Israele non è diventato adulto dopo l’ultima guerra contro Gaza

REDAZIONE 19 NOVEMBRE 2012

di Gideon Levy – 19 novembre 2012

Il popolo palestinese vuole la libertà dall’occupazione. La vita è così alle volte. Ma come ottenerla? All’inizio provarono a non fare nulla. Per vent’anni restarono inerti e in effetti non accadde nulla. Poi provarono con le pietre e i coltelli, la prima intifada. E continuò a non succedere nulla, salvo gli Accordi di Oslo che non cambiarono la natura fondamentale dell’occupazione. Dopo di ciò tentarono con un’intifada aggressiva: di nuovo niente. Ci hanno provato con la diplomazia: ancora nulla, l’occupazione è proseguita come prima.

Ora si sono divisi: una mano lancia missili Qassam contro Israele, l’altra si rivolge alle Nazioni Unite. Israele le schiaccia entrambe. In mezzo, il popolo palestinese tenta anche la protesta non violenta e si scontra con le canne dei fucili puntate in faccia, proiettili dalla punta di gomma e pallottole vere. E, di nuovo, nulla. I palestinesi hanno tentato tre approcci diversi (armi, diplomazia e resistenza nonviolenta) e Israele dice no a tutti e tre.

Cosa vuole Israele? Nulla. Vuole la calma. Vuole che l’occupazione prosegua senza disturbare la sua interminabile siesta. Quasi tutti i politici israeliani dicono che non c’è soluzione e comunque non dovremmo cercarla. Non ci sono palestinesi, non ci sono attacchi terroristici e non ci sono problemi. Abbiamo lasciato la Striscia di Gaza, la West Bank è tranquilla, abbiamo dichiarato il nostro appoggio a una soluzione a due stati. Cosa offre Israele ai palestinesi? ‘State tranquilli e non fate nulla’. Ma il popolo palestinese vuole essere libero dall’occupazione. La vita va così alle volte.

Israele è arrivato all’attuale tornata di questo ciclo interminabile di bagni di sangue e ad ancora un altro picco di negazione dell’esistenza del popolo palestinese. Dal ministro degli esteri, Avigdor Lieberman e dal primo ministro Benjamin Netanyahu al presidente dello Yesh Atid, Yair Lapid, alla presidente del Partito Laburista, Shelly Yacimovich, tutti hanno cercato di nascondere la testa nella sabbia e di affermare che il problema non esiste,  che il problema non è un problema, fino a quando non arriva un Qassam e scoppia loro in faccia. Hanno programmato una campagna elettorale incentrata sui fiocchi di latte, fino a quando non è arrivato Hamas a ricordarci la sua esistenza nel solo modo che gli è possibile e che non porterà neppur esso da nessuna parte.

Cosa si presume che faccia Israele adesso, chiedono gli ansiosi di una risposta: non reagire con la forza? Dovrebbe trattenersi quando la vita del suo popolo, al sud, è diventata un inferno? Questa domanda non dovrebbe essere formulata ora, quando tutte le altre opzioni hanno incontrato un rifiuto. Questa domanda avrebbe dovuto essere posta riguardo a tutti gli altri approcci che sono falliti. Ora Israele deve nuovamente scegliere l’opzione di default, familiare fino alla nausea: un altro elevato livello di assassinii, un altro pugno che mandi al tappeto, del genere che conosciamo e amiamo.

Siamo cresciuti un po’ dall’Operazione Piombo Fuso, è vero. Richard Goldstone merita la nostra gratitudine per questo, anche se noi lo negheremo. L’esercito israeliano non ha ucciso 250 agenti della polizia palestinese in un giorno solo e (almeno per ora) l’operazione attuale, relativamente chirurgica, impallidisce di fronte ai crimini della precedente. Anche la retorica è leggermente meno demoniaca. I politici e i generali tempestano di nuovo dagli studi radiofonici e televisivi, in concorrenza tra loro per chi sia il più sanguinario, ma in grado minore. Il parlamentare Benjamin Bel-Eliezer si vanta di essere quello che ha “eliminato Shehadeh”, riferendosi a Salah Shehadeh, il comandante di Hamas ucciso da una bomba dell’aviazione israeliana nel luglio del 2002, quando Ben-Eliezer era ministro della difesa. Il ministro della Difesa del Fronte Interno, Yoav Galant, ci ricorda ancora una volta quanto siamo fortunati per il fatto che non è stato nominato capo di stato maggiore. L’esercito israeliano mette in campo un nuovo termine, “decapitazione”, per descrivere ciò che Israele sta facendo alla dirigenza militare di Hamas. La parlamentare Miri Regev (Likud) dichiara di opporsi alla soluzione a due stati, commettendo un esecrabile errore grammaticale nell’occasione. [Arduo a quale affermazione della Regev si riferisca l’autore; la parlamentare ha, tra l’altro, paragonato gli africani in cerca di rifugio in Israele, a “un cancro nel nostro corpo”, ‘precisando’ successivamente che non intendeva offenderli in quanto non li aveva “mai paragonati a esseri umani” – http://www.youtube.com/watch?v=mbY6Y4DGNpM – n.d.t.]. Il corrispondente dell’esercito per Canale 2, Roni Daniel, promette a Gaza “una notte interessante”. Di nuovo ci sono intellettuali e accademici che propongono di tagliare il cibo, l’acqua e l’elettricità alla Striscia. Il parlamentare Yisrael Katz (Likud) li supera tutti in mostruosità: “Una sola lacrima di un bambino ebreo è sufficiente a giustificare la cacciata dell’intera popolazione dalla striscia di Gaza.” Ministro dei trasporti o no [Katz attualmente lo è – n.d.t.], le primarie del partito urgono.

Questo, a quanto pare, è il solo fuoco tribale di bivacco che ci resta, ora che le partite del Maccabi di Tel Aviv e il festival della canzone in eurovisione non ci riscaldano più. Ma anche questo chiacchiericcio meschino è meno sciovinista che in passato. Chissà? Forse sta cominciando a filtrare la consapevolezza che qualcosa deve essere fatto “una volta per tutte”, come amano dire gli israeliani. Ma, come in passato, ciò non avverrà mediante la forza delle armi. Cercare di parlare con Hamas, dire sì, una volta tanto, all’iniziativa di pace saudita, persino discutere il pugno di punti percentuali che differenziano l’ex primo ministro Ehud Olmert e il presidente dell’Autorità Palestinese Mahmoud Abbas nei loro negoziati: qualsiasi cosa, ma non i bombardamenti. E’ arrivata l’ora della diplomazia e della fine dell’occupazione, il tempo delle bombe è terminato.

Da Z Net – Lo spirito della resistenza è vivo

www.znetitaly.org

Fonte: http://www.zcommunications.org/israel-hasnt-grown-up-since-the-last-gaza-war-by-gideon-levy

Originale: Haaretz

traduzione di Giuseppe Volpe

 

Traduzione © 2012 ZNET Italy – Licenza Creative Commons CC BY-NC-SA 3.0

 

http://znetitaly.altervista.org/art/8624

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