Israele. L’araba “cattiva” che siede alla Knesset

23 Aprile 2013

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Haneen Zoabi è la prima donna palestinese eletta al Parlamento israeliano in un partito – il Balad – che rappresenta la minoranza araba in Israele. In una lunga intervista racconta le ragioni del suo impegno politico all’interno di un sistema che la discrimina. In prima linea, per “smascherare le ipocrisie del potere”.

di Cecilia Dalla Negra e Stefano Nanni

La sua presenza nel Parlamento israeliano non è mai stata particolarmente gradita. Leggi, misure discriminatorie, attacchi diretti e minacce hanno caratterizzato la quotidianità del suo impegno politico all’interno di quella che lei chiama ‘la presunta macchina democratica dello Stato di Israele”.

Un sasso nella scarpa del sistema: lei, che come prima donna palestinese con cittadinanza israeliana eletta alla Knesset mette in discussione dall’interno una struttura “solo all’apparenza democratica”, perché il contenuto che esprime “è discriminatorio e razzista”.

Haneen Zoabi, classe 1969, è la ‘pasionaria’ araba che ha scelto di rappresentare quel 20% della popolazione di Israele con cittadinanza israeliana, ma identità palestinese: 1,2 milioni di persone contro le quali, negli anni, sono state emanate oltre 50 leggi discriminatorie, rendendole di fatto cittadinanza ‘di serie b’, forzatamente inglobata all’interno dei confini tracciati sulla carta nel 1948.

Haneen di Nazareth, come spesso viene chiamata, oggi siede in uno dei 3 seggi conquistati dal suo partito: il Balad (o National Democratic Alliance), laico e progressista, nato a metà degli anni Novanta per iniziativa di un gruppo di politici e intellettuali guidati da Azmi Bishara, tra i pensatori più influenti del panorama arabo-israeliano.

Finita tante volte al centro delle polemiche in un paese in cui è costretta “a vivere come una straniera”, e in modo particolare nel 2010, dopo la scelta di imbarcarsi a bordo della Mavi Marmara, nave della Freedom Flottilla diretta a Gaza per rompere l’assedio, sulla quale 9 attivisti turchi vennero uccisi in seguito all’assalto della marina militare israeliana.

All’indomani di quella operazione, contro di lei sono scattate misure punitive e repressive: dalla revoca del passaporto diplomatico fino al tentativo di lasciarla fuori dalle ultime elezioni legislative, nel gennaio scorso, attraverso la contestata proposta di legge che le ha rubato il nome.

La “Zoabi Law”, firmata dal parlamentare del Likud Beytenu Danny Danon, per limitare il potere della Suprema Corte israeliana di rovesciare le decisioni della Commissione elettorale centrale, rendendola libera di escludere dalla corsa qualunque partito o aspirante deputato sospettato di poca fedeltà nei confronti dello Stato.

Era stata proprio la Commissione, nel dicembre 2012, a tagliare fuori dalla corsa elettorale Zoabi, accusata di “sostenere il terrorismo e non riconoscere Israele come Stato ebraico”. In quel caso la Corte sovvertì il divieto, consentendole di presentarsi alle elezioni e tornare a sedere in Parlamento.

Per lei è stato coniato anche un temine – Zoabiz – utilizzato per indicare chi si batte per i diritti dei palestinesi all’interno di Israele, “e per distinguere tra arabi buoni e cattivi”, aggiunge lei.

“Io, naturalmente, faccio parte dei ‘cattivi’, perché non accetto un sistema che viola i miei diritti sotto la facciata della democrazia”.

Anche per questo, sostiene, “il mio compito è lavorare all’interno del sistema per smascherarlo, scoprirne il vero volto e metterlo in discussione”.

Perché, spiega, “comprendere le leggi che vengono emanate è un’arma: la nostra consapevolezza contro la loro propaganda”.

Ma se il sistema che vige in Israele ha tutte le caratteristiche per essere definito “apartheid”, per lei è importante che si comprenda come le responsabilità siano condivise nell’impunità garantita a quello che lei chiama “il figlio viziato dell’Europa”.

“Quando il governo italiano firma un trattato con Israele non viola solo i miei diritti di cittadina araba, ma anche i vostri. Manca di rispetto anche a voi e alla vostra Costituzione”.

