Israele nega l’ingresso a 2.000 palestinesi in base ai cognomi

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1/10/2018

IMEMC. Negli ultimi due anni, più di 2000 persone sono state pregiudicate dalla decisione di revocare i permessi d’ingresso in Israele a Palestinesi che condividono il cognome con chiunque abbia compiuto attacchi di resistenza.

Un report del canale israeliano Social TV ha rivelato, la settimana scorsa, che dal 2016 è stato negato l’ingresso -nel giro di una notte- a migliaia di lavoratori palestinesi della Cisgiordania, molti dei quali lavorano in Israele da oltre 20 anni, rendendoli disoccupati.

Quando viene richiesto il motivo del rifiuto, le autorità israeliane affermano che è dovuto a un cognome condiviso con un presunto militante della resistenza, anche se non esiste alcun legame familiare tra le due parti. La mossa ha avuto un impatto su centinaia di persone con cognomi palestinesi in comune.

“Potrebbero essere centinaia o migliaia di persone, se è per questo”, ha detto Yoav Gal Tamir del Centro di consulenza per i lavoratori, rappresentante dei lavoratori palestinesi. “È come se si cancellasse il permesso d’ingresso a qualcuno chiamato Cohen, perché qualcun altro chiamato Cohen ha fatto qualcosa di sbagliato”.

Mentre Israele mette regolarmente in atto tale politica nei confronti dei membri diretti delle famiglie degli aggressori della resistenza, di solito per la durata di un anno, alcuni dei recenti permessi rifiutati portavano una data di scadenza di 100 anni al momento dell’emissione, impedendo di fatto definitivamente ai Palestinesi l’uscita dalla Cisgiordania.

Con una elevata disoccupazione nei Territori occupati e con retribuzioni basse, i recenti rifiuti hanno aumentato la pressione economica su centinaia di famiglie, molte delle quali hanno numerose persone a carico. I palestinesi sostengono che ciò aumenta la probabilità di attacchi di resistenza contro le forze israeliane, poiché i giovani si sentono disperati di fronte alla prospettiva delle continue difficoltà economiche per le loro famiglie.

“Prendi un pallone. Se continui a soffiarci dentro, quanto durerà? Alla fine, esploderà. Siamo stufi e pronti a esplodere. “Vogliamo lavorare, abbiamo responsabilità familiari”, ha detto Kaher Al-Jamal, un residente di Beit Surik che aveva lavorato in precedenza come giardiniere in Israele.

L’impossibilità dei dipendenti palestinesi di attraversare il confine ha anche causato preoccupazione tra le aziende israeliane che richiedono lavoratori, in particolare nel campo dell’edilizia. Alcuni appaltatori israeliani hanno sollevato la questione con i funzionari dell’amministrazione di frontiera, ma senza risultato.

Molti palestinesi hanno tentato di affrontare la questione per mezzo di canali legali. Mentre le autorità israeliane hanno difeso il loro diritto di bloccare l’ingresso a chiunque sia ritenuto una minaccia per la sicurezza, secondo l’avvocato Tamir Blank molti hanno trovato il loro permesso modificato prima ancora che venissero fissate le date delle loro udienze in tribunale, suggerendo che le autorità desiderano evitarle.

L’Alta Corte israeliana ha stabilito che le misure che costituiscono una punizione collettiva e arbitraria sono illegali, ma le forze di occupazione sono state comunque autorizzate a svolgere tali azioni con impunità.

Traduzione per InfoPal di Laura Pennisi

 

© Agenzia stampa Infopal
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