Israele, l’occupazione e la comunità internazionale. Intervista a Shir Hever/ 3 articoli

4 gennaio 2012

“Un voto conta qualcosa se ti piace colui o ciò per cui vai a votare. Per questo penso che i votanti quest’anno saranno piuttosto pochi: probabilmente la più bassa affluenza nella storia di Israele”. Pubblichiamo la prima parte di una lunga intervista a Shir Hever, economista israeliano dell’AIC.

di Stefano Nanni

 

PRIMA PARTE – “LE ELEZIONI ISRAELIANE”

 

Shir Hever è un ricercatore economico per l’Alternative Information Center, organizzazione israelo-palestinese che promuove i diritti umani e nazionali dei palestinesi e una giusta pace basata sul rispetto del diritto internazionale, con sede a Beit-Sahour, Betlemme.

Studiando gli aspetti economici dell’occupazione dei Territori Palestinesi, i principali argomenti che Hever tratta sono gli aiuti internazionali di cui beneficiano i palestinesi e lo stato di Israele, gli effetti dell’occupazione sull’economia israeliana e le campagne di boicottaggio, disinvestimento e sanzioni contro  Tel Aviv. Ha collaborato con varie testate online, tra cui Electronic Intifada e JNews, ed è spesso invitato da università e centri di ricerca internazionali per parlare ed esporre i suoi studi sull’economia dell’occupazione israeliana.

Ma, prima di tutto, è un cittadino israeliano che sarà chiamato a eleggere un nuovo parlamento il 22 gennaio prossimo.  

 

Cosa pensa delle prossime elezioni legislative?

Credo che non siano molto importanti, perché se si guarda attentamente ai programmi dei vari partiti politici si nota che non c’è quasi differenza tra loro, tra quello che dicono oggi e che dicevano quattro, o peggio ancora otto anni fa. Il sistema politico israeliano è costruito in modo tale che i partiti sionisti possano avere sempre la maggioranza. 

Basta fare un semplice ragionamento: l’area territoriale controllata da Israele, inclusa la Cisgiordania, consta di circa 12 milioni di persone. Ma di questi, soltanto il 49% è ebreo-israeliano, e questa stessa percentuale detiene il 75% del voto. In questo modo i partiti sionisti sono organizzati in modo da vincere sempre. E inoltre questi partiti, che si riconducano alla sinistra, come il Labor, o alla destra, come il Likud-Beiteinu o l’Habayt Hayehudi, concordano su diverse questioni.

 

Quali?

Ad esempio sono d’accordo sul fatto che potrebbe esserci prima o poi uno stato palestinese e che forse non c’è niente da fare al riguardo; concordano tutti sull’assedio di Gaza, che non deve cessare; pensano tutti che non dovrebbe esserci un diritto al ritorno dei profughi palestinesi; sono d’accordo che non tutti i territori occupati da Israele nel 1967 potranno essere restituiti.

Di conseguenza le differenze diventano sfumature.

Per questo penso che le elezioni non contribuiscano a un cambiamento reale della situazione: sappiamo già com’è fatto il sistema politico israeliano. Dovremmo piuttosto chiederci com’è fatto quello palestinese, e qual è lo stato delle pressioni internazionali su Israele. Questo è ciò che conta se parliamo di politica israeliana.

 

Ha citato la formazione nazional-religiosa Habayt Hayehudi, che probabilmente sarà il terzo partito in Israele dopo il Likud-Beiteinu e il Labor. Sembra che l’estrema destra stia crescendo. È così?

Credo che nell’opinione pubblica israeliana si stia osservando una tendenza a esprimere sempre più apertamente visioni piuttosto estreme, senza esitazioni o freni.

Notiamo che i partiti di estrema destra, come Habayt Hayehudi, stanno facendo affermazioni sul fatto che‘Israele dovrebbe essere soltanto per gli ebrei’:  vogliono dire che tutti i non-cittadini e i cittadini non-ebrei sono un problema di cui bisogna liberarsi.

In Israele sta diventando sempre più accettabile parlare così. Ma c’è una differenza tra le opinioni, il modo in cui queste vengono espresse durante la campagna elettorale e le azioni delle persone.

E’ una differenza molto importante perché, da un lato, vediamo un crescente numero di israeliani che si esprime in questo modo; dall’altro si nota che sempre meno cittadini si arruolano nell’esercito: in effetti il tasso di coscrizione è in forte diminuzione; un gran numero di israeliani lasciano il paese, e molti hanno smesso di andare a votare perché non credono nel cambiamento. Sono persone che hanno perso totalmente la fiducia nella politica.

