Israele: le elezioni e i cittadini palestinesi

REDAZIONE 21 GENNAIO 2013

“A chi lo lasciate?” (il parlamento israeliano)

di Jonathan Cook – 20 gennaio 2013

Mentre Nazareth, la capitale della minoranza palestinese di Israele, si prepara alle elezioni generali del paese della prossima settimana, il manifesto più comune in città rappresenta tre leader di estrema destra famosi per le loro idee virulentemente antiarabe.

I manifesti, pagati da uno dei maggiori partiti palestinesi, mirano a mobilitare al voto i cittadini palestinesi del paese.

Il volto che con maggior spicco guarda giù dai manifesti è quello di Avigdor Lieberman, il ministro degli esteri recentemente dimessosi che è sotto indagine della polizia per frode ma che continua a guidare Yisrael Beiteinu. Il suo partito vuole spogliare circa 1,4 milioni di palestinesi d’Israele della loro cittadinanza ridisegnando i confini con laWest Bank, mentre gli altri dovrebbero essere costretti a sottoporsi a un test di lealtà.

Accanto a lui, con il suo tipico largo sorriso, c’è Michael Ben Ari, un ex capo del movimento fuorilegge Kach, che chiede l’espulsione dei palestinesi sia dalla West Bank occupata sia dalla Striscia di Gaza e da Israele. Ha conquistato un posto in parlamento alle ultime elezioni nel partito analogamente razzista Israele Forte (Oztma LeYisral).

Tra i due c’è il barbuto Baruch Marzel, anch’egli ex capo del Kach, che guida i coloni estremisti a occupare il centro della città palestinese di Hebron, nella West Bank. Si è ripetutamente guadagnato i titoli dei giornali per aver organizzato marce provocatorie della destra attraverso città palestinesi d’Israele. (Ha inscenato un’elezione speciale questa settimana nel villaggio di Musmus, vicino a Umm al-Fahm). Ci si attende che Marzel entri nel parlamento israeliano, la Knesset, per la prima volta, unendosi a Ben Ari in Israele Forte.

I manifesti di Nazareth pongono una netta domanda in arabo: “A chi lo lasciate [il parlamento israeliano]?”

Dilemma

I sondaggi suggeriscono che il 22 gennaio la maggioranza ebrea di Israele eleggerà la Knesset più a destra della storia d’Israele, riportando al potere Benjamin Netanyahu in una coalizione zeppa di ultranazionalisti. Per i cittadini palestinesi d’Israele, che costituiscono quasi un quinto della popolazione totale, il dilemma è come reagire a questo risultato quasi interamente inevitabile.

Lieberman, Ben Ari e Marzel fanno parte di una cerchia in continuo ampliamento di politici di destra che vogliono una Knesset “senza Arabi”.

Il segmento dell’elettorato palestinese pronto a votare per uno dei partiti sionisti si è ridotto in misura spettacolare negli ultimi quindici anni. Nel 1999 il 31% votava ancora per un partito sionista; nel 2009 la cifra era scesa al 17%, con più di metà di essa costituita da comunità di drusi e beduini in servizio nell’esercito.

La schiacciante maggioranza vota invece per uno dei tre partiti arabi o dominati da arabi (due altri partiti arabi probabilmente non supereranno la soglia). Nel corso degli ultimi quindici anni questi partiti palestinesi, anche se privi d’influenza nel sistema politico, si sono fatti sempre più rumorosi nel rivendicare uguali diritti per i propri elettori. Possono non essere in grado di realizzare un cambiamento, ma hanno mostrato talento nel mettere in imbarazzo i colleghi ebrei utilizzando la Knesset – e piattaforme esterne a essa – per esprimere verità che gli ebrei d’Israele preferirebbero restassero taciute.

La continuazione della presenza di rappresentanti palestinese nella Knesset è minacciata da due sviluppi collegati: un’opinione prevalente presso i partiti dominanti di destra che le fazioni arabe siano una “quinta colonna” e un dibattito interno all’elettorato palestinese sul valore della partecipazione alla politica nazionale, considerato il clima attuale.

