Israele: la manipolazione di Netanyahu su Mandela

domenica 8 dicembre 2013

immagine1

Sintesi personale

 

Nel suo omaggio a Nelson Mandela  il primo ministro Benjamin Netanyahu lo ha descritto come “un combattente per la libertà che ha respinto la violenza .

 

Davvero ?

 

Ecco un estratto dalla dichiarazione di Mandela alla corte durante il suo processo 1964 per sabotaggio e tradimento : ” Ci hanno messo in una posizione in cui abbiamo dovuto  scegliere  tra il permanere in uno  stato   di inferiorità  o  sfidare il governo . Abbiamo scelto di sfidare il governo . In primo luogo abbiamo infranto la legge in modo da evitare qualsiasi ricorso alla violenza , quando questa forma  di lotta è stata legiferata illegale  e quando il Governo è ricorso ad una dimostrazione di forza per schiacciare l’opposizione alla sua politica , solo allora abbiamo deciso di rispondere alla violenza con la violenza .

 

Motivando nello stesso discorso sul perché lui  i suoi compagni avessero fatto ricorso alla violenza , Mandela ha detto : “Non ho pianificare ciò con  incoscienza , né perché ho alcun amore per la violenza. Ho programmato ciò  come un risultato di una valutazione calma e sobria della situazione politica che si era creata dopo molti anni di tirannia , sfruttamento e ‘oppressione del mio popolo  da parte dei bianchi . “

 

Per Mandela , la violenza è un mezzo , non un fine . Ha operato pacificamente finché ha potuto, fino a quando il regime dell’apartheid  non ha impedito ogni soluzione pacifica .Quando non aveva altra scelta , ha adottato la  resistenza violenta  e ha scontato  27 anni di carcere duro . Tornò a negoziati pacifici , non appena fu in grado e la sua leadership è stata determinante nel prevenire la guerra civile in Sud Africa .

 

Mandela non  ha mai rinunciato all’  uso della violenza , ma nel 1990 non era più necessario:  il regime dell’apartheid aveva bisogno di lui  . Sanzioni internazionali , cambiamento demografico inarrestabile e  i costi paralizzanti del mantenimento dell’apartheid avevano portato il Sud Africa in ginocchio . Il regime ha trascorso diversi anni a negoziare la migliore offerta  , ma la fine dell’apartheid era ormai sancita . Aveva fatto il suo corso .

 

Nelson Mandela sapeva che c’era un tempo per la violenza , inevitabilmente seguito da un tempo di pace. FW de Klerk , il primo ministro del Sud Africa , in un drammatico discorso al parlamento il 2 febbraio 1990 , annunciò sia il rilascio di Mandela  sia  la fine imminente dell’ apartheid .

 

Riflettendo su quel discorso a distanza di 20 anni , De Klerk ha detto: ” I ​​bianchi volevano aggrapparsi a quanto potevano ed erano troppo avidi …Siamo stati coinvolti in una lotta armata   dove non  ci sarebbero  stati vincitori. La decisione chiave  era se fare un cambiamento di paradigma .

 

Sia De Klerk e Mandela hanno affrontato la profonda divisione nei loro ranghi da parte di quelli  che erano contrari a fare concessioni ,  incapaci di vedere i loro avversari come esseri umani con le stesse aspirazioni ,  speranze e  paure .

L’ala destra del partito di De Klerk e il reazionario partito conservatore alla sua destra accusarono il primo ministro di tradimento e ingenuità ( suona familiare ? ) I manifestanti gridavano ” Hang de Klerk , appendere Mandela “, e , per buona misura , ” Hang gli ebrei ” .

 

Ma la causa della pace aveva trovato due campioni in Mandela e  in De Klerk .Rimasero fermi  di fronte alla irrazionalità  dell’odio e della violenza , risolsero le differenze tra loro in  trattative strazianti che   i politici israeliani  definiscono ( anche se mai li faanno ) “concessioni dolorose . “ Il nuovo Sud Africa era nato .

 

E ‘un peccato che Netanyahu , volgare e trasparente  come al solito , abbia cercato di manipolare Mandela per i suoi scopi . Entrambe le parti esercitano violenza in un conflitto armato e la violenza di stato non è meno letale rispetto a  quella di  tipo irregolare .

 

Se l’analogia del Sud Africa viene applicato a Israele , Netanyahu può giocare il ruolo De Klerk . Egli può continuare ad essere il signore della guerra etnica sanguinosa con un potente esercito a sua disposizione o può superare il tribalismo atavico del suo background e sottoporsi a quello che De Klerk  ha descritto nel suo discorso di accettazione del Premio Nobel come “un processo di introspezione , di ricerca interiore , di  pentimento , di realizzazione della futilità del conflitto in corso , di riconoscimento di politiche fallimentari e dell’ ingiustizia che  ha portato con sé “ .

 

Come ha detto De Klerk nello stesso discorso : “La domanda che dobbiamo porci è se stiamo facendo progressi verso l’obiettivo della pace universale  o stiamo  girando  storicamente  sempre sull’asse di  un’ aggressione insensata e autodistruttiva ?

 

La repressione , l’ingiustizia e lo sfruttamento sono ostili  alla pace . La pace è gravemente minacciata dalla paura , dall’ invidia e dallo  scatenamento di aspettative non realistiche . Intolleranza e pregiudizi razziali  di classe e di religione sono i suoi nemici mortali . “

 

La scelta è di Netanyahu .

