Israele ordina la rimozione dei pannelli solari finanziati dalla UE

REDAZIONE 19 MARZO 2013

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di Jenna Bereld – 19 marzo 2013 Fidel Castro – 19 marzo 2013

L’autorità israeliana d’occupazione (IOA) ha ordinato la rimozione di pannelli fotovoltaici che forniscono elettricità a una comunità palestinese ad Al-Khalil, a est della città di Yatta.

Fonti locali riferiscono che l’amministrazione civile d’occupazione ha recapitato giovedì notifiche ai residenti dell’area di Umm Al-Kharouba, vicino a Yatta, che comunicavano che i pannelli solari da loro utilizzati per generare elettricità saranno confiscati.

Il sistema energetico solare di quest’area è stato finanziato diversi anni fa dall’Unione Europea ed è utilizzato per fornire energia a 15 abitazioni palestinesi.

Ratib Al-Jabour, il coordinatore dei comitati nazionali e popolari nel sud di Al-Khalil, ha affermato che le notifiche sono state affisse anche su quei panelli.

Ha accusato il passo dell’IOA di essere inteso a molestare i beduini e i pastori dell’area per costringerli ad abbandonare le loro terre in un preludio della loro confisca.

Se Israele fosse in grado di “spegnere” il solo sulla Palestina, lo farebbe.

Non può farlo e allora demolisce i pannelli solari che forniscono elettricità a un intero villaggio e ai suoi servizi, compresa l’assistenza sanitaria e la pompa d’acqua del villaggio. Uno dei molti modi per sfiancare e far ammalare i palestinesi. I bisogni fondamentali sono diritti umani. Lo sono anche l’acqua, l’assistenza sanitaria e l’elettricità.

In questi link relativi ai tagli che costano vite (ElettricitàAcquaComunicazioni) si possono constatare gli effetti per i palestinesi, la loro salute e soprattutto la deliberata attuazione di politiche di apartheid per privare i palestinesi di quei bisogni fondamentali con ogni mezzo possibile. Effetti che possono essere persino mortali, il che è esattamente in linea con il più vasto piano israeliano di pulizia etica della Palestina dal suo popolo (anche questo con ogni mezzo possibile).

Questi eventi, che passano quasi inosservati, come la demolizione di pannelli solari, pozzi, il rifiuto di ingresso di materiali di riparazione o la semplice brutale demolizione di installazioni necessarie per soddisfare bisogni fondamentali come acqua ed elettricità causano non sono gravi inconvenienti ma, specialmente nel caso dell’assistenza sanitaria, morti. A volte immediatamente, se si dipende da apparati per la respirazione, la dialisi e altro.L’impatto finale delle violazioni dei bisogni fondamentali, e dunque dei diritti umani, è un fattore importante dimortalità evitabile.

La mortalità evitabile è costata mezzo milione di vite palestinesi dal solo 1967. Il pedaggio dei morti causati dalle restrizioni che si traducono in privazioni dei bisogni fondamentali è di circa 5.000 l’anno.

Un genocidio silenzioso, se si confronta ciò con dati statistici in contesti vicini egualitari e ben governati, confronto che ovviamente non va a vantaggio del Grande Israele.

Più avanti segue il racconto delle demolizioni a Imneizil dove installazioni solari stanno per essere distrutte privando un intero villaggio di quasi tutta “l’elettricità gratuita che viene dal sole”.

Mentre Israele si prepara a distruggere le installazioni solari di Imneizil, porta la “luce” ai paesi poveri dell’Africa. Almeno ciò è affermato in questo articolo YNet: la società GLW [Global Light and Water Systems – una società israeliana del settore dell’illuminazione e dell’elettricità – n.d.t.] fornisce agli africani impianti autonomi di illuminazione che dipendono esclusivamente dall’energia solare affermando “per la maggior parte degli occidentali, l’illuminazione stradale è così comune che a malapena ci si fa caso, ma questa non è la realtà della maggior parte dei paesi del Terzo Mondo.” “Molti paesi africani, per esempio, mancano del tutto di illuminazione stradale sulle vie principali, rendendo estremamente pericoloso guidare salvo che in condizioni di chiara luce solare.”

Sfatiamo immediatamente questo “altruismo” israeliano partendo dall’inizio dell’articolo che afferma: “Un contributo a un mondo migliore”.

Quel contributo non è di alcun conforto all’umanità; l’altruismo può prevenire alcuni incidenti in Africa, mentre lo Stato d’Israele commette un continuo massacro silenzioso a Gaza e nella West Bank privandole deliberatamente dellecentrali e delle linee elettriche, o attaccandole, e provocando interruzioni.

In assenza di potenziale di trattamento e di elettricità le autorità di Gaza devono scaricare circa 80.000 metri cubi giornalieri di liquami nel Mar Mediterraneo causando malattie che si originano nell’acqua. Inoltre un falda acquifera è utilizzata solo per l’elettricità. Solo il 5% dell’acqua di Gaza è potabile.

A causa della mancanza di carburante, la Centrale Elettrica di Gaza funziona al 45% del potenziale, portando a blackout quotidiani che durano dalle otto alle dodici ore. A causa di tale scarsità di carburante il 90% delle auto private non circola più e dei servizi pubblici solo il 15% è operativo. (Centro Palestinese per i Diritti Umani: ‘La chiusura illegale della Striscia di Gaza: punizione collettiva della popolazione civile’, 10 dicembre 2010).

Contribuire a un mondo migliore significa, innanzitutto, rispettare la legge internazionale e il riconoscimento che ogni essere umano ha il diritto ai suoi bisogni fondamentali (che sono diritti umani). Ma Israele è un occupante disimpegnato che non riconosce affatto tali diritti, ma che soltanto impone ogni possibile taglio per mettere a rischio i diritti … e le vite.