Messa a tacere

I partiti sionisti, specialmente a destra, hanno formulato modi per mettere a tacere i partiti arabi, assieme ai gruppi per i diritti umani e alla Corte Suprema israeliana, ritenuta troppo liberale. Riguardo ai partiti arabi hanno trovato il sostegno del servizio segreto interno israeliano, lo Shin Bet, che ha avvertito che le rivendicazioni di uguali diritti della minoranza palestinese – incorporati nel suo programma per uno “stato di tutti i propri cittadini” – costituiscono sovversione e che Israele dovrebbe agire in conformità al principio di una “democrazia che difende sé stessa”. (“Democrazia per i soli ebrei”, Haaretz, 30 maggio 2007).

I tre principali partiti in competizione per il voto palestinese possono essere descritti come genericamente rappresentanti le correnti comunista, nazionalista e islamista, con ciascun partito che storicamente conquista dai tre ai quattro seggi nella Knesset di 120 membri.

Tutti hanno subito attacchi dai partiti sionisti e più diffusamente dai media per quello che è considerato il loro comportamento “traditore” nel sostenere i diritti dei palestinesi della West Bank e della Striscia di Gaza.

Ma anche nel perseguire il loro programma nazionale – la campagna per uguali diritti – si sono trovati accusati di agire da “cavallo di Troia”, cioè di cercare di minare Israele come stato ebraico per conto della dirigenza palestinese della West Bank e di Gaza. E’ stata questa percezione paranoica da parte della dirigenza dei servizi di sicurezza che ha sempre più alimentato le richieste del governo israeliano che la dirigenza dell’Organizzazione per la Liberazione della Palestina riconosca Israele come stato ebraico, quale precondizione per colloqui di pace.

Nel clima crescentemente ostile in Israele, il Fronte Comunista se l’è cavata meglio, anche se il suo leader, Mohammed Barakeh, è stato sottoposto a una serie di dubbie azioni legali da parte dello stato ed è attualmente sotto processo per una presunta aggressione a un soldato nel corso di una manifestazione nella West Bank.

I comunisti hanno ottenuto una certa protezione dalla loro condizione di partito congiuntamente ebreo e arabo, un partito che comprende un ebreo tra i suoi attuali rappresentanti alla Knesset. Tuttavia, in linea con il collasso di lungo corso della sinistra ebrea d’Israele, la schiacciante maggioranza dei membri del Fronte è palestinese; il polo ebraico superstite opera quasi come un partito all’interno del partito.

La corrente islamista, note come Lista Araba Unita, comprende in pratica non solo l’ala meridionale dei Movimento Islamico ma anche fazioni socialmente conservatrici e il partito personale Taal di Ahmed Tibi, a lungo diffamato da Israele per i suoi stretti collegamenti con lo scomparso leader Yasser Arafat.

Ma nell’occhio del mirino del disprezzo dei politici israeliani c’è il partito dell’Assemblea Democratica Nazionale (NDA), creato nel 1995, sulla scia degli Accordi di Oslo. Il suo capo originale, Azmi Bishara, che ha reso popolare lo slogan di uno “stato per tutti i propri cittadini” ha trattato la Knesset principalmente come un “terreno di scontro”, utilizzandola per denunciare i limiti della democrazia israeliana.

Bishara vive in esilio dal 2007, quando lo Shin Bet lo ha accusato, in modo improbabile, di aver aiutato Hezbollah a mirare contro bersagli in Israele con i suoi razzi nel corso dell’attacco israeliano al Libano un anno prima.

Il suo posto come nemico pubblico numero uno del sionismo è stato usurpato in modo inatteso da Haneen Zoabi, che è stata eletta alla Knesset nel ticket della NDA alle ultime elezioni, nel 2009. E’ la prima donna palestinese a sedere nella Knesset per un partito palestinese.

Il suo delitto principale, agli occhi dei partiti ebrei, è stata la sua partecipazione alla flottiglia di aiuti che ha cercato di rompere l’assedio di Gaza nel maggio 2010. La nave ammiraglia, la Mavi Marmarasu cui viaggiava la Zoabi, è stata attaccata dalla marina israeliana in acque internazionali e nove attivisti umanitari sono stati uccisi.