Questi indici ci mostrano che, da una parte, la cultura politica diventa molto aggressiva, barbara – ad esempio abbiamo visto che la grande maggioranza della popolazione ha sostenuto l’ultimo attacco a Gaza, insistendo che l’esercito avrebbe dovuto intervenire anche via terra –; dall’altra, per contro, mentre il governo richiamava 80 mila soldati riservisti al confine con la Striscia, soltanto 50 mila hanno risposto.

Mentre pubblicamente viene espresso un certo tipo di visione, nella pratica le persone non agiscono in questo senso. Piuttosto si aspettano che siano altri a perseguire attacchi e violenze. 

 

Questa diminuzione negli arruolamenti nell’esercito è data da un aumento dei refuseniks?

In realtà no, non c’è una crescita del movimento dei Refuseniks. Ciò che sta aumentando è il numero dei renitenti alla leva. E si tratta di una diversa categoria.

refuseniks sono persone che fanno una dichiarazione politica: ‘Mi rifiuto di servire nell’esercito perché non sono d’accordo con le sue azioni e le sue politiche’. Invece i renitenti alla leva possono avere qualsiasi opinione, potrebbero anche essere in linea con quello che fanno le Israeli Defense Forces (l’esercito israeliano, ndr).

Semplicemente non vogliono rischiare la propria vita o non vogliono sprecare il loro tempo. E trovano strategie per evitare il servizio militare. 

Inoltre c’è da sottolineare che il numero dei refuseniks di cui stiamo parlando consiste in poche centinaia di persone – che comunque vanno in carcere ogni anno – ma rimane una piccola parte della popolazione giovanile israeliana. Se guardiamo invece a quanti stanno evitando la leva militare – ad esempio fingendosi malati o pazzi – scopriamo che si tratta della metà della popolazione.

 

Metà della popolazione? E’ qualcosa di cui non si sente parlare sui mezzi di informazione. 

Esatto. Ovviamente il governo sta nascondendo le cifre reali, perché se il pubblico venisse a sapere che molti israeliani stanno evitando il servizio militare ci sarebbero molti altri che smetterebbero di arruolarsi. Tuttavia ci sono altri modi per reperire informazioni.

Ad esempio , tempo fa l’Israeli Bureau of Statistics ha pubblicato un sondaggio nel quale si chiedevano agli intervistati alcune informazioni biografiche, una delle quali era se fossero mai stati nell’esercito. Il 52% ha risposto di no (1).

 

Tornando alle elezioni, in base a quanto detto, potremmo aspettarci un tasso di astensione elevato dagli elettori israeliani?

Credo di sì. Sembra che tra i cittadini israeliani-palestinesi (i cosiddetti “arabi-israeliani”, ndr) si stia formando un forte movimento di boicottaggio delle elezioni. Stanno acquisendo forza e sono convinti che ai loro rappresentanti in parlamento non sia concesso esprimersi liberamente. Recentemente l’Elections Committee of Israel ha deciso che Hanin Zuabi (2) non potrà partecipare alle elezioni: si tratta dell’unica donna palestinese presente nella Knesset  (il parlamento israeliano, ndr). Immagino che in seguito a questa decisione molti palestinesi si siano detti: ‘Bene, se voi (israeliani) state squalificando quelli con cui non andate d’accordo o che non vi piacciono, perché dovremmo votare?’.

Un voto conta qualcosa se ti piace colui o ciò per cui vai a votare. Per questo penso che i votanti quest’anno saranno piuttosto pochi: forse il 60%, che probabilmente rappresenterà la più bassa affluenza nella storia di Israele. 

 

Oltre al caso Zuabi, quali sono gli altri argomenti che stanno caratterizzando il dibattito elettorale?

Beh, intanto c’è da dire che Netanyahu ha molto talento nel capire come si gestisce un dibattito pubblico. Facciamo un esempio: di recente ha deciso di non rendere pubblico il bilancio che questo governo ha pianificato per l’anno 2013, affermando che sarà disponibile soltanto dopo le elezioni. Si tratta di una mossa interessante, soprattutto se guardiamo ai risultati.

Rendendo segreto il bilancio (in contravvenzione al regolamento parlamentare israeliano, ndr), mi sarei aspettato che la gente dicesse ‘ok, non voteremo per te perché ci stai nascondendo qualcosa’. E invece no, perché Netanyahu è stato capace di spostare il dibattito su altro: sulle questioni di sicurezza, sul processo di pace. Cose su cui in realtà non c’è discussione, perché su questo terreno Netanyahu ha più potere e sa come convincere i cittadini a votare per lui.