 

Roy Isacowitz è un giornalista e scrittore che vive a Tel Aviv .

Pubblicato da 

http://frammentivocalimo.blogspot.it/2013/12/israele-la-manipolazione-di-netanyahu.html
………………………………………………………………………….
ARTICOLO ORIGINALE
http://www.haaretz.com/opinion/.premium-1.562383

Netanyahu’s Mandela manipulation

Can the Israeli prime minister emulate F.W. de Klerk and shed the role of ethnic warlord?

By | Dec. 9, 2013 | 3:09 AM

immagine1

In this Dec. 10, 1993 file photo, South African Deputy President F.W. de Klerk, right, and South African President Nelson Mandela pose with their Nobel Peace Prize Gold Medals and Diplomas in Oslo. Photo by AP

In his tribute to Nelson Mandela following the South African statesman’s death, Prime Minister Benjamin Netanyahu described him as “a man of vision, a fighter for freedom who rejected violence.”

Really?

Here’s an extract from Mandela’s statement to the court during his 1964 trial for sabotage and treason: “We were placed in a position in which we had either to accept a permanent state of inferiority, or to defy the Government. We chose to defy the Government. We first broke the law in a way which avoided any recourse to violence; when this form was legislated against, and when the Government resorted to a show of force to crush opposition to its policies, only then did we decide to answer violence with violence.”

Elaborating in the same speech on why he and his comrades had resorted to violence, Mandela said: “I did not plan it in a spirit of recklessness, nor because I have any love for violence. I planned it as a result of a calm and sober assessment of the political situation that had arisen after many years of tyranny, exploitation, and oppression of my people by the whites.”

So much for Netanyahu’s “fighter for freedom who rejected violence.”

For Mandela, violence was a means, not an end. He operated peacefully as long as he could, until the apartheid regime closed off every peaceful avenue. When he had no other option, he adopted violent resistance — and he paid for it with 27 years in prison, many of them doing hard labor. He returned to peaceful negotiation as soon as he was able, and his leadership was instrumental in averting civil war in South Africa.

Mandela never renounced his use of violence, but by 1990 it was no longer necessary. By then, the apartheid regime needed him more than he needed it. International sanctions, unstoppable demographic change and the crippling costs of maintaining apartheid had brought South Africa to its knees. The regime spent several years negotiating the best deal it could get, but the end of apartheid was preordained. It had run its course.

Nelson Mandela knew that there was a time for violence, but that it would always, inevitably, be followed by a time of peacemaking. F.W. de Klerk, prime minister of South Africa at the time of Mandela’s release from prison and the liberation leader’s chief interlocutor, understood that too. In a dramatic speech to parliament on February 2, 1990, he announced both the release of Mandela and the imminent end of apartheid.

Reflecting on that speech at a distance of 20 years, De Klerk said: “The whites wanted to hang on to as much as they could and were too greedy … I had long come to the realization that we were involved in a downward spiral of increasing violence and we could not hang on indefinitely. We were involved in an armed struggle where there would be no winners. The key decision I had to take now, for myself, was whether to make a paradigm shift.”

Both De Klerk and Mandela faced deep division in their own ranks from those who were opposed to making any concessions to the other side; who were incapable of seeing their opponents as humans with the same aspirations, hopes and fears as themselves.

The right wing of De Klerk’s party and the reactionary Conservative Party to its right accused the prime minister of treason and naïveté (sound familiar?) Demonstrators chanted “Hang de Klerk, hang Mandela” and, for good measure, “Hang the Jews.”

But the cause of peace had found two tough champions in Mandela and De Klerk. They stood firm in the face of irrationality, hatred and violence, they resolved the differences between them in grinding and harrowing negotiations and they both made what Israeli politicians are fond of calling (though never making) “painful concessions.” The new South Africa was born.

It’s a pity that Netanyahu, vulgar and transparent as usual, tried to manipulate Mandela for his own purposes. It might be comforting to contrast the supposedly peaceful anti-apartheid legend with the obviously nonpeaceful Palestinians – but that’s not the way it was or is. Both sides wield violence in an armed conflict and state violence is no less lethal than the irregular kind.

If the South African analogy is applied to Israel, Netanyahu plays the De Klerk role. He can continue being the bloody ethnic warlord with a powerful army at his disposal or he can overcome the atavistic tribalism of his background and undergo what De Klerk described in his Nobel Prize acceptance speech as “a process of introspection, of soul searching; of repentance; of realization of the futility of ongoing conflict, of acknowledgement of failed policies and the injustice it brought with it.”

As De Klerk said in the same speech: “The question that we must ask is whether we are making progress toward the goal of universal peace, or are we caught up on a treadmill of history, turning forever on the axle of mindless aggression and self-destruction?”

“Repression, injustice and exploitation are inimical with peace. Peace is gravely threatened by inter-group fear and envy and by the unleashing of unrealistic expectations. Racial, class and religious intolerance and prejudice are its mortal enemies.”

The choice is Netanyahu’s.

Roy Isacowitz is a journalist and writer living in Tel Aviv.

Contrassegnato con i tag: , ,

Articoli Correlati

Invia una Risposta

Attenzione: la moderazione dei commenti è attiva e questo può ritardare la loro pubblicazione. Non inoltrare più volte lo stesso commento.

Protected by WP Anti Spam