La Zoabi è rientrata in Israele da testimone oculare della brutalità israeliana a bordo della nave sbugiardando il resoconto israeliano di ciò che aveva auto luogo e contribuendo ad alimentare le critiche internazionali contro l’azione israeliana. In conseguenza è stata incessantemente perseguita nella Knesset, demonizzata dai politici e dai media e sottoposta a un’ondata di minacce di morte dal pubblico israeliano.

Messa al bando

Contestare il diritto dei partiti palestinesi, specialmente della NDA, di partecipare alle elezioni nazionali è diventato una caratteristica consolidata di ogni campagna dell’ultimo decennio. Ma i partiti sionisti sono stati in grado di andare oltre le semplici minacce per arrivare a tentativi concertati di squalificare i partiti e i singoli candidati.

Ciò è stato possibile per un organismo fortemente di parte, chiamato Comitato Elettorale Centrale, ha il compito di controllare come la campagna è condotta. Il comitato, dominato da rappresentanti di principali partiti sionisti, si è dato una facciata di legittimità essendosi dato come presidente un giudice della Corte Suprema.

Nelle elezioni del 2003 e del 2009 il comitato ha cercato di mettere al bando la NDA, entrambe le volte con il sostegno aperto dello Shin Bet, e ha anche preso di mira elementi della Lista Araba Unita. Le decisioni del comitato sono sempre state rovesciate in appello presso la Corte Suprema. Ma si ritiene diffusamente che se uno dei partiti arabi fosse squalificato anche gli altri dovrebbero ritirarsi dalla competizione.

E’ stato come se queste elezioni dovessero svolgersi secondo lo stesso copione. Ma anche se sono state avanzate diverse mozioni da parte della destra per mettere al bando la NDA e la Lista Araba Unita, alla fine sono state respinte dal comitato, per poco, nel caso della NDA.

Il comitato ha invece isolato Haneen Zoabi della NDA vietandole di candidarsi di nuovo alla Knesset. La decisione è stata presa nonostante il parere consultivo del procuratore generale, Yehuda Weinstein, che non ci fosse “una massa sufficiente, eccezionalmente critica di prove” per squalificarla.

La Legge Fondamentale della Knesset rende possibile la squalifica di un partito o di un singolo candidato è ha: incitato al razzismo, negato il carattere ebraico e democratico di Israele o appoggiato la lotta armata o il terrorismo contro Israele.

Il comitato ha puntato sia sulla partecipazione della Zoabi alla flottiglia di aiuti a Gaza del 2020, dichiarandola “sostegno al terrorismo” e alla sua negazione di Israele come stato ebraico e democratico.

Il caso contro la Zoabi era così privo di sostanza che pochi osservatori hanno dubitato che sarebbe stato rovesciato dalla Corte Suprema.

I dirigenti della NDA hanno segnalato che non aveva scelto lei personalmente di prendere parte alla Mavi Marmara;l’Alto Comitato di Monitoraggio, un organismo che rappresenta l’intera comunità, aveva deciso che la minoranza palestinese dovesse essere rappresentata e il suo partito aveva scelto lei. Analogamente, le sue posizioni ideologiche su carattere di Israele riflettevano semplicemente quelle della piattaforma della NDA.

Il partito aveva promesso di boicottare le elezioni se lei fosse stata messa al bando.

C’erano altri evidenti problemi nel caso. Il procuratore generale aveva chiuso le indagini sulla sua partecipazione sullaMavi Marmara nel 2011, non avendo trovato alcuna prova che lei avesse infranto la legge. Inoltre Israele non aveva dichiarato l’IHH, il gruppo turco dietro la Mavi Marmara, un’organizzazione “terroristica” all’epoca della flottiglia. In effetti uno dei suoi avvocati, Hassan Jabareen del gruppo per i diritti umani Adalah, aveva sorpreso la corte rivelando che l’IHH non era stato designato tale sino a poche settimane prima dell’udienza del tribunale.

