Israele-Palestina, la pace già scritta

31 LUGLIO 2013 – 12:04

Slow news di Ugo Tramballi

 
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Non è stato il primo Iftar, la cena che conclude il Ramandan, quello che palestinesi e israeliani hanno fatto insieme a Washington, come gesto di amicizia. Negoziatori e arbitri si conoscono ormai da tanti anni, qualcuno ha sviluppato amicizie personali. E’ così dagli accordi di Oslo, l’inizio concreto del dialogo: a settembre saranno vent’anni, se qualcuno è in grado di ricordare.

  Tzipi Livni è l’israeliana più determinata (uomini compresi) nel cercare un compromesso finale. Il suo partner Isaac Molho è molto più cauto: uno dei suoi compiti sarà anche contenere Livni per conto di Bibi Netanyahu.

  I palestinesi Saheb Erekat e Mohammed Shtayyed, politico il primo, economista il secondo, sono diplomatici navigati con qualche tendenza massimalista. Pochi a Washington conoscono il dossier come Martin Indyk, il mediatore americano. E’ stato ambasciatore in Israele, negoziatore, esperto di punta della Brookings Institution. L’uscita di scena di Dennis Ross, ambiguo protagonista di un ventennio di fallimenti come negoziatore per conto di due presidenti repubblicani e uno democratico, è una buona notizia.

  Tutti vecchi amici, dunque, quelli che al dipartimento di Stato hanno rimesso in moto il processo di pace del più antico conflitto della storia contemporanea: iniziato praticamente nel 1917, con lo smembramento dell’impero ottomano.

  La loro missione è politicamente ai limiti dell’impossibile. Ma non è una missione impossibile: non lo è nel senso che nessuno deve inventare la Grande Formula. Non loro, non il neofita entusiasta John Kerry nè Bibi Netanyahu, Abu Mazen, Barack Obama; e nemmeno i russi, l’Unione europea e l’Onu che con gli Stati Uniti fanno parte del Quartetto.

  La pace è già stata scritta. In vent’anni di paure, entusiasmi, disperazione, sfiducia, collaborazione; tra coraggiose e commoventi strette di mano, e brutali riprese del conflitto, israeliani e palestinesi hanno già definito il compromesso su tutto. Confini, territori, colonie, diritto palestinese al ritorno e sicurezza per Israele, Gerusalemme, acqua, dogane, rapporti economici.

  I negoziatori devono discutere solo di dettagli: importanti, capaci di paralizzare di nuovo il negoziato. E’ importante accordarsi su quale dei numerosi punti abbia la priorità rispetto ad altri: per Israele è più urgente definire la sua sicurezza, per la Palestina le sue frontiere. Tuttavia la pace c’è già se pace non è un gioco a somma zero – io vinco, tu perdi – ma un compromesso doloroso per i due popoli, le loro aspettative, i loro risorgimenti nazionali. La pace, soprattutto questa, sarà un doloroso risultato della politica per chi la firma e chi la “subisce”: più che un successo del presente è un investimento sul futuro, per le generazioni che ancora non votano.

  Perché dunque un accordo non c’è, se le soluzioni ci sono? “E’ un passo avanti promettente”, diceva Barack Obama, inaugurando questa nuova tornata di colloqui dopo tre anni di gelo, “sebbene ci attendano un lavoro duro e scelte difficili”. Ecco, questo è il punto.  Manca la politica che deve fare quelle “scelte difficili”. Non ci sono ancora i leader né in buona parte i due popoli in grado di assumersene la responsabilità: i primi capaci di convincere, di offrire la grande visione, e i secondi coraggiosi abbastanza per guardare al futuro.

  Qualche segnale positivo c’è. A maggio, all’ultimo World Economic Forum del Medio Oriente sulle rive giordane del Mar Morto, imprenditori israeliani e palestinesi avevano firmato la loro pace, in attesa di essere seguiti dagli altri. I sondaggi dicono che una moderata ma chiara maggioranza di israeliani e di palestinesi, è favorevole a un accordo di pace. Anche se per gli uni e gli altri, più si definisce quella vaga adesione a “una pace”, più le maggioranze si assottigliano.

  Anche se non sembra, il negoziato ventennale ha una sua forza intrinseca. Non c’è stato leader coinvolto in questi vent’anni di speranze e di disillusioni, che prima o poi non la considerasse ineluttabile. Più di un presidente degli Stati Uniti ha cercato d’ignorare il problema, alla fine ritornandovi di corsa come pompiere. Durante la prima Intifada Yitzhak Rabin ordinava ai suoi di spezzare le ossa ai palestinesi, poi è diventato un Nobel per la pace. Ariel Sharon aveva costruito la sua fama conquistando terre arabe: è stato il primo israeliano a restituirne ai palestinesi. Perfino l’ideologico Bibi Netanyahu ora dice che per Israele “la pace è una scelta strategica”. Anche Abu Mazen e Fatah finalmente capiscono di dover affrontare con realismo le illusioni di vittoria che per decenni avevano venduto ai palestinesi.

  Ma questo non è sufficiente per cadere una volta di più nell’ottimismo. Dopo averlo usato a piene mani, la mia dose di entusiasmo si è ormai esaurita. Le scelte alla fine restano sempre difficili.

 

 

Questa è la versione rivista e allungata di un commento uscito il 29/7 sulle pagine del Sole-24 Ore.

 

http://ugotramballi.blog.ilsole24ore.com/slow-news/2013/07/israele-palestina-la-pace-gi%C3%A0-scritta.html#more

 

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