Israele, nuove elezioni e vecchie idee

12 GENNAIO 2013 – 16:19

Slow news di Ugo Tramballi

Circa 3 miliardi di dollari per organizzare una guerra all’Iran che forse non ci sarà, e raggiungere una “sicurezza assoluta” che nessun Paese al mondo può garantirsi. E’ l’indignata denuncia di Ehud Olmert, ex premier ed ex inquisito per corruzzio, completamente scagionato dalla giustizia. I responsabili di questa “follia”, secondo Olmert, sono Bibi Netanyahu e il suo ministro uscente della Difesa, Ehud Barak.

  Altrove e in questi tempi di crisi, i partiti di governo perdono le elezioni per questo. Ma non in Israele dove si vota il 22 gennaio e dove probabilmente non succederà niente di nuovo nel panorama politico d’Israele. Nemmeno l’indignazione della denuncia ha spinto Olmert a candidarsi per sconfiggere Netanyahu, il Likhud e le destre sue alleate. Per il momento resta fuori. Forse ha capito che quei 3 miliardi spesi forse per niente, sono una ragione di consenso.

  L’unica novità di un certo richiamo della campagna elettorale israeliana 2013 è un quarantenne, Naftali Bennett. E’ una novità nella continuità di un Paese sempre più di destra, sempre più tribale e sempre più militarizzato. Nato ad Haifa da genitori americani, Bennett è cresciuto a San Francisco per tornare presto in Israele e seguire il cursus honorum del sionismo neo-conservatore.

 Un tempo l’avanguardia, la guida morale e spesso politica di Israele, erano i kibbutznikim: nati e cresciuti nelle comunità agricole, figli d’immigrati dall’Europa dell’Est, pionieri, socialisti, ufficiali di prima linea, deputati, ministri, combattenti determinati in guerra ma disposti a cambiare quando le occasioni di pace si presentavano. Oggi la nuova avanguardia sono i coloni, soprattutto quelli venuti o tornati dall’America. Come Naftali Bennett che di Yesha, il movimento delle colonie, è stato il leader dopo aver fatto il militare nelle Sayeret Metkal, le unità di élite, i commandos.

  Naftali non ha mai spostato una zolla di terra ma è diventato un manager di successo dell’hi-tech; non si è mai chiesto se anche gli arabi potessero in fondo avere dei diritti su quella terra ma, al contrario, è sempre stato convinto che non ne avessero. La sua soluzione della questione palestinese è annettere il 60% della Cisgiordania, dove sono sorte le colonie, cioè l’area C, come viene definita dalla burocrazia del processo di pace morente: forse già morto. L’area A e B, i bantustan che rimangono, nel progetto di Bennett possono essere lasciati a un’autonomia palestinese sotto il controllo militare israeliano.

  Bennett è politicamente cresciuto nel Likud, al fianco di Netanyahu. Poi i due hanno litigato e il nostro eroe è passato a uno dei partiti nazional-religiosi di estrema destra. Accortosi di essere finito fra le mummie, ha fondato il suo partito, molto più dinamico: Habayit Hayehudi. Avigdor Lieberman, il ministro degli Esteri, un altro bel rappresentante della destra estrema, era stato l’eroe delle elezioni del 2009 con un partito chiamato Nostra Casa Israele. Bennett è l’ulteriore involuzione: non più Israele, cioè lo Stato, ma la tribù come pilastro esclusivo della comunità degli ebrei. Habayit Hayehudi significa La casa degli ebrei. Prima del partito, Bennett aveva fondato il movimento Mio Israele, una versione maccartista del sionismo.

  Le previsioni danno 14 seggi al nuovo fenomeno del panorama politico d’Israele, dai 3 che aveva nella vecchia Knesset. Non batterà il Likud ma potrebbe spingere il più grande partito e l’intero Paese ancora più a destra. Di fronte a questo pericolo e nonostante un’apparente buona ragione per lottare in nome dei loro principi, i leaders vecchi e nuovi (soprattutto vecchi) del centro e della sinistra non sono riusciti a formare un fronte. Al contrario, guidano tanti bei partitini da 10/5 seggi. Possono sperare di essere cooptati nella grosse koalition alla quale pensa Netanyahu dopo le elezioni, non di far valere i loro principi. Quelli che un tempo permettevano di riconoscere la straordinarietà di Israele fra le nazioni del mondo.

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