Ma, come ha segnalato un editoriale di Haaretz, non era una questione di prove: “ciò con cui abbiamo a che fare è una crociata politica contro tutti i partiti politici arabi” (“The Zuabi test”, 30 dicembre 2012). Un sondaggio d’opinione di dicembre ha mostrato che il 55% degli ebrei israeliani pensava che un bando contro la Zoabi sarebbe stato giustificato.

La Corte Suprema ha rovesciato la squalifica della Zoabi e lo ha fatto all’unanimità. In seguito alla sentenza la Zoabi ha osservato che “questa decisione fa poco per cancellare le minacce, la delegittimazione e le violenze fisiche e verbali che ho subito – all’interno e all’esterno della Knesset – negli ultimi tre anni” (“Supreme Court: MK Zoabi can run for Knesset,” Ynet, 30 dicembre 2012).

A fini di spettacolarità lei aveva sperato di fare la sua dichiarazione ai media in attesa nel lasciare il tribunale. Ma invece ha dovuto essere condotta fuori alla salvezza da una porta sul retro poiché più di due dozzine di estremisti di destra, guidati da Michael Ben Ari, le avevano bloccato la strada e avevano cominciato a spintonare e a minacciare la sua scorta. Ben Ari e i suoi attivisti del partito Israele Forte sono stati lasciati padroni dell’aula del tribunale a denunciare la sentenza dei giudici.

Anche parlamentari di altri partiti di destra hanno criticato la sentenza. Yariv Levine del partito di Netanyahu, Likud, ha affermato: “Salvo che la parlamentare Zoabi non si faccia saltare in aria nella Knesset, i giudici della Corte Suprema non comprenderanno che non c’è posto per lei là.” (“Right lambasts court after Israeli Arab MK cleared to run”Israel Hayom, 30 dicembre 2012).

Congiuntamente i partiti Likud-Yisrael Beiteinu hanno rilasciato una dichiarazione in cui hanno affermato che avrebbero introdotto altre leggi per limitare i diritti dei cittadini palestinesi del pase e dei loro rappresentanti: “Qualsiasi espressione di sostegno al terrorismo dovrebbe essere motivo di esclusione dalla candidatura all’elezione nella Knesset israeliana. Likud-Yisrael Beiteinu agirà immediatamente durante la prossima Knesset per correggere le leggi esistenti.” (“Supreme Court allows MK Zoabi to run for election”, +972, 30 dicembre 2012).

Capriola del centrosinistra

La decisione del Comitato Elettorale Centrale di non mettere al bando l’intera lista della NDA è giunta come una sorpresa agli osservatori, specialmente considerata la predominanza della destra. Il professore di legge di Tel Aviv, Aeyal Gross, ha suggerito che i membri del comitato si erano resi conto dai loro precedenti tentativi di essere destinati al fallimento. (“The Supreme Court has again rescued the shards of Israeli democracy”, Haaretz, 30 dicembre 2012).

Tuttavia è parecchio difficile credere che la maggior parte dei membri del comitato sia stata capace di pensare in modo così spassionato. In ogni caso, escludere i partiti arabi, anche se alla fine futile, ha altri vantaggi per la destra: rafforza il messaggio agli elettori ebrei che il pubblico palestinese è una quinta colonna, e ricorda loro che la Corte Suprema deve essere radicalmente ristrutturata per renderla più responsabile nei confronti dell’opinione pubblica.

Awad Abdel Fattah, segretario generale della NDA, ha offerto una diversa lettura del comportamento del comitato. Ha segnalato che i partiti di destra avevano votato febbrilmente come sempre per la messa al bando del suo partito. Esso è stato salvato da un cambio di posizione di quello che è stato chiamato il blocco di “centrosinistra”.

Il cosiddetto “centrosinistra” – un termine adottato dal blocco per esprimere il suo potenziale di diventare una vera alternativa a Netanyahu e alla destra – in paesi diversi da Israele potrebbe essere descritto come “centrodestra”. I suoi principali partiti – quello Laburista di Shelley Yacimovich, l’Hatnuah di Tzipi Livni, e lo Yesh Atid dell’ex conduttore televisivo Yair Lapid – sono ancora pesantemente influenzati dalla dottrina economica neoliberale; non hanno contestato l’enorme lievitazione del bilancio della difesa né proposto un modo per coprire il conseguente deficit record; e hanno tenuto il conflitto israelo-palestinese ben evidente sullo sfondo delle proprie piattaforme.