Alcuni partiti, come il Labor, provano a spostarsi sulle questioni sociali, ma i media non si interessano a questo genere di storie, non sono abbastanza ‘sexy’ per loro.

Di conseguenza il dibattito continua a essere impostato su ‘destra contro sinistra’, ‘Hamas contro Iran’ e via dicendo. Una cosa molto conveniente per Netanyahu. In questo modo lui diventa più potente.

Ma il prezzo che sta pagando per questo gioco è molto alto, perché sempre più persone stanno lasciando il suo partito per unirsi a chi è ancora più a destra del Likud.

 

Ndr – Secondo un recente sondaggio riportato da Haaretz il Likud-Beiteinu starebbe perdendo seggi a favore di partiti come l’Habayit Hayehudi. “La conclusione tratta da questi dati è che una campagna negativa erode il supporto per il partito che la porta avanti”, si legge nell’articolo. Habayit Hayehudi sembra, a questo punto, candidarsi non per essere il terzo, bensì il secondo partito nella Knesset, cosa che rappresenterebbe una svolta storica. Se il voto avesse luogo oggi, infatti, questo partito guadagnerebbe 14 seggi, solo due in meno rispetto al Labor, che ne otterrebbe 16.

 

(1) Per un approfondimento circa la diminuzione del tasso di coscrizione, clicca qui.

(2) Al momento dell’intervista, registrata il 29 dicembre 2012, Hanin Zuabi era ancora in attesa del giudizio della Corte Suprema sul ricorso da lei effettuato. Questo è arrivato il 30 dicembre e ha ribaltato la decisione del Comitato Elettorale: Hanin Zuabi potrà partecipare alle elezioni legislative.

 

*Nella foto (di Salaam Shalom per AIC) Shir Hever

 

http://www.osservatorioiraq.it/israele-l%E2%80%99occupazione-e-la-comunit%C3%A0-internazionale-intervista-a-shir-hever-1

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Israele, l’occupazione e la comunità internazionale. Intervista a Shir Hever/2

“L’occupazione è una forma di esportazione: Israele vende e la comunità internazionale compra”.  Il ruolo di Europa e Usa nei finanziamenti internazionali, e quello della cooperazione (“che dovrebbe fare come le Freedom Flottille”). La seconda parte dell’intervista all’economista israeliano Shir Hever.

 

 

 

di Stefano Nanni

 

SECONDA PARTE – “GLI AIUTI INTERNAZIONALI E LA COOPERAZIONE”

 

Dopo la lunga intervista con Osservatorio Iraq sulle prossime elezioni politiche, previste in Israele alla fine di gennaio, l’economista israeliano Shir Hever* risponde ad alcune domande sul sistema degli aiuti internazionali in Israele e Palestina, gli effetti dell’occupazione sull’economia israeliana e la cooperazione.

 

La realtà del protrarsi dell’occupazione israeliana sui Territori Palestinesi si aggrava giorno dopo giorno, mentre favorisce  il progetto degli insediamenti. Nella pratica, chi altri trae vantaggio dall’occupazione?

Certamente la realtà palestinese sotto occupazione è molto seria. C’è uno stato di crisi anche economica, con l’ANP che si trova in grave emergenza finanziaria, e rischia di collassare. Anche nella Striscia di Gaza, nonostante l’ampliamento delle aree adibite alla pesca, la situazione è altrettanto difficile.

Affermare che Israele stia solo guadagnando da tutto questo sarebbe un errore, perché paga in realtà un prezzo molto alto per l’occupazione in termini economici: il costo degli insediamenti è altissimo, è un onere molto pesante sull’economia. Israele sicuramente trae alcuni vantaggi, ma la maggior parte dei cittadini soffre economicamente a causa del protrarsi dell’occupazione.

Le decisioni politiche tengono conto di ciò che fa guadagnare di più: ci sono compagnie che traggono grande profitto dall’occupazione, dal conflitto, dagli attacchi su Gaza, e che ad esempio hanno beneficiato dall’operazione Pillar of Cloud.

Si tratta di compagnie specializzate nel settore della sicurezza – il cosiddetto progetto ‘Home Land Security’ –, nella produzione di armi e droni, che hanno contribuito al sistema di difesa Iron Dome, ideato per fermare i razzi provenienti da Gaza.

Queste compagnie stanno aiutando Israele a trasformarsi in una sorta di ‘stato fortezza’: un paese che rifiuta di negoziare con i propri vicini, di fare qualsiasi compromesso per riconoscere i diritti umani di persone che vivono sulla sua area, che continua a occupare e attaccare, ma che allo stesso tempo è capace di vivere al suo interno una vita normale.

