Israele, Paese senza eroi

20 GENNAIO 2013 – 17:02

Slow news di Ugo Tramballi

 

Il problema del Medio Oriente, diceva ieri Bibi Netanyahu, non sono le colonie ebraiche nei Territori occupati (lui naturalmente non li ha chiamati così) ma il nucleare iraniano. E se a questo si deve aggiungere un elenco di altri pericoli per Israele, quelli sono la guerra civile in Siria e il governo dei Fratelli musulmani in Egitto.

Nessuno potrebbe negare che siano delle sfide, alcune molto difficili e imprevedibili, per lo Stato ebraico. A colpire è ciò che manca nella lista delle “minacce esistenziali”: la questione palestinese. Sia pure per renderla irrilevante, Netanyahu almeno ne ha parlato.

In questa strana campagna elettorale che si conclude con il voto di martedì, non lo ha fatto quasi nessuno. Perfino i laburisti hanno tolto dai loro slogan la soluzione di pace di “due Stati per due popoli” che loro, in passato, avevano coniato, negoziato e difeso.

Si ignorano i palestinesi per due ragioni: per onesta ignoranza, malafede e ignoranza ideologica. La prima è dell’opinione pubblica israeliana: poiché in Cisgiordania i palestinesi non protestano, il problema non esiste. Basta dare agli arabi un po’ di benessere e nessuno rivendicherà più uno Stato. La panacea della “pace economica”, smentita da mezzo secolo di conflitti.

La malafede è della classe politica israeliana che incentiva questa convinzione. I leaders dei partiti sanno che presto o tardi il problema sarà posto di nuovo, che la soluzione è una sola – due Stati per due popoli – e sarà dolorosa per Israele. Perché togliere all’opinione pubblica le sue illusioni? Perché poi farlo in campagna elettorale?

L’ignoranza ideologica è di quei partiti della destra nazional-religiosa e di molti giovani turchi del Likud che sono certi esista un’altra soluzione: un solo Stato per un solo popolo. La Palestina non nascerà mai, ci sarà invece un grande Stato ebraico i cui abitanti arabi che non accetteranno di emigrare, saranno cittadini con diritti minori. Questa è ideologia. L’ignoranza consiste nell’essere convinti che in questo Stato etnico la democrazia continuerà a funzionare per gli ebrei e che il resto del mondo accetterà passivamente un nuovo apartheid.

Tutto questo accade perché Israele è un Paese senza eroi. Non mi fraintendete. Esistono milioni di piccoli eroi quotidiani: israeliani che lavorano, crescono figli e per metà della loro vita vestono la divisa; israeliani che combattono per il loro Paese avendo pietà del nemico, nonostante l’ex rabbino capo delle Forze armate Avishai Rontzy, sostenga che chi lo fa “sarà dannato”; israeliani sommessamente convinti che anche i palestinesi abbiano diritti.

Gli eroi che mancano sono i leaders capaci di dire agli elettori ciò che va fatto e non quello che vogliono sentire. Capi come Yitzhak Rabin e Ariel Sharon: uno di sinistra e uno di destra, perché la collocazione politica è di relativa importanza. Rabin era stato il capo di stato maggiore che aveva conquistato Gaza e Cisgiordania nel 1967, il ministro della Difesa che nella prima Intifada aveva ordinato ai suoi uomini di spezzare le ossa dei palestinesi. E il primo ministro che nel 1994 firmò gli accordi di Oslo. Palesemente non gli piacque stringere la mano ad Arafat: ma lo fece perché aveva capito che era venuto il tempo di un accordo di pace per il Paese che guidava.

Per tutta la carriera miliare e politica Sharon è stato un estremista e un personaggio controverso. Ma alla fine della sua vita aveva capito che per il bene del Paese in nome del quale aveva combattuto, doveva abbandonare territori arabi. Non per convinzione politica ma equazione demografica: la popolazione araba cresce più di quella ebraica. Presto gli israeliani avrebbero dovuto decidere se vivere in una nazione ebraica ma razzista o democratica ma non più ebraica. Nonostante fosse stato un conquistatore di terre nemiche, si convinse che occorreva abbandonare Gaza: non ne era felice ma non era quello il punto. Si sarebbe anche ritirato dalla Cisgiordania se nel 2006, di questi giorni, non lo avesse fermato un ictus.

Invece in queste elezioni “nessuno discute delle questioni essenziali”, dice Tzipi Livni a David Remnick del “New Yorker”. La maggioranza “pensa: i palestinesi rifiutano ogni offertaIl mondo intero è comunque contro di noiSono tutti antisemiti, eccetera. E i coloni ideologici pensano che ogni giorno senza negoziato, sia una vittoria”. Del problema che individua, l’ex ministro degli Esteri aveva la soluzione. Ma prima era stata cacciata da Kadima che aveva fondato; e ora gli elettori non daranno più di 6/7 seggi al suo nuovo partitino.  E’ sempre più agevole seguire i pifferai che gli eroi.

 

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