In questo caso le pretesa dei partiti di credenziali di sinistra o centriste deriva dalla loro enfasi sulla riduzione delle tensioni di cui Netanyahu ha consentito l’intensificazione tra Israele e i suoi sponsor, gli Stati Uniti e l’Unione Europea. Il centrosinistra è preoccupato per l’immagine di Israele all’estero e di fare le concessioni necessarie – compresa la ripresa dell’infinito processo di pace con i palestinesi – per evitare un ulteriore deterioramento della posizione strategica di Israele.

Secondo Abdel Fattah, il “centrosinistra” sta cominciando a entrare nel panico, temendo che la spinta della svolta a destra possa presto dimostrarsi inarrestabile. Senza azioni concertate per costruire un’opposizione credibile a Netanyahu, Israele sta precipitando in un vero e proprio fascismo in patria e una condizione da paria all’estero.

Colpo dell’estrema destra

Lo sbandamento a destra è osservabile in due sviluppi chiave nel corso della campagna elettorale.

Il primo è stato un efficace colpo di stato dell’estrema destra nelle recenti primarie del Likud. Gli ultimi pochi “moderati” del partito sono stati sostituiti da ultranazionalisti, compresi coloni religiosi. Moshe Feiglin, il controverso prestanome di quest’ultimo gruppo, ha conquistato la ventitreesima posizione sulla lista unitaria con Yisrael Beiteinu, assicurandosi per la prima volta il posto al parlamento.

Il secondo è la rapida ascesa durante la campagna del partito Jewish Home [‘Patria Ebrea’ o ‘Casa Ebrea’ – n.d.t.] sotto il suo nuovo leader, Naftali Bennett, ex capo dello staff di Netanyahu. Bennett ha reinventato la fazione, diffondendone l’immagine come semplicemente di un partito di coloni. Imprenditore dell’hi-tech, Bennett ha iniettato fascino politico e ha conquistato convertiti dal centro, enfatizzando un “ritorno ai valori ebraici”.

Secondo sondaggi recenti, Jewish Home, che ha saccheggiato voti dal Likud, potrebbe diventare il secondo o terzo partito maggiore, dopo Likud-Beiteinu. Diversamente dall’ingannevole ambiguità di Netanyahu sullo stato palestinese, Bennett parla chiaro: “Voglio che il mondo capisca che uno stato palestinese significa nessuno stato d’Israele. L’equazione è questa.” Egli chiede che Israele annetta immediatamente la maggior parte della West Bank. (“Naftali Bennett interview: ‘There won’t be a Palestinian state within Israel”, Guardian, 7 gennaio 2013).

Di fronte a queste tendenze, il cosiddetto “blocco di centrosinistra” sembra aver vacillato. Nelle elezioni del 2003 e del 2009 ha votato con la destra nel Comitato Elettorale Centrale per mettere al bando la NDA. Questa volta è passato a opporsi all’esclusione. Piuttosto che volere una Knesset priva di rappresentanti palestinesi, il “centrosinistra” sembra aver deciso che una presenza palestinese può essere nel suo interesse.

Questo potrebbe spiegare l’editoriale non ortodosso e paternalistico del giornale liberale Haaretz che questa settimana ha sollecitato i cittadini palestinesi a partecipare alle elezioni, e lo ha fatto in arabo. Il suo titolo ha ordinato loro: “Andate a votare!” (“Get out and vote!”, 15 gennaio 2013).

Chiamate al boicottaggio

La causa della preoccupazione espressa da Haaretz è stata un costante declino della partecipazione della minoranza palestinese a ogni elezione dell’ultimo decennio. Nel 1999, in mezzo al maggiore ottimismo del periodo di Oslo, tre quarti dell’elettorato palestinese aveva votato; dieci anni dopo, nel 1999, tale cifra era scesa del 53%, la più bassa nella storia della comunità.

