Israele-Palestina: come il subappalto dell’occupazione alimenta la violenza di genere

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tratto da: https://www.invictapalestina.org/archives/43288

08/07/2021

L’AP sta usando i metodi israeliani, che includono la raccolta di informazioni  basata sull’utilizzo dei dettagli della vita privata, per mettere a tacere il dissenso

Fonte: english version

Nada Elia – 2 luglio 2021

Immagine di copertina: manifestante cade a terra durante una colluttazione con un poliziotto palestinese il 26 giugno 2021 DURANTE  le proteste per la morte dell’attivista Nizar Banat a Ramallah (Reuters)

La Palestina è una questione femminista: questa affermazione è un truismo e non dovrebbe aver bisogno di essere elaborata. Eppure, come per tutto ciò che riguarda la Palestina, ha richiesto lunghe discussioni, chiarimenti, analisi e ampia documentazione, ancora e ancora.

Sembra esserci un certo consenso sul fatto che il colonialismo stesso sia sempre di genere – un’osservazione che numerosi studiosi hanno sostenuto in modo persuasivo negli ultimi decenni, analizzando i molti modi in cui i corpi delle donne diventano campi di battaglia del potere, sia come prova di conquista che come obiettivi primari DEL desiderio del colono di “eliminare il nativo”. L’espressione “stupro, saccheggio e razzia” è purtroppo un descrittore appropriato delle conquiste dall’Africa, alle Americhe, all’Australia, all’Europa e all’Asia.

Oltre alla violenza dell’aggressione sessuale, la violenza di genere assume forme specifiche a seconda del contesto politico, sociale e culturale dell’aggressione coloniale. In India, ad esempio, il colonialismo ha preso la forma di “uomini bianchi che salvano donne brune da uomini bruni”. In Algeria, i colonizzatori francesi radunavano le donne musulmane e le spogliavano pubblicamente dei loro copricapi in una dimostrazione di come stavano “modernizzando” la società algerina.

Il velo, piuttosto che l’imperialismo, era visto come opprimente – una tendenza che è continuata nell’Europa moderna, dove alle donne musulmane è spesso vietato indossare il velo negli spazi ufficiali e pubblici, in un gesto di imposizione culturale che manca di rispetto alla loro fede per “liberarle” dalle sue direttive.

Le donne palestinesi non se la sono cavata meglio sotto il colonialismo israeliano. Il sionismo, tuttavia, non le ha mai esoticizzate, non ha mai aspirato a “salvarle”, “modernizzarle” o “liberarle”. Le ha sempre volute morte.

Minaccia demografica

Il sionismo vede le donne palestinesi come una minaccia demografica, le progenitrici di futuri terroristi, che allevano “piccoli serpenti”, come ha affermato una volta il ministro degli interni israeliano e membro di estrema destra del partito Yamina, Ayelet Shaked. In un post in ebraico che è stato tradotto in inglese, Shaked ha sostanzialmente sostenuto il genocidio, scrivendo: “Dietro ogni terrorista ci sono dozzine di uomini e donne, senza i quali non potrebbe impegnarsi nel terrorismo… Sono tutti dei combattenti nemici, e il loro sangue  dovrebbe ricoprire le loro teste.

“Questo include anche le madri dei martiri, che li mandano all’inferno accompagnandoli con fiori e baci. Dovrebbero seguire i loro figli, niente sarebbe più giusto. Dovrebbero andarsene, come dovrebbero sparire le case in cui hanno allevato i serpenti. Altrimenti, lì verranno allevati altri piccoli serpenti”.

Centinaia di donne palestinesi in marcia a Gaza nel 2018 (MEE/Mohammed Asad)

Altri sionisti hanno indicato lo stupro delle donne palestinesi come un’arma di guerra. Un conferenziere ed ex ufficiale militare, una volta disse che un modo per costringere i militanti di Hamas a porre fine alla loro resistenza era violentare le loro madri e sorelle: “L’unica cosa che può scoraggiare i terroristi, come quelli che hanno rapito dei bambini e li hanno uccisi, è la consapevolezza che la loro sorella o la loro madre sarà violentata”.

Israele applica anche la vecchia pratica di manipolare le strutture patriarcali e omofobe palestinesi, in particolare la percezione conservatrice di “onore”, per reclutare collaboratori e frammentare la società palestinese. Ci sono segnalazioni di poliziotti  israeliani che scattano foto di giovani donne che incontrano di nascosto i fidanzati e che quindi minacciano di denunciarle ai genitori; o di donne drogate, fotografate in pose compromettenti e poi ricattate per rivelare informazioni vitali sulla resistenza.

Gli interrogatori hanno anche minacciato di molestare sessualmente le donne, a meno che non fornissero informazioni sulle iniziative di resistenza. Lo slogan “terra prima dell’onore”, che divenne popolare per la prima volta dopo il 1967, aveva lo scopo di incoraggiare le donne palestinesi a non “vergognarsi” di collaborare a causa di  tali minacce e ricatti.

Tradimento nazionale

Le culture sotto attacco spesso diventano regressive. Questa tendenza potrebbe derivare da un impulso a “conservare” gli usi  pre-conquista, con conseguente congelamento del tempo e blocco di quello che sarebbe il naturale progresso della società. E più Israele si proclama una “democrazia liberale” – pro-donne e pro-gay – più elementi reazionari all’interno della società palestinese considerano il genere e la giustizia sessuale come coloniali.

Insieme all’ambiente maschilista coloniale e militarista in cui vivono i palestinesi, le conseguenze sono fatali. L’intensificazione delle norme patriarcali derivanti dal colonialismo sionista si è tradotta in orribili casi di femminicidio, con giovani donne uccise semplicemente per essere state viste con un maschio non appartenente alla famiglia.

Oggi, mentre vediamo teppisti dell’Autorità Palestinese attaccare donne palestinesi per la loro opposizione all’assassinio di Nizar Banat da parte dell’Autorità Palestinese, dobbiamo capire che, poiché è fondamentalmente incaricata di subappaltare l’occupazione, l’Autorità Palestinese sta subappaltando anche i metodi dell’occupazione, inclusa la raccolta di informazioni che si basa sullo sfruttamento dei dettagli della vita privata come esca per mettere a tacere il dissenso.

Nell’ultima settimana, gli sgherri dell’AP hanno arrestato donne palestinesi, rubando loro i  telefoni cellulari e minacciando di pubblicare i loro messaggi privati ​​e le loro foto se non avessero rispettato le richieste dell’AP.

Questa è una duplicazione delle tattiche coloniali – una forma eclatante di tradimento nazionale, e ancora un altro promemoria che la Palestina non sarà libera fino a quando le donne palestinesi e gli individui non conformi al genere non saranno liberi non solo dal colonialismo sionista, ma anche dalle restrizioni imposte da mascolinità militarizzate e violente all’interno della società palestinese.

 

Le opinioni espresse in questo articolo appartengono all’autore e non riflettono necessariamente la politica editoriale di Middle East Eye.

Nada Elia insegna nell’American Cultural Studies Program alla Western Washington University e sta attualmente completando un libro sull’attivismo della diaspora palestinese.

 

Trad: Grazia Parolari “Tutti gli esseri senzienti sono moralmente uguali” -Invictapalestina.org

 

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