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Articolo collegato: “Villaggio palestinese condannato a vivere al buio” – di Jenna Bereld – 18 novembre 2011 – Movimento Internazionale di Solidarietà – West Bank

Demolizioni di Imneizil: “Sospesi tra la terra e il cielo”

I pannelli solari del villaggio di Imneizil, presso Hebron, sono entrati in funzione quasi due anni fa e hanno migliorato le condizioni di vita dei circa quattrocento abitanti del villaggio, ma recentemente i residenti hanno appreso che l’esercito israeliano ha emesso un ordine di demolizione delle installazioni fotovoltaiche.

“Quando è arrivata l’elettricità abbiamo potuto avere la luce di notte. Così oggi possiamo stare in compagnia dei nostri amici alla sera e possiamo vederci,” ha detto la venticinquenne Nihad che ha visto la sua vita cambiare da quando a Imneizil è diventata disponibile l’elettricità. Parla di come la scuola oggi abbia accesso a computer e stampanti e di come la radio e la televisione abbiano collegato il villaggio al resto del mondo. Ora hanno lavatrici e frigoriferi che consentono di conservare il cibo.

Nihad abbraccia il figlio di tre anni e di avere anche un bambino di quattro mesi a casa.

“Prima le donne andavano a Yatta per l’ecografia. E’ molto lontano e costa molto andarci. Ora le donne incinta possono fare l’ecografia qui alla clinica.”

Prima dell’installazione dei pannelli solari il villaggio non aveva elettricità e le serate erano scarsamente illuminate da pericolose lampade al kerosene e da candele. Poche famiglia avevano accesso a generatori diesel che erano utilizzati per le feste e i matrimoni.

Le celle solari che sono state installate non sono in grado di soddisfare le necessità totali del villaggio, ma sono sufficienti per un moderato consumo domestico, e per le necessità della scuola, della clinica e della pompa idraulica comune. Durante il giorno la gente cerca di limitare il consumo in modo che la scuola disponga di elettricità sufficiente.

Il progetto era stato predisposto per essere esteso in modo che in seguito potesse esserci elettricità per l’uso regolare. Ma a ottobre i residenti hanno appreso che l’esercito israeliano ha emesso un’ordinanza di distruzione dell’installazione dell’energia solare. La conseguenza è che l’energia andrà persa per quaranta famiglia, la loro clinica e la scuola. Il motivo è che i pannelli solari sono stati costruiti senza un permesso dell’Amministrazione Civili Israeliana che controllo il territorio palestinese occupato.

“Quando penso che ci taglieranno l’elettricità sono molto, molto arrabbiata”, dice Nihad.

Imneizil non è il solo villaggio palestinese colpito dalla politica delle demolizioni. Negli anni tra il 2000 e il 2007 sono stati emessi circa 5.000 ordini di demolizione di edifici palestinesi, uno terzo dei quali è stato eseguito.

“Qui non si è mai chiesto un permesso di edificare”, afferma Ali Mohammed, capo del villaggio. “E lei vede che le altre strutture del villaggio sono state costruite trent’anni fa. Perciò non abbiamo mai chiesto un permesso neppure per i pannelli solari. Se avessimo cercato di chiederlo, sappiamo che non lo avremmo mai ricevuto.”

Il motivo dell’influenza dell’Amministrazione Civile Israeliana su Imneizil è che il villaggio si trova in quella che è nota come Area C, che è sotto il controllo civile e militare israeliano.

“Ci è chiaro che vogliono farci andar via da qui, cacciarci da quest’area, in silenzio, senza dichiararlo” prosegue Ali Mohammad.

I pannelli solari erano stati installati in collaborazione con l’organizzazione spagnola SEBA. Un portavoce dell’organizzazione dice che essa ha interposto appello contro l’ordine di demolizione attraverso un legale, al che l’Amministrazione Civile Israeliana ha emesso un nuovo ordine di demolizione. L’ordine di demolizione è ora congelato in attesa di una sentenza del tribunale. Ma la speranza di salvare il progetto da mezzo milione di dollari sta svanendo.

Le demolizioni sono illegali in base alla Convenzione di Ginevra. L’articolo 53 della Quarta Convenzione di Ginevra prevede che: “Qualsiasi distruzione da parte della Potenza Occupante di proprietà reali o personali appartenenti individualmente o collettivamente a privati […] è vietata, salvo che nel caso in cui tale distruzione sia resa assolutamente necessaria da operazioni militari.”

“Penso che questi pannelli solari non provochino danni a nessuno,” dice Ali Mohammad. “Non danneggiano nessuno. Non tagliano la strada all’insediamento. Non riesco a capire qual è il motivo per venire qui a demolire questi pannelli solari. Ora siamo sbalorditi per gli ordini di demolizione dell’Autorità Israeliana. Sentiamo di essere sospesi tra la terra e il cielo.”

Imneizil si trova nell’Area C, che rappresenta fino al 62% dell’area della West Bank. I permessi di costruzione di case e di altre strutture, come quelle per la raccolta dell’acqua piovana, devono essere richiesti all’Amministrazione Civile Israeliana.

Jenna Bereld è una volontaria del Movimento Internazionale di Solidarietà (il nome è stato cambiato).

Da Z Net – Lo spirito della resistenza è vivo

www.znetitaly.org

Fonte: http://www.zcommunications.org/israel-orders-removal-of-eu-funded-solar-cells-in-al-khalil-by-jenna-bereld

Originale: Occupied Palestine

traduzione di Giuseppe Volpe

Traduzione © 2013 ZNET Italy – Licenza Creative Commons CC BY-NC-SA 3.0

http://znetitaly.altervista.org/art/10156

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