Studi condotti da Asad Ghanem dell’Università di Haifa indicano uno scenario probabile in cui, per la prima volta, meno di metà dell’elettorato palestinese voterà in un’elezione della Knesset (“What’ the point?”, The Economist, 12 gennaio 2013).

La caduta d’interesse al voto riflette vari sviluppi della minoranza palestinese.

In parte può essere attribuito a un movimento formale di boicottaggio avviato nel 2006 dal piccolo movimento laico nazionalista palestinese ‘I Figli del Villaggio’ (Abna al-Balad). Il Comitato Popolare per il Boicottaggio delle Elezioni della Knesset ha attirato il favore di accademici e intellettuali.

In questo fine settimana gli attivisti del boicottaggio dovevano guidare una carovana automobilistica per diffondere il loro messaggio in dozzine di villaggi e cittadine palestinesi, partendo dalla Galilea centrale, passando per Nazareth e finendo nell’area del Triangolo a sud di Umm al-Fahm.

Il boicottaggio è stato la posizione predefinita del Movimento Islamico del nord, guidato dalla popolare figura di Sheikh Raed Salah, da quando il movimento si è diviso nel 1996. L’ala meridionale ha partecipato alle elezioni, nella fiducia che una soluzione a due stati ispirata da Oslo fosse a portata di mano. Salah è stato il principale beneficiario del graduale discredito del processo di Oslo.

Ma secondo Mohammed Zeidan, direttore dell’Associazione Araba per i Diritti Umani di Nazareth, più significativo del boicottaggio è stato il molto più vasto convincimento nel dibattito popolare che votare è un’attività senza scopo e che i partiti arabi sono inefficaci.

L’alienazione dei cittadini palestinese dal sistema politico è stata evidenziata in uno studio presentato all’Università di Haifa a dicembre. Ha mostrato che il 79% aveva poca o nessuna fiducia nelle istituzioni statali, compresa la Knesset, e che il 67% non aveva fiducia nei partiti arabi (“On my mind: Arab voters”, The Jerusalem Post, 24 dicembre 2012).

Zeidan ha segnalato una mancanza di campagna elettorale nelle comunità palestinesi, esclusi i manifesti. “E’ quasi come se gli stessi partiti [palestinesi] fossero troppo imbarazzati per mostrare le loro facce facendo propaganda.”

Egli ha notato anche franchezza tra le persone che hanno dichiarato che non avrebbero votato. “Questa tendenza è particolarmente forte tra i giovani. Sono espliciti sul fatto che la Knesset e i partiti [palestinesi] non li rappresentano.”

Questa è una valutazione che anche gli stessi partiti sono disponibili ad ammettere. Jamal Zahalka, capo della fazione della NDA alla Knesset, ha dichiarato: “Stiamo cercando di incoraggiare gli arabi a votare perché è importante, ma non li si può biasimare se vedono quanto poco potere abbiamo in parlamento.” (“Israeli Arabs unenthusiastic about Jan 22 vote”, The Huffington Post, 19 dicembre 2012).

Per lo più dietro le quinte, i partiti hanno deciso come gestire il rapido declino dell’affluenza. I manifesti rappresentanti Lieberman, Ben Ari e Marzel – parte della campagna della NDA – erano mirati a far leva su timori dell’estrema destra nella comunità.

Ma secondo indagini il modo più probabile per aumentare il voto sarebbe che i partiti presentassero una lista congiunta alla Knesset. A ottobre, quando sono state annunciate le elezioni, era stata lanciata una campagna sui media sociali che sollecitava i partiti a collaborare più strettamente in modo da poter conquistare un numero più alto di seggi e avere una maggiore influenza.

Tuttavia risulta che il Fronte Comunista abbia opposto il veto alla mossa, apparentemente preoccupato che un’unione con gli altri due partiti arabi avrebbe allontanato il sostegno ebreo e posto fino alla sua tradizione di partito arabo-ebreo.

Una soluzione più radicale, di nuovo contrastata dal Fronte Comunista, sarebbe di abbandonare la Knesset e creare un parlamento arabo con elezioni dirette. Uno dei suoi primi atti sarebbe di rivendicare autonomia culturale e educativa.

