Israele. Parlare di Apartheid è antisemita?

14 novembre 2012

L’analogia con il Sudafrica è una questione delicata che comincia a trovare spazio nel dibattito pubblico israeliano. Un sondaggio scatena la polemica. Un bene secondo Gideon Levy. Perché permette agli israeliani di rendersi conto dell’occupazione. 

di Stefano Nanni 

“Siamo così terribili?”.

Esordisce così Gideon Levy, in un articolo pubblicato domenica scorsa sul quotidiano israeliano Haaretz, dal titolo “Apartheid sotto altre spoglie”.

 “Chiunque provi a delineare un paragone tra l’occupazione nei Territori Palestinesi e il regime sudafricano di Apartheid – e il loro numero aumenta costantemente – viene immediatamente bollato come anti-israeliano e anti-semita. Ma i fatti giustificano questo paragone. No, Israele non è uno stato di Apartheid. Al contrario della realtà che vige nei Territori Occupati: quello sì che è Apartheid.”

L’ANALOGIA CHE NON PIACE 

Apartheid, una parola che ha scatenato un putiferio nelle ultime settimane nel dibattito pubblico israeliano. Il 23 ottobre scorso l’origine della discordia: in due articoli apparsi su Haaretz Levy ha presentato da una parte i risultati di un sondaggio, mentre dall’altra ne ha commentato i contenuti.

Condotto dall’Istituto Dialog per lo stesso quotidiano, su una popolazione di 503 intervistati, il sondaggio mostra infatti risultati che hanno fatto il giro dei più importanti media internazionali (1).

Innescando di conseguenza una serie di critiche su un paragone che gli israeliani, e il mondo, faticano ad affrontare: quello con il regime di Apartheid del Sudafrica.

Alcuni risultati del sondaggio delineano infatti un quadro in cui la maggior parte degli israeliani supporterebbe le politiche di separazione che il loro governo pratica nei confronti dei palestinesi.

Il sistema delle by-pass roads – strade percorribili soltanto dagli israeliani, in particolare i coloni – è sostenuto dal 74% degli intervistati, che lo ritiene “buono” (24%) e “necessario” (50%). Nel caso in cui Israele dovesse un giorno annettere Cisgiordania, inoltre, la maggioranza tenderebbe a non concedere il voto ai ‘nuovi cittadini’ – 69%.

Ma ciò che ha invece scatenato le polemiche più aspre è stata la risposta che gli intervistati hanno dato alla prima domanda: “Is there Apartheid in Israel?” (“C’è l’Apartheid in Israele?”).  

L’11% “non sa”, il 39% crede che “sì, in certi casi”, mentre per il 19% “sì, nella maggior parte dei casi”, e per il 31% “non c’è apartheid”.

Da qui l’interpretazione di Levy che, sommando le due risposte affermative, presenta quello che secondo lui è il risultato più significativo: il 58% degli israeliani pensa che ci sia già un regime di Apartheid in Israele, da cui il titolo dell’articolo: “Most Israelis support an apartheid regime in Israel”.

“UNA SOCIETÀ MALATA”

L’interpretazione prosegue e si approfondisce nell’articolo di analisi dal titolo “Apartheid senza vergogna o colpa”.

Il giornalista scrive senza mezzi termini: “Siamo razzisti. Lo dicono gli israeliani: pratichiamo l’Apartheid e vogliamo addirittura vivere in uno stato di Apartheid”. 

L’immagine che emergerebbe da questo sondaggio è quindi quella di “una società molto malata: gli stessi israeliani si dipingono come nazionalisti razzisti, senza alcun tipo di vergogna. Questa stessa maggioranza inoltre afferma di apprezzare la vita in questo stato, proprio perché è uno stato razzista.”

Un articolo che suona come un perentorio J’accuse, data soprattutto la popolarità, nazionale einternazionale, del quotidiano e del giornalista in questione.

Un J’accuse che si concentra sulla natura ebraica dello stato israeliano, rea di aver prevalso sulla sua democraticità.

“La parte ebraica della democrazia ebraica prevale ormai da tempo – scrive Levy. L’aggettivo ebraico ha scalzato la democrazia, sbattendola al tappeto. Gli israeliani vogliono infatti sempre di più ebraico e sempre meno democrazia. Oppure vogliono la democrazia, ma solo per gli ebrei.”

Analisi che però non è piaciuta ad altri quotidiani e siti di informazione di ispirazione conservatrice che hanno attaccato Levy, accusandolo di essere il “solito anti-israeliano” e di aver falsificato i risultati del sondaggio. Attacchi diretti anche allo stesso quotidiano, che starebbe “montando una campagna pro-apartheid in ottica anti-israeliana a causa delle sue difficoltà finanziarie e del calo dei lettori”.

La replica due giorni dopo, quando la redazione di Haaretz modifica il titolo del primo articolo in “Most Israelis Jews wouldn’t give Palestinians vote if West Bank was annexed”, affermando che l’originale non “rifletteva accuratamente i risultati del sondaggio”. 

A questa decisione è seguito un nuovo articolo di Levy, pubblicato il 29 ottobre, nel quale il giornalista replica alle accuse.