Questo è lo “stato fortezza” che Israele sta cercando di vendere al mondo. Anche altri paesi ricchi, in altre zone del mondo, stanno sviluppando una simile struttura di ‘comunità-ghetto’, in cui vengono costruiti sofisticati sistemi di muri, camere di sorveglianza e anonimi automezzi per reprimere ogni tipo di resistenza. In cui la vita scorre mentre una parte della popolazione viene sfruttata senza potersi opporre.

 

Di quali paesi sta parlando?

Dei grandi clienti della tecnologia venduta dalle compagnie israeliane, che operano in Israele ma che fanno ottimi profitti commerciando i propri prodotti negli Stati Uniti o in Europa, anche se le vendite maggiori avvengono laddove le disuguaglianze economiche sono più importanti.

I più grandi clienti delle imprese produttrici di armi israeliane, operanti nell’Home Land Security, sono India, Brasile e gli stessi Stati Uniti. E’ qui che si vedono davvero queste ‘comunità ghetto’, in cui corporazioni molto ricche e potenti operano scontrandosi con l’indignazione e la resistenza pubblica, che possono tranquillamente ignorare facendo uso di queste tecnologie.

Di conseguenza possiamo considerare il recente attacco su Gaza come una promozione, una campagna di marketing che ha reso queste compagnie più capaci di vendere i propri prodotti. 

 

Alcuni paesi avanzati, in particolare quelli europei, sembrano fare maggiori pressioni su Israele in seguito all’approvazione di nuove espansioni degli insediamenti e alla decisione di trattenere i fondi destinati ai palestinesi. Secondo lei si tratta soltanto di retorica o è qualcosa di più?

Guardi, con l’attacco del 2008-2009 – l’operazione Cast Lead – abbiamo assistito ad un grande gap tra la reazione dei governi e quella della comunità internazionale a livello di società civile. I governi hanno agito in modo vergognoso: hanno sostenuto Israele, non gli hanno imposto alcuna sanzione e non gli hanno chiesto di rispondere di nessuna responsabilità.

Ma i cittadini sono scesi in strada per protestare, hanno organizzato manifestazioni di massa e si sono uniti al movimento BDS (Boicottaggio, Disinvestimento e Sanzioni, ndr) per boicottare Israele.

Purtroppo osserviamo ancora questa disconnessione tra ciò che succede a livello di autorità e di società civile. Ma credo che non potrà continuare per sempre, perché dopotutto i giovani di oggi, che protestano nelle strade, un giorno potranno diventare i politici dei nuovi governi.

C’è certamente una maggiore pressione su Israele e soprattutto un sentimento crescente di preoccupazione al suo interno per le continue critiche della comunità internazionale. Il problema è come affrontare questa situazione: credo che molti israeliani abbiano la sensazione di non poter fare nulla.

Ecco perché persone come Netanyahu sono capaci di promuovere l’idea secondo cui, se noi israeliani facciamo vedere quanto siamo forti, quanto siamo menefreghisti, allora penseremo davvero che le condanne delle Nazioni Unite, ad esempio, non servono a nulla. 

Questo è il modo in cui mostriamo al mondo che non ci interessa nulla di quello che pensa di noi.

 

E funziona?

Sì, funziona. Funziona perché si ottengono voti in questo modo. D’altra parte però vediamo molti israeliani preoccupati per quello che sta accadendo nella comunità internazionale: per quanto ancora potranno continuare ad essere accettati nel mondo occidentale e sviluppato? È una questione molto delicata.

Per esempio, Israele è stato ammesso nell’OECD nel 2010, e all’epoca fu considerato davvero un buon traguardo:  fu presentato come un messaggio di legittimazione: Israele veniva considerato parte del mondo occidentale. È lì che molti israeliani vogliono restare.

 

Oltre ad essere importanti partner economici per Israele, gli Stati Uniti e l’Unione Europea sono anche i maggiori finanziatori degli aiuti internazionali ai palestinesi. Come è possibile questa situazione, e cosa significa nella pratica? 

Quello che dobbiamo capire e analizzare sono gli interessi dei donatori: i palestinesi sono tra i maggiori beneficiari di aiuti internazionali al mondo, ma gli aiuti che ricevono non dipendono dal fatto che la comunità internazionale è attenta a loro o li ama particolarmente. È una questione di interessi economici.

Attualmente gli Stati Uniti forniscono più aiuti a Israele che non ai palestinesi, e per la maggior parte si tratta di armamenti, perché hanno interessi molto chiari a vendere armi nella regione. Ecco perché si oppongono alla fine dell’occupazione e hanno avuto un ruolo centrale nel sostenere le politiche israeliane nel mantenere l’occupazione e impedire la pace.

