ISRAELE. Nuova legge contro Breaking the Silence

17 ott 2017

Secondo il canale 2 della tv israeliana, il governo Netanyahu vuole proporre una nuova legge che mira a chiudere le ong che criticano l’esercito. 31 unità abitative approvate ieri a Shuhada Street, la via fantasma di Hebron simbolo dell’impossibilità di convivenza tra palestinesi e coloni

Shuhada Street, Hebron (Foto: OCHA)

della redazione

Roma, 17 ottobre 2017, Nena News – La battaglia del governo israeliano contro le ong israeliane di sinistra, e in particolare contro Breaking the silence, potrebbe avere a breve un nuovo capitolo. Secondo quanto riferito ieri dal canale 2 della televisione israeliana, infatti, l’esecutivo di Benjamin Netanyahu vuole presentare una nuova legge che mira a chiudere tutte le organizzazioni non governative che criticano l’operato dell’esercito israeliano. Il provvedimento, sostiene canale 2, è sostenuto personalmente dal premier Netanyahu che ha dato istruzioni al ministro del turismo Yariv Levin (suo collega di partito nel Likud) di scrivere la legge. In una fase successiva la bozza dovrà essere sottoposta ad un controllo legale, prima di essere presentata a Netanyahu e successivamente portata alla Knesset per essere votata.

Se approvato, il nuovo dispositivo completerà nei fatti il lavoro iniziato nel luglio del 2016 da Tel Aviv contro le ong israeliane critiche dell’occupazione: se allora il parlamento approvò un provvedimento (“La Transparency Law”) che aumentava i requisiti di trasparenza per quelle organizzazioni che ottengono la maggior parte dei finanziamenti dall’estero, con questa si prova definitivamente a chiuderle. Ovviamente, come ha precisato anche uno studio del ministero della giustizia israeliana, le ong sotto il mirino del governo sono “quasi tutte” quelle che si oppongono all’occupazione nei Territori Occupati palestinesi e non dunque quelle di destra vicine al governo che vengono dispensate da questi rigidi controlli.

Ecco perché la notizia di ieri ha destato non pochi timori a Breaking the Silence, in prima linea nel denunciare le violenze e violazioni commesse dall’esercito nei Territori occupati palestinesi. “Ogni volta che il premier affonda sempre di più nel fango delle indagini criminali contro di lui, ecco che va alla ricerca di nemici e usa i soldati dell’Idf [l’esercito israeliano, ndr] che rompono il silenzio e si oppongono all’uso dell’occupazione, come scudo umano contro le conseguenze pubbliche dei suoi problemi giudiziari” ha detto in una nota il capo dell’organizzazione, Avner Gravyahu.

Che il governo di estrema destra israeliano voglia imprimere un’accelerata contro le ong “nemiche” era apparso evidente già domenica quando aveva annunciato di voler stabilire una commissione parlamentare che indagherà sui finanziamenti esteri ricevuti dalle ong e che esaminerà se “le organizzazioni operano contro i soldati israeliani”.

La notizia di una possibile nuova legge anti-ong giungeva nelle ore in cui sottocommissione dell’Amministrazione civile israeliana approvava la costruzione di 31 unità abitative a Shuhada Street, la principale via di Hebron che conduce alla moschea di Abramo (Tomba dei patriarchi per gli ebrei) nel cuore della città vecchia di Hebron. La strada rappresenta l’immagine più significativa e dolorosa dell’occupazione israeliana in Cisgiordania: un tempo arteria principale del centro di Hebron, “via dei Martiri” è stata chiusa nel 1994 da Tel Aviv dopo il massacro compiuto da un fondamentalista israeliano Baruch Goldstein (29 palestinesi uccisi) all’interno della moschea di Abramo. Oggi Shuhada Street è di fatto una via fantasma: negli anni almeno 520 negozi sono stati qui chiusi per ordine mili­tare, altri 700 sono stati abban­do­nati dai pro­prie­tari per la man­canza di clienti (solo infatti una parte dei pale­sti­nesi resi­denti pos­sono tran­si­tarvi e comun­que non in auto).

Oggi que­sta strada rap­pre­senta il fal­li­mento della spar­ti­zione di Hebron decisa nel 1997 dal pre­mier israe­liano Neta­nyahu e dallo scom­parso pre­si­dente pale­sti­nese Ara­fat. Ma più di tutto è il sim­bolo dell’impos­si­bi­lità della con­vi­venza tra coloni e pale­sti­nesi, tra chi impone la sua pre­senza con la forza e chi è costretto a subirla.

La ong israeliana Peace Now, da tempo impegnata a monitorare l’occupazione israeliana in Cisgiordania, sostiene che con il nuovo provvedimento aumenterà il numero dei coloni in città del 20%. Attualmente nel centro di Hebron, protetti da un ingente schieramento militare, risiedono circa 800 coloni: un enclave di estremisti in un luogo dove vivono circa 200.000 palestinesi.

L’annuncio di ieri ha scatenato le immediate proteste delle autorità municipali palestinesi che hanno dichiarato di voler opporsi al piano di Tel Aviv facendo appello alla Corte suprema israeliana. Gli ultimi permessi concessi da Israele a Hebron erano stati rilasciati nel 2002 quando il governo diede l’ok alla costruzione di 10 unità abitative nel quartiere di Tel Rumeida. Lo scorso agosto un ordine militare aveva stabilito una nuova amministrazione in città per i servizi per i coloni. Una decisione che è stata giudicata dai palestinesi come ennesimo esempio dell’apartheid imposta dagli israeliani. Nena News

 

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