Incontriamo Haneen Zoabi a Roma, dove si trova per partecipare ad un serie di incontri. Il 18 aprile è al cinema America occupato, per ricordare Vittorio Arrigoni a due anni dalla sua uccisione.

A margine dell’incontro concede a Osservatorio Iraq una lunga intervista, in cui declina il concetto di democrazia, e spiega cosa significa “avere a che fare con un consenso unico e trasversale”.

Parla di “destra e non-destra” (“perché la sinistra lì non esiste più”), di consapevolezza, diritti, genere. E di una scelta coraggiosa: perché “voi potete boicottare Israele”, racconta. “Io ci devo vivere”.

Le elezioni del gennaio scorso in Israele hanno portato alla formazione di un nuovo governo Netanyahu. Qual è la sua opinione sui risultati elettorali?

Non c’è dubbio che la destra abbia vinto ancora, tra l’altro senza aver discusso di questioni politiche importanti: durante la campagna elettorale i temi dell’occupazione e della pace con i palestinesi non hanno trovato spazio nell’agenda politica, un’indicazione del fatto che la giustizia e il riconoscimento dei nostri diritti, anche come cittadini dello Stato, non è più un problema per la società israeliana.

Se prima del voto qualche tipo di dibattito era ancora esistente – penso agli scambi di accuse tra il Likud (il partito del premier, ndr) e il Labor – nel corso della campagna non c’è stato nessun partito che abbia parlato di ‘occupazione’. I temi centrali sono stati interni: economia, dispute tra laici e religiosi, condizioni della classe media secolarizzata. È un segnale molto pericoloso.

Tuttavia il governo uscito dalle elezioni non è semplicemente una replica del Netanyahu-Lieberman del 2009. Questa volta ingloba i partiti centristi come quello di Yari Lapid (Yesh Atid, ndr): è anche grazie a figure come lui e Tzipi Livni, dipinte come ‘centriste’, che lo Stato tenta di dare un’immagine di sé moderata pur proseguendo nelle stesse politiche di sempre. E’ cambiata l’immagine, ma non le violazioni.

Avere di fronte un Parlamento di destra mascherato dietro una moderazione di facciata è ancora più rischioso.

Proprio Yair Lapid durante la campagna elettorale utilizzò il suo nome per coniare un termine, “Zoabiz”, per descrivere sommariamente i palestinesi con cittadinanza israeliana.

Sì, ma non lo ha fatto per riferirsi ai palestinesi israeliani o agli arabi in generale. Ha utilizzato questo termine – che io ho subito tacciato di razzismo – per indicare tutti coloro che tentano di sfidare il sistema.

Esiste un paradigma in Israele: ci sono gli arabi ‘buoni’ e quelli ‘cattivi’: una tattica per dividere i palestinesi, evitando di dover affrontare una controparte unita e compatta. Hanno bisogno di differenziarci: io, ovviamente, faccio parte dei ‘cattivi’.

Più volte si sono verificati episodi di discriminazione contro di lei all’interno della Knesset: attualmente si sta discutendo la cosiddetta “Zoabi Law”, una legge che impedirebbe alla Corte Suprema di rovesciare le decisioni della Commissione elettorale centrale.

La ‘legge Zoabi’ rivela un aspetto importante: come il governo sia capace di sfruttare la mia presenza alla Knesset per mostrare al mondo la ‘vitalità’ della democrazia israeliana, vantandosi di accettare addirittura che una donna palestinese sieda in Parlamento.

È un trucco: sanno perfettamente che la mia presenza non è in grado di influenzare il sistema: sono – e rappresento – una minoranza.

Attraverso la ‘Zoabi Law’, però, il significato della nostra rappresentanza verrà ulteriormente ridimensionato: si lancia il messaggio ad ogni parlamentare che non sia d’accordo con il consenso generale, che gli potrebbe essere impedito di partecipare alle elezioni, oggi e in futuro. Svuotando definitivamente di significato il concetto di pluralismo democratico.

Ci spieghi meglio questo punto.

Siamo di fronte ad un sistema che basa la sua esistenza su una struttura democratica, con formule e riti che storicamente ed istituzionalmente le appartengono: si prevede il multipartitismo e la validità del processo elettorale. Ma, nei fatti, quella stessa struttura esprime contenuti che democratici non sono.