L’Unione Europea invece ha interessi diversi: è il maggior partner commerciale di Israele, ma naturalmente ha interessi in tutta la regione. L’Europa vende per la maggior parte prodotti diversi dagli armamenti, dunque dal suo punto di vista la fine dell’occupazione rappresenta un interesse commerciale.

Sono convinti che sostenere l’Autorità Palestinese con i soldi possa portare alla costruzione di uno stato e alla fine del conflitto. Ma c’è un problema con questa strategia: da una parte sono disposti a dare soldi, ma dall’altra non vogliono fare alcun tipo di pressione per rendere Israele responsabile dei crimini che commette. 

Con una politica di questo tipo Tel Aviv non fa che adattarsi, incoraggiando l’Europa a continuare nelle donazioni, perché è un meccanismo che allo stato attuale fa più gioco all’economia israeliana che non a quella palestinese.

Fondamentalmente, Israele sta rubando soldi.

 

E’ per questo che lei ha recentemente affermato che “tutti i finanziamenti internazionali destinati alla cooperazione con Israele e Palestina stanno solo alimentando l’occupazione”? Può spiegarlo meglio? 

Prima di tutto, i donatori sono costretti a muoversi in base alle restrizioni imposte da Israele, che fa pressione perché siano utilizzate soltanto le sue compagnie di trasporto per trasferire i  beni ai palestinesi.

Inoltre, a causa del regime di tassazione imposto da Israele, è più economico comprare dalle compagnie israeliane: la maggior parte del cibo e delle medicine fornite ai palestinesi sono attualmente acquistate in Israele. E, cosa più importante, dal momento che i palestinesi non hanno una loro moneta, i finanziatori sono costretti a convertire i loro soldi in moneta israeliana.

Questo significa che l’occupazione è una forma di export per Israele. Israele sta esportando l’occupazione, e la comunità internazionale la sta comprando.

È una situazione che crea reddito per le compagnie israeliane, che forniscono cibo, trasporti e medicine ai palestinesi, mentre sarebbe diretta responsabilità di Israele (secondo il diritto internazionale, in quanto potenza occupante, ndr) assicurarsi che i palestinesi abbiano il necessario per sopravvivere.

Israele non sta pagando per questo, è la comunità internazionale a farlo. Ecco perché gli aiuti, invece di sostenere i palestinesi, sostengono in effetti l’occupazione.

 

Se Israele trae profitto dalla cooperazione internazionale con i palestinesi, quale altra cooperazione è possibile? Ritiene che sarebbe meglio non farne affatto, in assenza di decisioni politiche importanti?

Non possiamo ignorare il fatto che ci siano enormi problemi di dipendenza dagli aiuti. Dal momento che Israele impedisce ai palestinesi di lavorare, di coltivare la propria terra per il cibo, esiste un problema reale. Se gli aiuti venissero interrotti la gente non avrebbe niente da mangiare.  Non possiamo ignorare questo aspetto e dire semplicemente ‘ok, fermiamo la cooperazione e smettiamo di pagare per l’occupazione, così Israele dovrà fare qualcosa’. Perché in attesa di quel momento avremmo una crisi umanitaria di massa nei Territori Palestinesi.

Ma credo che i donatori non possano continuare a dire che gli aiuti o la cooperazione non sono una questione politica. È semplicemente inaccettabile.

Non possono dire ‘siamo neutrali e forniamo solo assistenza, ma non prendiamo posizioni politiche”, perché le stanno prendendo, stanno sostenendo l’occupazione e devono essere consapevoli che questi aiuti vengono elargiti in un contesto fortemente politico. Dovrebbero attivarsi e trovare il modo di evitare di lavorare secondo i limiti imposti da Israele. Non è facile, ma nemmeno impossibile.

 

In che modo?

Abbiamo l’esempio del movimento Freedom Flottilla – navi per Gaza, che lavora esattamente come dovrebbe fare la comunità internazionale.

Prima di tutto chiedono direttamente ai palestinesi di cosa hanno bisogno, invece di domandare a Israele cosa è permesso portare. In secondo luogo acquistano tutto il necessario da compagnie internazionali e non israeliane, così possono evitare di usare la moneta di Tel Aviv. Terzo, mandano i prodotti direttamente ai palestinesi senza passare dai confini israeliani, senza pagare tasse doganali a Israele o usare le sue compagnie di trasporto.

È la dimostrazione che farlo è possibile, ecco perché Israele vi si oppone con tanta forza, mandando l’esercito a fermare le navi.