“L’articolo che ho scritto non conteneva alcun errore, bensì offriva una descrizione precisa e dettagliata dei risultati dell’indagine statistica. Nella mia analisi c’era un’unica frase che non rappresentava accuratamente il sondaggio; il mio peccato è stato il seguente: La maggioranza non vuole che gli arabi votino per la Knesset , non li vuole come vicini di casa oppure non vuole studenti arabi nelle proprie scuole. In effetti la verità è un’altra” – prosegue Levy.

Soltanto il 33% degli intervistati afferma di non voler concedere agli arabi il diritto di voto alle elezioni parlamentari; soltanto il 42% non vorrebbe un arabo come vicino di casa e circa la stessa percentuale afferma che un arabo nella stessa classe dei propri figli darebbe loro fastidio.”

“Non una maggioranza, quindi ma soltanto una (grande) porzione di israeliani che espone allarmanti considerazioni. Magra consolazione”. 

“Immaginiamo un simile sondaggio in Francia: un terzo dei francesi che non vuole che gli ebrei abbiano il diritto di voto e circa la metà che rifiuta un ebreo come vicino o come compagno di classe dei propri figli. I propagandisti di destra che stanno scatenando un putiferio su questo mio errore, sarebbero tra i primi a gridare all’ anti-semitismo”. Ma a noi, ebrei di Israele, tutto ciò è concesso e passa inosservato. […] L’enfasi deliberata contro i miei articoli è stata intesa per oscurare la verità che il sondaggio mette a nudo. […].

La cosa più importante è, e rimane, che una significativa porzione della società ebraica israeliana sostiene posizioni che possono essere descritte soltanto come nazionalistiche e razziste”.

Levy conclude invitando i suoi accusatori a provare il contrario di quel che il sondaggio riporta:

“Ecco una sfida per coloro che non si sono preoccupati per i risultati della ricerca e sono inorriditi di fronte al mio errore: portateci un’altra inchiesta di opinione, affidabile, che provi come la società israeliana non sia razzista e nazionalista. Questo renderebbe le polemiche molto più sensate”.

UN PARAGONE “LEGITTIMO”

Domenica scorsa Levy è tornato sull’argomento, ispirandosi alla lettura effettuata da Brian Brown, un ecclesiastico sudafricano che fu costretto all’esilio a causa delle sue attività anti-Apartheid.

“L’accostamento al Sudafrica è legittimo. Ed è una buona cosa che faccia arrabbiare molti israeliani – forse questa rabbia li spronerà per una volta a rendersi conto dell’occupazione.”

Le somiglianze tra i due regimi sarebbero molte, se si ragiona in termini di espropriazione della terra, di diritti, dignità e potere. “In entrambi i casi, le comunità governanti, quella bianca in Sudafrica e quella ebraica in Israele, sono state esse stesse vittime di oppressione. I boeri avevano provato sulla propria pelle la frusta dell’Impero britannico, mentre gli ebrei sono passati per l’infinitamente ancor più terribile orrore dell’Olocausto.”

Inoltre “alcuni boeri in Sudafrica e i sionisti in Israele fondano il loro diritto sulle rispettive terre sulla base di un decreto divino. Entrambe le comunità hanno tuttavia conquistato il territorio violando il diritto internazionale.”

Un’altra analogia che Levy presenta riguarda la percezione che boeri e sionisti avrebbero di loro stessi  in riferimento al tipo di società di appartenenza: “Tutti e due i gruppi si percepiscono infatti come difensori della civiltà e vedono la lotta contro neri e palestinesi, come una guerra più ampia tra i valori occidentali e i barbari nel primo caso, e i jihadisti nel secondo. Il Sudafrica si riteneva infatti una fortezza contro l’Unione Sovietica durante la Guerra Fredda; Israele invece si vede come l’unica democrazia in Medio Oriente”.

Altro aspetto importante dell’articolo è l’origine della violenza dei gruppi dominati: “Quella dell’African National Congress e dell’Organizzazione per la Liberazione della Palestina nascono come una reazione alla violenza istituzionalizzata del regime”.

Il giornalista prosegue sottolineando le affinità tra le politiche discriminatorie messe in atto dal regime africano e dallo stato israeliano.

“Entrambe le società sono state caratterizzate da una discriminazione istituzionale. In Sudafrica la nazione era bianca; in Israele lo stato è ebraico. […] Le politiche migratorie sono anch’esse simili: basate sull’identità razziale o etnica. Soltanto ai bianchi era concesso di immigrare in Sudafrica; soltanto gli ebrei possono tornare in Israele. In Sudafrica gli immigrati bianchi venivano naturalizzati; in Israele qualsiasi ebreo può diventare cittadino immediatamente. In entrambi i regimi non c’è alcun rapporto proporzionale tra la popolazione e il suo controllo del territorio.”

Tutte queste somiglianze non escludono però delle differenze. Quella più grande, conclude, è che “sfortunatamente, lì l’Apartheid se n’è andato. Qui invece l’occupazione si radica sempre di più e i palestinesi combattono ogni giorno la stessa battaglia dei neri”. 

“Dovremmo dunque definire questo paragone ridicolo, infondato, antisemita?”

(1) GuardianIndependentGlobe. Per l’Italia La Stampa e il cartaceo de Il Manifesto.

14 novembre 2012

http://www.osservatorioiraq.it/israele-parlare-di-apartheid-%C3%A8-antisemita

 

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