L’idea di un parlamento separato è in discussione, sinora infruttuosamente, da più di un decennio. Ma una bassissima affluenza questa volta potrebbe riportarla ai primi posti nell’agenda dei partiti palestinesi.

Ansia del centrosinistra

Non sono solo i partiti arabi a essere in ansia per l’attesa bassa percentuale di partecipazione.

Anche il “centro sinistra” ebreo sembra essersi reso conto che può esserne danneggiato, anche se pochi cittadini palestinesi ora votano per i partiti sionisti. Il danno può aver luogo in due modi – uno strategico e l’altro pragmatico – secondo Amal Jamal, un docente di scienze politiche dell’Università di Tel Aviv.

Il primo è che, se la Knesset non rappresenta più i cittadini palestinesi, o in seguito a un boicottaggio riuscito o a una messa al bando da parte della destra, il dominio israeliano sulla minoranza palestinese apparirà sempre più illegittimo e più simile a una varietà di apartheid. In circostanze simili il ruolo del centrosinistra nel difendere la reputazione di Israele all’estero – il suo principale punto forte nei confronti del suo elettorato in calo in patria – corre il rischio di diventare irrilevante. Il centrosinistra potrebbe trovarsi rapidamente in una brutta spirale di emarginazione politica e diplomatica.

Il secondo e più grave motivo di preoccupazione per il centrosinistra è di “freddo calcolo politico”, afferma Jamal. Una bassa affluenza degli elettori palestinesi sarà riflessa in un basso numero di seggi. E ciò a sua volta renderà ancor più prive di speranza le probabilità di creare un blocco credibile di opposizione a Netanyahu e alla destra nella Knesset.

Senza un risultato forte dei partiti palestinesi, il centro sinistra non ha speranze di assaggiare il potere. Finirà invece, molto più probabilmente, per lacerarsi al suo interno nella ricerca delle sue componenti di sedere docilmente ai margini della coalizione.

Jamal ha affermato: “C’è un mucchio di membri dei partiti di centrosinistra che non provano un reale amore nei confronti dei partiti arabi, e tuttavia comprendono di avere bisogno che tali partiti siano forti per ridurre il potere di Netanyahu.”

Due settimane prima del voto i partiti di centrosinistra hanno fatto quello che è ha suscitato il sospetto di essere stato un disperato gesto dell’ultimo minuto nei confronti dei cittadini palestinesi per incoraggiarli a recarsi a votare. Hanno firmato un patto in cui si impegnavano a por fine alla disuguaglianza tra ebrei e arabi entro dieci anni. Dei partiti arabi, solo il Fronte Comunista ha accettato.

L’incontro ha ricevuto scarsa copertura dai media arabi locali. Dei pochi nella minoranza che ne erano al corrente, la maggioranza si aspettava che il patto si sarebbe tradotto in un’altra promessa rapidamente disattesa.

Ramez Jeraisi, sindaco di Nazareth e membro del Fronte Comunista che ha firmato il documento, ha sintetizzato così l’atmosfera: “Abbiamo esperienza di dialoghi e dichiarazioni che non hanno mai avuto alcun seguito concreto, e non mi aspetto un cambiamento di questa realtà.”

Jonathan Cook ha vinto nel 2011 il premio speciale Martha Gellhorn per il Giornalismo. I suoi libri più recenti sono “Israel and the Clash of Civilisations: Iraq, Iran and the Plan to Remake the Middle East” (Pluto Press) [Israele e lo scontro di civiltà: l’Iraq, l’Iran e il piano per rifondare il Medio Oriente] e “Disappearing Palestine: Israel’s Experiments in Human Despair” (Zed Books) [Palestina che scompare: esperimenti israeliani di umana disperazione]. Il suo sito web è:  www.jonathan.cook.net

Da Z Net – Lo spirito della resistenza è vivo

Fonte: http://www.zcommunications.org/palestinian-citizens-wearily-eye-israeli-elections-by-jonathan-cook

Originale: The Electronic Intifada

traduzione di Giuseppe Volpe

Traduzione © 2013 ZNET Italy – Licenza Creative Commons CC BY-NC-SA 3.0

http://znetitaly.altervista.org/art/9440

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