Questo dimostra solo che è consapevole di quanto possano essere efficaci questi aiuti: se anche le Nazioni Unite, la Croce Rossa Internazionale e altre ONG internazionali lavorassero come il movimento Freedom Flottilla, se rifiutassero di lavorare con le autorità israeliane, la situazione degli aiuti potrebbe cambiare.

 

Possiamo quindi immaginare un tipo di cooperazione come quella delle Flottille, ma condotta anche dagli Stati? 

Naturalmente. Andare a Gaza via mare resta un fatto soprattutto simbolico, ma se si vogliono portare aiuti ad esempio in Cisgiordania, che non ha una costa, è sufficiente passare per la Giordania invece che per Israele, dicendo chiaramente che ‘ci rifiutiamo di pagare tasse a Israele, ci stiamo rifiutando di passare attraverso i controlli di frontiera israeliani, stiamo inviando questi aiuti soltanto ai palestinesi e non permetteremo ai soldati israeliani di ispezionare i nostri camion’.

La cosa più importante per la cooperazione è lavorare in modo diretto con i Palestinesi, bypassando Israele.

 

*Shir Hever è un economista israeliano, ricercatore presso l’Alternative Information Center (AIC), organizzazione israelo-palestinese che promuove i diritti umani, con sede a Beit-Sahour, Betlemme. Studiando gli aspetti economici dell’occupazione nei Territori Palestinesi, i suoi principali argomenti di studio sono gli aiuti internazionali, gli effetti dell’occupazione sull’economia israeliana, le campagne di boicottaggio, disinvestimento e sanzioni (BDS) contro Israele. Ha collaborato con diverse testate online, tra cui Electronic Intifada e JNews, ed è spesso ospite di Università e centri di ricerca internazionali. 

*La foto pubblicata è di dilisbona

 

5 gennaio 2013

 

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Israele, l’occupazione e la comunità internazionale. Intervista a Shir Hever/ 3

Un giorno tutto questo finirà, la domanda è come e quando. Il cambiamento dipende da noi: se c’è abbastanza gente che protesta il regime di ingiustizia cadrà prima”. L’importanza del BDS e dell’attivismo: terza e ultima parte dell’intervista all’economista israeliano Shir Hever.

 

 

di Stefano Nanni

 

TERZA PARTE – “BDS, SOCIETÀ CIVILE E UGUAGLIANZA DEI DIRITTI”

 

Dopo aver parlato delle prossime elezioni in Israele, delle conseguenze economiche dell’occupazione israeliana e degli interventi della comunità internazionale,  l’economista israeliano Shir Hever* si intrattiene ancora con Osservatorio Iraq.

Questa volta si parla del movimento BDS, attivo da diversi anni per iniziativa di gruppi palestinesi ed internazionali; del modo in cui Tel Aviv e i suoi cittadini vi si confrontano; di società civile e di attivisti israeliani che si oppongono dall’interno al proprio stato; e della lunga strada ancora da fare per la parità di diritti tra cittadini israeliani ebrei e palestinesi. 

 

 

In precedenza lei ha citato il movimento del BDS. Recentemente anche il primo ministro palestinese , Salam Fayyad, ha reintrodotto la politica del boicottaggio dei prodotti israeliani,  come fece in passato ma con poco successo. Quali sono i risultati allo stato attuale? 

Prima di tutto è importante distinguere tra ciò che fanno l’Autorità Palestinese, Salam Fayyad e gli attivisti.

Il BDS è un movimento che parte dal basso, che nasce dalle organizzazioni della società civile palestinese e non dalle autorità, che anzi all’inizio erano molto preoccupate dalla popolarità che otteneva: a prescindere dalle divisioni partitiche, tutti i palestinesi lo sostengono. Il primo ministro palestinese ha sposato la causa ma soltanto riguardo i beni prodotti nelle colonie per non intaccare gli accordi economici siglati nell’ambito di Oslo.

Ma il BDS è un movimento internazionale, e l’invito al boicottaggio è rivolto agli internazionali. I palestinesi sono talmente dipendenti dall’economia israeliana che non hanno alternative. Quando ce l’hanno è perché esistono organizzazioni che provano a convincerli ad acquistare dai produttori locali: una cosa molto bella, ma che non può rappresentare un valido boicottaggio dell’economia israeliana perché i produttori locali non riescono ad offrire tutto ciò di cui la popolazione ha bisogno.

Discorso diverso per la comunità internazionale: da lì può arrivare molta pressione su Israele. Ispirandosi al boicottaggio contro il Sud Africa durante gli anni dell’apartheid, il BDS è un movimento morale, basato sui diritti umani. È nato 7 anni fa ed è cresciuto molto in questo periodo: in Israele lo conoscono bene.