La maggioranza sta cercando di ridefinire le regole del gioco. Se la democrazia consiste di sei elementi (uguaglianza dei cittadini, tutela dei diritti delle minoranze, rispetto dei diritti umani, separazione dei poteri, sovranità del Parlamento e governo della maggioranza), Israele ne vuole eliminare cinque per lasciare spazio soltanto all’ultimo, producendo di fatto una dittatura della maggioranza.

In questo modo qualsiasi misura, anche di tipo discriminatorio e razzista, diventa ammissibile chiamando in causa il concetto di ‘democrazia’.

Il regime israeliano ha caratteristiche molto simili a quelle del fascismo: forte nazionalismo, discriminazione nei confronti degli autoctoni, presenza non di un solo partito ma di un solo consenso, trasversale, che di fatto annulla l’utilità della pluralità partitica. Tutte le formazioni in Parlamento si riferiscono a noi nello stesso modo: nei fatti, è come se ne avessimo di fronte soltanto una.

Il razzismo di cui accusa il governo interessa principalmente la politica o influenza anche la società, i rapporti tra cittadini?

Sono i cittadini ad eleggere i governi: dubito che una società realmente democratica possa generare partiti di questo tipo. Se questo è solo un segnale, esistono alcune evidenze statistiche. L’Israeli Institute for Democracy effettua sondaggi annuali presso l’opinione pubblica.

Nel 2012 i numeri hanno mostrato che il 34,4% dei cittadini antepone i ‘valori ebraici’ a quelli democratici. Circa l’80% inoltre vorrebbe che lo Stato attuasse politiche tali da incentivare l’emigrazione dei cittadini palestinesi-israeliani, e la stessa percentuale vorrebbe che fossero messe a disposizione delle autorità arabe locali risorse economiche inferiori rispetto a quelle garantite alle amministrazioni ebraiche.

Stesse tasse versate insomma, ma disparità nei servizi garantiti. Siamo di fronte a vere e proprie forme di razzismo.

Poco dopo la formazione del nuovo governo è stata avanzata una proposta di modifica della Legge Fondamentale (Basic Law), che definisce l’identità nazionale come “ebraica e democratica”, secondo la quale dovrebbe essere data maggiore priorità al primo aspetto, andando ad aumentare il livello di discriminazione già presente per i cittadini non-ebrei. Pensa che questa modifica possa essere approvata?

La riforma consiste nel ribadire che Israele vuole essere uno Stato per soli ebrei, e rendere ancora più chiaro il concetto che il paese in cui viviamo è ‘più ebraico che democratico’.

Paradossalmente questa nuova formulazione sarebbe più onesta di quella attuale, rispetterebbe maggiormente la realtà che come palestinesi viviamo ogni giorno.

Tuttavia non credo che sarà approvata: non è necessario evidenziare qualcosa che nella pratica esiste già, e mettere nero su bianco questa verità potrebbe rappresentare un danno di immagine. Il governo lo sa, e non credo che sosterrà la proposta.

Perché fare una legge su una questione così delicata e mostrarla al mondo se puoi praticarla ugualmente senza che venga intaccata la tua immagine democratica?

Il suo è un percorso politico complesso, che ha comportato scelte coraggiose. Come è arrivata alla decisione di impegnarsi in prima persona nelle istituzioni, confrontandosi continuamente con la ‘macchina’ del sistema?

È molto semplice: non avevo alternative. Potevo scegliere di lottare, oppure lasciare che lo Stato continuasse a violare i miei diritti facendomi vivere come straniera nel paese in cui sono nata.

Quelle che subiamo sono umiliazioni quotidiane che non è possibile ammettere: sarebbe come accettare un’esistenza priva di dignità e libertà. Credo che nessuno sarebbe disposto a farlo.

Ha detto però di rappresentare una minoranza che non può cambiare le cose. Qual è allora il senso profondo che assume la sua presenza all’interno delle istituzioni?

Smascherarle, rivelare la vera natura dello Stato, le sue ipocrisie, la sua pretesa di poter essere democratico pur privilegiando solo una parte dei suoi cittadini.

