Israele: obiezione di coscienza, un raro diritto

adminSito   sabato 21 luglio 2012 08:28

Entro l’1 di agosto il governo dovrà riformare la leva. Saranno chiamati a prestare servizio anche gli ebrei ortodossi. Per i cittadini palestinesi si annuncia il “servizio civile”

 di Valeria Cagnazzo

Roma, 21 luglio 2012, Nena News – Zohar Shapira ha 40 anni, ha militato nell’Idf per 15, ha sparato sulla testa di bambini palestinesi, ha arrestato i loro padri, finché un giorno non ha detto basta. Incrociare lo sguardo terrorizzato di una bambina di sette anni in un villaggio vicino Nablus lo ha stravolto: “Non eravamo un soldato di fronte al suo nemico, ma due esseri umani che si guardavano”. Ha messo da parte il fucile, si è unito al gruppo non-violento dei “Combattenti per la Pace”, e da allora per lo Stato di Israele è diventato un refusnik. Li chiamano proprio così, refusnik, con questa parola un po’ russa e un po’ inglese, quegli israeliani che si rifiutano di servire nell’esercito. Diventano, per questo, dei ribelli, dei sovversivi, perché in Israele l’“obiezione di coscienza” di fatto non esiste, e i refusnik rischiano fino a tre anni di carcere.

Dopo i 18 anni di età, la leva è obbligatoria non solo per gli uomini, per almeno tre anni, ma anche per le donne, per le quali l’obbligo è ridotto a 18 mesi. Neppure da adulti i cittadini di sesso maschile possono dirsi esonerati dai loro doveri marziali: fino ai quarant’anni, ogni anno, serviranno l’Israel Defence Forced (Idf) per un po’ di settimane.

In una delle più moderne e sviluppate “democrazie occidentali”, l’esenzione dal servizio militare è un privilegio che spetta a pochi “fortunati” – ossia i religiosi ebrei ortodossi, gli Haredim, coloro che “tremano davanti alla parola di Dio” (la minoranza araba, per “ragioni di sicurezza”, viene tenuta fuori dall’esercito). Ed è su questo che oggi tanti israeliani insorgono. Perché fino al febbraio scorso, gli Haredim avevano potuto avvalersi della Tal Law, la legge che li abilitava a prestare servizio militare solo se volontari. Un’esenzione tra le tante di questa comunità ebraica, che, fra l’altro, non paga le tasse e vive perlopiù di sussidi statali. Ma in Israele tutti i nodi vengono al pettine, e se a febbraio la legge Tal è stata giudicata incostituzionale, entro l’1 di agosto il governo Netanyahu dovrà varare una nuova riforma sull’esercito. Il problema è spinosamente politico: riuscirà Netanyahu a conservare la maggioranza parlamentare? Il compromesso di una leva dalla durata tra i 18 e i 24 mesi a partire dai 22 anni e non dai 18 per gli Haredim appare quanto mai debole, di fronte all’opposizione dei vertici confessionali. “Si approfittano del fatto che c’é l’arruolamento obbligatorio, per alimentare conflitti, odio e rabbia tra i cittadini” ha detto il rabbino Israel Eichler, presidente dell’Ebraismo Unito della Torah e membro della Knesset contro la leva obbligatoria, sostenendo la necessità di estendere l’arruolamento volontario a tutti gli Israeliani.

La questione è, però, più che sociale, soprattutto economica. Dietro ai manifestanti che nelle piazze chiedono che anche gli ortodossi siano richiamati, per legge, alla leva obbligatoria, si nascondono tutte le difficoltà economiche di un Paese prostrato dal carovita – le proteste degli indignados e i suicidi recenti ne sono la prova. Pretendere che gli Haredim, che finora hanno contribuito al benessere dello Stato solo con l’afflato mistico della loro preghiera, partecipino al servizio militare significa, in realtà, ribellarsi contro l’ingiustizia economica che tiene in una parassitaria posizione di privilegio una comunità che ricopre il 13% della popolazione. Uguali diritti, uguali doveri dunque: e per questo leva obbligatoria, tasse, lavoro per tutti.

Ciò che c’è di allarmante nelle manifestazioni contro il privilegio degli Haredim è il fatto che i partecipanti non chiedano di prender parte allo stesso privilegio ma che siano gli ortodossi a perderlo per entrare nell’esercito.

Il grido “Una leva, un popolo” con cui gli Israeliani non ortodossi si sono lanciati nelle piazze dovrebbe far tremare: lo spirito belligerante del loro Stato militare ha forgiato le loro coscienze al punto che essi ritengono necessario, essenziale, sacrosanto che tutta la Nazione partecipi alla vita militare. Non è immaginabile forse, per gli israeliani, sfilare per le strade per chiedere altro, per esempio che dall’obbligo di leva siano esonerati anche loro. Non è forse ipotizzabile uno slogan diverso, che dica “Un popolo, un diritto” o “Un popolo, una libertà”. Perché quel popolo, e in questo la propaganda militare ha sicuramente i suoi sommi meriti, esiste ed è unito soltanto se si identifica con un esercito forte e compatto. Non sono pertanto degni di farne parte coloro che non imbracciano il fucile. Nessuno si è fatto avanti per difendere il diritto a rifiutarsi di partecipare alla vita militare, che si sia ultra-ortodossi o meno.

Lo Stato di Israele dimentica anche la lontana possibilità di essere obiettori di coscienza, indipendentemente dal fervore della propria fede. Si dovrà dunque aspettare il primo agosto per sapere se dovremo considerare come pericolosi e ingrati refusnik anche loro, gli Haredim, coloro che tremano davanti alla guerra. Nena News

Contrassegnato con i tag: , , ,

Articoli Correlati

Invia una Risposta

Attenzione: la moderazione dei commenti è attiva e questo può ritardare la loro pubblicazione. Non inoltrare più volte lo stesso commento.