 

In che modo? E come il BDS sta interessando l’economia israeliana?  

Abbiamo già parlato del partito Habayt Hayehudi (nella prima parte dell’intervista, ndr), che ha fatto del BDS un punto chiave della sua campagna elettorale, facendo propaganda per combatterlo ed evitarlo.

È un esempio che mostra come gli israeliani siano consapevoli che si tratta di qualcosa che potrebbe danneggiare molto l’economia e l’immagine del paese. Qualcosa di cui devono tenere conto se vogliono continuare a perseguire politiche di occupazione e repressione dei palestinesi.

Tuttavia, ad oggi il BDS non ha causato danni irreparabili e non credo che mai ne farà. E’ una forma di pressione che mira piuttosto a convincere la gente, in Israele e nel mondo, che anche le possibilità economiche di Tel Aviv saranno limitate se non ci sarà un miglioramento dei diritti dei palestinesi. Molti uomini d’affari israeliani ne sono consapevoli e stanno già da tempo elaborando strategie per proteggersi dal boicottaggio, magari investendo all’estero. È un movimento dal potenziale molto forte nell’influenzare le decisioni, e il governo ne è consapevole.

 

Come reagisce la società civile israeliana?

La maggior parte degli israeliani è molto preoccupata e vi si oppone. C’è un piccolo gruppo (di cui faccio parte), che si chiama “Supporting the Palestinians BDS Call from Within” che promuove il BDS dall’interno. Bisogna però ricordare che da un anno a questa parte in Israele è illegale sostenere pubblicamente il boicottaggio: la maggior parte delle persone non vuole rischiare di infrangere la legge.

Buona parte della società israeliana, inoltre, è venuta a conoscenza del BDS attraverso forme di boicottaggio culturale: ad esempio dopo che diversi artisti hanno rinunciato ad esibirsi in Israele, eventi a cui i media hanno dato molto risalto, come nel caso recente di Stevie Wonder.

Lo scorso anno un programma radiofonico molto popolare ha mandato in onda una canzone per ogni artista che si era rifiutato di cantare nel paese: hanno riempito l’intera durata del programma. In quell’occasione gli ascoltatori hanno scoperto che ci sono tanti artisti che partecipano al boicottaggio culturale, alcuni anche molto famosi. Credo che l’effetto sia stato molto forte.   

Anche il mondo accademico  israeliano è oggetto di boicottaggio, perché molto coinvolto nell’occupazione, ad esempio nel campo della tecnologia degli armamenti, nella formazione degli ufficiali dell’esercito e nel discriminare gli studenti palestinesi. Le università israeliane sono molto preoccupate perché sanno che l’attivismo sta crescendo a livello internazionale.

 

Recentemente una voce molto popolare a livello mondiale, Noam Chomsky, ha sorpreso moltidichiarandosi non favorevole al boicottaggio accademico. Cosa ne pensa?

Chomsky è un intellettuale molto stimato, ed è particolarmente apprezzato in quella che possiamo definire la ‘sinistra globale’. Personalmente sono stato molto deluso da questa posizione. La sua tesi è che se il boicottaggio deriva da una logica morale –  “Israele si comporta in modo criminale allora è giusto boicottarlo” – secondo la stessa logica bisognerebbe boicottare anche tutte le università negli Stati Uniti perché Washington occupa paesi e commette crimini. Dunque perché focalizzarsi soltanto e prima di tutto sulle università israeliane?

Ma questa argomentazione, secondo me, ignora un fatto molto importante, cioè che il movimento di boicottaggio contro Israele non è un soltanto un’azione morale, ma anche  – e fortemente – politica, inserita in un contesto molto politicizzato.

I palestinesi vedono il boicottaggio come un mezzo per raggiungere uno scopo più ampio: sono loro che ci invitano ad agire, e noi dobbiamo rispettare questo invito. Dall’esterno non si dovrebbe mai assumere la posizione ‘noi sappiamo meglio ciò che è meglio per voi’.

Il boicottaggio non durerà per sempre, ma solo finché Israele non rispetterà le rivendicazioni dei palestinesi.

 

Cosa significa per un israeliano interessarsi alla causa palestinese – ad esempio portando avanti il lavoro che lei e i suoi colleghi fate all’AIC –  e dunque scegliere di stare fuori dal mainstream della società israeliana?