In Parlamento posso farmi portavoce non solo della mia gente, ma di tutti coloro che risiedono ai margini di questa società. Mi rivolgo anche a quelle persone che ambiscono a vivere in una democrazia reale. Mi piace pensare di poter rappresentare tutti i cittadini democratici di Israele, sia ebrei che palestinesi.

L’alternativa del boicottaggio elettorale, per quanto non mi senta di escluderla, non è praticabile: voi potete boicottare Israele, io ci devo vivere. Per farlo ho bisogno di documenti, burocrazia, permessi. Per questo preferisco essere una mediatrice tra lo Stato e i cittadini: se non agissi in questo modo, sono certa che il contatto tra i due soggetti si risolverebbe in un ricatto per i palestinesi.

Sarebbe inaccettabile, è una questione di orgoglio: io voglio, per me e la mia gente, il riconoscimento di una piena cittadinanza insieme al rispetto dei miei diritti e della mia identità.

Il boicottaggio può essere un obiettivo a lungo termine, per il quale però occorrono condizioni specifiche, prima fra tutte una partecipazione di massa e un largo consenso, tali da creare le basi per una lotta popolare alternativa alla via parlamentare, come la disobbedienza civile di massa, ad esempio.

Cosa significa per lei, e cosa comporta, essere stata la prima donna palestinese eletta alla Knesset in un partito arabo-israeliano?

Problemi (sorride). È un ruolo di cui sono orgogliosa ma che comporta enormi responsabilità: se sei la prima tutti osserveranno con attenzione particolare ciò che fai, nutrendo altissime aspettative sul tuo operato.

Quella che conduco è una lotta su due fronti: contro il razzismo della società israeliana, e contro l’assetto patriarcale di quella palestinese. È un confronto costante, potrei dire una doppia sfida.

Quali sono gli obiettivi centrali del suo lavoro politico?

Senza alcun dubbio la questione del diritto delle donne al lavoro e all’indipendenza economica. È un aspetto centrale, perché mira a permettere loro di avere una vita autonoma dai propri padri, fratelli o mariti, rendendole capaci di combattere contro ogni forma di violenza, anche quella che assume il carattere di una violazione contro l’umanità, prima ancora che contro il genere.

In questo senso sono felice di poter dire che la società palestinese è molto attenta e incoraggia le donne a lavorare, forse anche perché ha alle spalle una lunga storia di protagonismo femminile, lotte di genere e affermazione dei diritti. Le statistiche mostrano che i nostri tassi di istruzione femminile sono davvero molto alti.

Ancora una volta sono i numeri a dimostrare che il problema non è l’assetto della nostra società, ma lo Stato in cui viviamo: noi siamo disposte a lavorare e abbiamo gli strumenti per farlo, sono le istituzioni che non ci danno lavoro: come donne, e come arabe.

Naturalmente anche nella nostra società ci sono lotte femminili che da attiviste dobbiamo continuare a portare avanti, in modo particolare rispetto ai movimenti religiosi. Eppure, dopo gli eventi della Mavi Marmara sono stata invitata a tenere discorsi pubblici anche da loro: un cambiamento importante per le donne, lento e graduale, ma molto profondo.

Dando uno sguardo al fronte interno palestinese, qual è la sua opinione sul percorso di riconciliazione nazionale tra Hamas e Fatah, quali le prospettive future?

Questa divisione è per noi una catastrofe, ritengo che la riunificazione sia una priorità assoluta. Tuttavia temo che non avverrà da sola, senza l’intervento forte delle masse popolari che sostengono sia l’uno che l’altro partito.

Solo attraverso il coinvolgimento dei giovani e di una nuova generazione capace di cambiare gli assetti attuali la leadership, forse, capirà che con la divisione sta perdendo potere e controllo, sia tra la popolazione che verso i suoi stessi militanti.

Sembra ironico, ma credo che più saremo frustrati e delusi da questa situazione, più saremo vicini al cambiamento. Prima di tutto partendo da una riconsiderazione critica degli Accordi di Oslo, di cui deve essere riconosciuta la ‘morte’ politica, perché hanno prodotto già troppi danni: hanno dimostrato che chi non ha “un partner per la pace” siamo noi, non gli israeliani, e che dobbiamo tornare alla nostra lotta.

E con il tempo, forse, arriveremo a comprendere che anche noi abbiamo bisogno di una rivoluzione.

23 aprile 2013

 

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