Suprema, all’espressione “un’area sotto il suo controllo”, perché ovviamente si riferisce ai Territori Occupati, e quindi rende ancora più problematica la questione perché, come è stato già argomentato, la costituzionalità potrebbe venire meno solo per una parte della legge.

Un altro aspetto poco preciso è la definizione dell’ “atto”, perché può riguardare un qualsiasi appello pubblico intenzionale di boicottaggio contro lo Stato di Israele, e che viene automaticamente considerato un illecito civile comportante risarcimento. E’ fondamentale sottolineare inoltre che, secondo la legge, non c’è bisogno di provare il danno effettivo ma è sufficiente la sola intenzionalità.

In che modo è stata applicata la legge fino ad oggi?

Non c’è stato alcun caso di risarcimento richiesto o comunque di controversia, fino ad ora, in base ai termini della legge.

Ma questo non significa che non vi siano state delle ripercussioni. Si può parlare infatti di un effetto intimidatorio, perché da quando è entrata in vigore la legge quelle organizzazioni che erano solite pubblicare le liste dei prodotti delle colonie, anche senza fare appello al boicottaggio, hanno smesso di farlo perché si sono sentite costrette, per paura di violare la legge. Questo può essere considerato una conseguenza indiretta a tutti gli effetti. D’altro canto, se oggi qualcuno richiedesse un risarcimento appellandosi alla legge sono quasi certo che il tribunale risponderà che bisogna attendere il verdetto della Corte Suprema sulla sua costituzionalità.

Tornando alla scarsa specificità del testo della legge, pare che essa sia applicabile anche nei confronti di cittadini israeliani residenti all’estero…

In teoria sì, ma credo che in pratica si applichi solo a livello interno. Comunque questa rimane una domanda importante perché non c’è alcun riferimento ai cittadini israeliani che vivono fuori da Israele. Ma proprio per questo potrebbero esserci diversi tipi di interpretazione…

Come crede che il governo proverà a sostenere la validità della legge di fronte alla Corte? Nel 2011, quando fu approvata in Parlamento, il consigliere legale della Knesset disse che sarebbe stato molto difficile difenderla…

Bisognerà aspettare e leggere la posizione del governo, considerando anche che il consigliere legale è cambiato. Ma posso immaginare che gli argomenti che porteranno avanti riguarderanno il fatto che ora ci sono molte più “minacce” provenienti dal boicottaggio rispetto a tre anni fa, quando la legge era stata giustificata in questo modo. E non a caso il suo nome originale è “Legge di Prevenzione del Danno allo Stato attraverso il Boicottaggio”.

Insistere tuttavia sul fatto che oggi, soprattutto in questo periodo, ci sono più azioni connesse al movimento BDS non modifica la natura draconiana della legge.

In un suo recente articolo per il quotidiano israeliano Haaretz lei dice che ad essere in gioco, nel dibattito sulla legge Anti-Boicottaggio, c’è ben altro…

Questa legge viola il diritto di esprimere la propria opinione, per quanto dura e critica essa possa essere. Ma il boicottaggio non che è una forma di protesta politica che in uno stato democratico è assolutamente legittima. Con questo strumento il governo vuole punire chi protesta e farne un trasgressore della legge. E non bisogna dimenticare che inizialmente l’intenzione era quella di inserire fare della legge materia di diritto penale, e non civile…

Il boicottaggio può dare fastidio a molti, è vero, ma qui sembra che si debba ricordare un principio fondamentale, cioé che è ancor più necessario proteggere la libertà di espressione proprio quando un certo tipo di espressione è impopolare o ostile.

Secondo lei c’è un filo conduttore tra questa ed altre leggi, come ad esempio la cosiddetta Nakba Law o la legge Anti-Diffamazione dell’esercito?

Certamente. In Israele esistono diversi provvedimenti, che io definisco “killing the messenger laws”  (leggi che colpiscono il messaggero, ndr), hanno in comune una cosa: non affrontano la sostanza, il contenuto di una questione, ma si limitano a criminalizzare chi ne vuole parlare. Ci sono tante altre leggi oltre a quella contro il Boicottaggio o quelle da lei citate. Nel 2011 si sfiorò il culmine con la formazione di una commissione parlamentare speciale di indagine sulle organizzazioni per i diritti umani per combattere il fenomeno di “delegittimazione” delle IDF (Israeli Defence Forces, ndr).

Tutto questo fa parte di una serie di tentativi per mettere a tacere le critiche e le proteste, dal momento che queste vengono interpretate come parte di una continua e ingiusta persecuzione a danno di Israele. Siamo di fronte dunque a un processo ben più ampio che ha a che fare con una “vecchia” domanda: Israele può davvero definirsi una democrazia?

 

Israele. La libertà di espressione alla prova del boicottaggio

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