Dato l’alto livello di razzismo e violenza che domina la società israeliana, per le persone che fanno parte di queste organizzazioni – come la mia o altre di sinistra – che rifiutano questi valori e credono nell’uguaglianza e nei diritti umani per tutti, non si tratta soltanto di attivismo politico, ma anche di un modo per proteggere la propria integrità mentale. In televisione, per strada, si sentono commenti sui palestinesi terribili, come ‘quelli non hanno il diritto di vivere’.

Se non si ha un gruppo di amici che funga da rifugio, un posto dove trovare gente che parla in modo diverso, il rischio è di trovarsi a pensare che quella sia davvero la normalità. Queste organizzazioni sono importanti forse più a livello personale che politico per le persone che ne fanno parte.

 

Quanto è diffuso questo genere di attivismo?

Parliamo di una minoranza molto ridotta. In Israele c’è sempre stata una distinzione molto netta tra quello che è concesso ai cittadini ebrei – parlare liberamente, protestare e dissentire, entro certi limiti – e quello che invece possono fare i cittadini palestinesi. Israele vuole mostrarsi una democrazia, al cui interno vige la libertà di espressione – grazie alla quale, ad esempio, a me è concesso di scrivere quello che ho scritto o fare lezioni nelle università – ma rimane un privilegio per i soli cittadini ebrei. I miei colleghi universitari palestinesi non hanno la mia stessa libertà.

Tuttavia, negli ultimi anni sembra che le cose stiano cambiando anche per noi, soprattutto dal 2009, da quando è in carica l’attuale governo Netanyahu. Per la prima volta sono state adottate politiche che limitano la libertà di espressione degli attivisti israeliani. Questo governo sta prendendo di mira quelle ONG che sono critiche nei suoi confronti per metterle a tacere, rendendole in alcuni casi illegali, togliendo loro i fondi, tassandole pesantemente.

Queste politiche mostrano che Israele in realtà non è una democrazia.

E purtroppo dal mondo arrivano risposte piuttosto curiose. Ad esempio l’Alto Rappresentante per la Politica Estera dell’UE, Catherine Ashton, ha commentato la legge che vieta il sostegno al BDS in Israele definendola “molto problematica”. Ma il vero problema è che non ha mai detto nulla su tutti i cittadini palestinesi che per anni sono stati in carcere per aver criticato il governo. Israele ha potuto tranquillamente arrestarli, invadendo tutte le leggi sulla privacy e Ashton o altri politici europei non hanno mai speso una parola al riguardo. L’Europa non dovrebbe intervenire soltanto quando i miei diritti vengono violati in quanto cittadino ebreo.

 

Quanto è lontano Israele da una situazione in cui ci potranno essere uguali diritti per tutti?

Nessuno può dirlo. Se prendiamo un esempio storico – l’apartheid in Sud Africa – osserviamo che la situazione è andata peggiorando fino alla fine: nessuno si aspettava che fosse sul punto di collassare. La sua fine è arrivata inaspettata e il governo ha protetto l’apartheid fino all’ultimo momento. Forse in Israele stiamo assistendo alla stessa dinamica: la politica adotta misure sempre più dure per favorire le prerogative degli ebrei e accentuare le disuguaglianze.

Un giorno tutto questo finirà, ma la domanda è come, e quando.

Non dipende solo da fattori storici casuali: dipende da noi, da quello che facciamo come attivisti. Se c’è abbastanza gente che protesta, che diffonde informazioni, che critica lo stato di Israele, che sostiene il boicottaggio, allora il regime dell’ingiustizia cadrà prima. E con meno spargimento di sangue.

Ma più siamo apatici, più ce ne infischiamo e siamo indifferenti alle sofferenze degli altri e più Israele potrà continuare con le sue politiche: il che significa sempre più crimini, più violenza, più sangue. E allora dovremo aspettare molto, molto di più.

 

*Shir Hever è un economista israeliano, ricercatore presso l’Alternative Information Center (AIC), organizzazione israelo-palestinese che promuove i diritti umani, con sede a Beit-Sahour, Betlemme. Studiando gli aspetti economici dell’occupazione nei Territori Palestinesi, i suoi principali argomenti di studio sono gli aiuti internazionali, gli effetti dell’occupazione sull’economia israeliana, le campagne di boicottaggio, disinvestimento e sanzioni (BDS) contro Israele. Ha collaborato con diverse testate online, tra cui Electronic Intifada e JNews, ed è spesso ospite di Università e centri di ricerca internazionali.

*La foto di copertina è di Boycott Israel

6 gennaio 2012

 

http://www.osservatorioiraq.it/israele-l%E2%80%99occupazione-e-la-comunit%C3%A0-internazionale-intervista-a-shir-hever-3

 

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