Israele, la sfida degli stomaci vuoti

di Emma Mancini

Per la prima volta uno sciopero della fame dei prigionieri palestinesi detenuti nelle prigioni israeliane rompe il muro dell’indifferenza che ha sempre nascosto al mondo la sorte di migliaia di palestinesi.

Betlemme. Bilal Diab e Thaer Halahlah, prigionieri palestinesi detenuti da Israele, sono ormai all’80esimo giorno di sciopero della fame. Insieme a loro oltre 1.600 prigionieri palestinesi in carceri israeliane stanno rifiutando il cibo dal 17 aprile.
La chiamano la “battaglia degli stomaci vuoti”, mettere i propri corpi al servizio della causa. Nel silenzio dell’opinione pubblica mondiale: solo ieri la missione dell’Unione Europea in Cisgiordania e il Comitato Internazionale della Croce Rossa hanno fatto appello a Israele perché intervenga immediatamente a favore dei detenuti in sciopero, permettendo loro di ricevere visite familiari e di accedere a cure mediche adeguate. Bilal e Thaer rifiutano il cibo da oltre due mesi come forma di protesta per gli ordini di detenzione amministrativa spiccati nei loro confronti dalle autorità israeliane.
Si tratta di una misura cautelare extragiudiziale, illegale per il diritto internazionale perché prevede l’incarcerazione a tempo indeterminato senza capi d’accusa e di conseguenza senza processo. Una pratica usuale in Palestina, dove basta l’ordine di un comandante militare israeliano e un “file segreto” per detenere per mesi e anni civili palestinesi.
A loro si aggiungono altri 1.600 prigionieri politici palestinesi in sciopero contro le politiche a cui l’Israeli Prison Service li costringe.
Iniziata il 17 aprile, Giornata Nazionale dei Prigionieri Palestinesi, la protesta si sta allargando a macchia d’olio. Ogni giorno nuovi gruppi di detenuti di tutte le fazioni politiche, da Fatah ad Hamas fino al Fronte Popolare, aderiscono allo sciopero.
Nonostante minacce e punizioni collettive con cui Israele tenta di spezzare il movimento: multe fino a 100 euro al giorno per chi sciopera, confisca del sale da mettere nell’acqua per proteggere lo stomaco dalla mancanza prolungata di cibo, perquisizioni corporali, divieto di ricevere visite di famiglie e avvocati.
E ancora: cancellazione dell’ora d’aria, trasferimenti da un carcere all’altro (tutti in territorio israeliano, in violazione della IV Convenzione di Ginevra che impone al potere occupante di detenere i prigionieri nel territorio occupato, in questo caso Gaza e Cisgiordania). E la messa in isolamento, pratica volta ad emarginare dal resto della protesta e dal mondo esterno i manifestanti.
Eppure le richieste del movimento dei prigionieri palestinesi non possono che apparire ragionevoli: fine della detenzione amministrativa, in cui oggi sono costretti oltre 320 prigionieri – alcuni da anni, dietro le sbarre senza conoscere il crimine commesso; fine dell’utilizzo dell’isolamento come misura punitiva – è il caso di Ahmad Sa’adat, segretario generale del Fronte Popolare, isolato in una cella da anni; abolizione della cosiddetta Legge Shalit, voluta e implementata dal premier Netanyahu lo scorso giugno per punire collettivamente i detenuti palestinesi per la prigionia del soldato dell’IDF Gilad Shalit, in mano ad Hamas a Gaza fino all’ottobre scorso.
Una legge che vieta l’accesso a canali tv, radio e libri, abolisce l’educazione scolastica e universitaria all’interno delle carceri israeliane e vieta visite familiari e legali. In questi giorni decine di prigionieri palestinesi sono stati trasferiti nell’ospedale militare di Ramle a causa del rapido peggioramento delle loro condizioni di salute. Non possono essere visitati da medici indipendenti né dagli avvocati. È il silenzio che li sta lentamente uccidendo. Che sta uccidendo i 4.610 prigionieri politici palestinesi nelle carceri israeliane. Tra loro – secondo i dati forniti da Addameer, associazione per il sostegno dei prigionieri – ci sono 322 detenuti amministrativi, 27 membri del Parlamento Palestinese, 203 bambini, 6 donne.
“E’ uno sciopero fondamentale – spiega Adnan Ramadan, direttore esecutivo della federazione di organizzazioni palestinesi OPGAI e prigioniero negli anni ’80, quando era ancora minorenne – Fondamentale perché ha riacceso l’attenzione della società civile palestinese sulla questione dei prigionieri. Il movimento dei prigionieri si sta riappropriando del proprio ruolo di collante della resistenza”.
Numerose le manifestazioni di solidarietà a Gaza e in Cisgiordania: marce, tende e sit-in nei villaggi e nelle città, manifestazioni di fronte alle sedi di ONU e Croce Rossa a Ramallah. “Dagli anni ’70 – aggiunge Khader Abu Kabbara, presidente del Club Ortodosso di Beit Jala e assiduo frequentatore delle carceri israeliane – il movimento dei prigionieri si è organizzato, è diventato strutturato.
Le proteste sono divenute collettive, guidate da leader politici ma anche da intellettuali e professori. ll carcere per i detenuti è università, educazione politica, presa di coscienza. È il luogo in cui leggere libri, confrontarsi, scambiare opinioni e idee. Per questo l’obiettivo israeliano oggi è spezzare il movimento dei prigionieri, cercando di ricacciarli in un pericoloso individualismo”.
(da Famiglia Cristiana)

Articoli Correlati

Invia una Risposta

Attenzione: la moderazione dei commenti è attiva e questo può ritardare la loro pubblicazione. Non inoltrare più volte lo stesso commento.

Protected by WP Anti Spam