ISRAELE. Raid in Siria, tensione per la “Giornata della Rabbia”

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28 apr 2017

L’aviazione di Tel Aviv ieri è tornata nuovamente a colpire Damasco e il suo aeroporto in chiave anti-Hezbollah. Tensione alta nei Territori Occupati per la protesta a favore dei detenuti in sciopero della fame. I repubblicani statunitensi, intanto, chiedono ai palestinesi di ammettere la sconfitta, mentre Trump rimanda di un mese l’annuncio sul trasferimento (o meno) dell’ambasciata Usa a Gerusalemme

Damasco

Esplosione all’aeroporto di Damasco, ieri. (Foto tratta dal sito:http://english.sakshi.com)

 

della redazione

Roma, 28 aprile 2017, Nena News – Tel Aviv non lo ammette ancora ufficialmente, ma le parole del ministro dell’intelligence israeliano Katz sembrano essere più di una conferma: l’attacco avvenuto ieri all’alba contro la Siria è “del tutto coerente con la nostra politica per impedire il trasferimento di armi ad Hezbollah”. Secondo fonti israeliane, alle prime ore del mattino almeno cinque raid aerei hanno colpito Damasco e il suo aeroporto provocando l’esplosione di un presunto magazzino di armi iraniane.

Viste le precedenti (e sempre più frequenti) incursioni aeree nel cielo siriano – giustificate in chiave anti-Hezbollah e Iran – Tel Aviv è finita subita nel mirino del governo siriano e dei media arabi. Come ha fatto lo scorso 16 marzo quando ha lanciato alcuni missili verso jet e il territorio israeliano, Damasco, irretita dalla nuova “aggressione”, sembrerebbe anche questa volta intenzionata a reagire. Tuttavia, per il momento, ad attaccare continua ad essere esclusivamente lo stato ebraico: ieri sera l’esercito israeliano ha detto di aver abbattuto “un oggetto non identificato” in volo sopra il Golan occupato nel 1967. Tel Aviv parla di un drone siriano, al-Asad e i suoi uomini per ora tacciono.

L’obiettivo del premier israeliano Netanyahu è sempre più chiaro: mantenere alta la tensione nell’area, destabilizzare il paese confinante già in guerra così da indebolirne ancora di più i suoi sponsor (i “nemici” Hezbollah e Iran in primis). Per fare ciò utilizza strade differenti: dai raid aerei agli aiuti (in parte confermati da rapporti Onu) a gruppi di opposizione (anche jihadisti) presenti al confine sud della Siria.

Le tensioni nel nord del Paese si uniscono a quelle interne soprattutto a causa dello sciopero della fame dei 1.5000 prigionieri palestinesi. Diversi scontri si sono registrati ieri sera nel villaggio di al-Issawiya (Gerusalemme est occupata) quando le forze armate israeliane hanno abbattuto una tenda allestita in solidarietà ai detenuti. Scene simili si sono viste anche a Shufat dove i palestinesi e i militari si sono scontrati nei pressi del checkpoint d’ingresso al campo rifugiati a conclusione di un corteo di solidarietà con la protesta di massa dei prigionieri (giunta ormai all’11esimo giorno). Blitz dei soldati anche a Silwan dove, raccontano i residenti, l’esercito avrebbe sparato granate stordenti e proiettili ricoperti di gomma.

Nel corso delle violenze, un bambino palestinese è stato ferito ed è stato ricoverato all’ospedale di Shaare Tzedek. Le sue condizioni non destano preoccupazioni. Gli scontri tra militari e residenti si sono registrati anche in altre parti della Cisgiordania. Il bilancio, sostengono le fonti locali, sarebbe di 6 palestinesi feriti con pallottole vere. Cinque le persone arrestate nell’area di Ramallah. L’esercito israeliano, per ora, non ha emesso alcun comunicato circa i fatti accaduti ieri.

Alta tensione si annuncia anche in queste ore: il partito Fatah del presidente palestinese Abu Mazen ha infatti annunciato per oggi un “Giorno della Rabbia” in solidarietà con il movimento dei prigionieri.

La protesta giunge nelle stesse ore in cui diversi esponenti del partito repubblicano al Congresso degli Stati Uniti hanno chiesto ai palestinesi di ammettere la sconfitta. Secondo uno dei copresidenti dell’Israel Victory Caucus, il repubblicano Bill Johnson dell’Ohio, “Israele ha vinto in guerra e questa realtà deve essere riconosciuta per ogni pace che si vuole raggiungere tra essa e i suoi vicini”. Le sue parole riprendono di fatto le teorie del presidente del Forum sul Medio Oriente, Daniel Pipes, che recentemente ha spiegato che imporre la sconfitta ai palestinesi è la strada più probabile per giungere alla pace. “La vittoria – ha sostenuto – vuol dire imporre la tua volontà sul tuo nemico”.

Parole che saranno risuonate come musica alle orecchie del premier Netanyah. Intervistato dal quotidiano Bild, il leader del Likud è ritornato sulla polemica di questi giorni con il ministro degli esteri tedesco Sigmar Gabriel. Lo scontro diplomatico tra i due paesi (dai toni, per la verità, pacati) è nato quando il capo del governo si è rifiutato di incontrare il rappresentate di Berlino che, colpevolmente secondo il leader israeliano, aveva deciso di incontrare le ong di sinistra B’Tselem e Breaking the Silence. Una decisione – ha commentato Netanayhu – “sconsiderata”, ma che non influirà negativamente sugli ottimi rapporti tra Berlino e Tel Aviv basati “su valori condivisi”. “I diplomatici stranieri – ha aggiunto – sono i benvenuti e possono incontrare gli attivisti della società civile, i membri dell’opposizione e tutti coloro che vogliono. Possono incontrare perfino Breaking the Silence. Ma la mia linea rossa è che non incontrerò mai diplomatici che vengono in Israele e danno legittimità a frange di gruppi radicali che in modo falso accusano i nostri soldati di crimini di guerra e minano la sicurezza israeliana”.

Sia chiaro: il pericolo, per il premier e il suo governo, sono solo i gruppi “radicali” di sinistra, non quelli di estrema destra. Eppure una di queste (Honenu), secondo un servizio del canale 10 della tv israeliana e ripreso ieri poi da Haaretz, avrebbe offerto migliaia di dollari in donazioni a vari estremisti di destra. Tra i “beneficiari” ci sarebbe anche Yosef Haim Ben-David, condannato all’ergastolo per la brutale uccisione nel 2014 del 16enne palestinese Mohammed abu Khdeir.

Ieri, intanto, è tornato a parlare di Palestina e Israele Donald Trump. Il presidente Usa si è mostrato prudente (“voglio vedere la pace tra israeliani e palestinesi, non c’è motivo per cui non ci sia”) rimandando al mese prossimo – quando cioè sarà in visita in Israele – la sua decisione sul trasferimento o meno dell’ambasciata statunitense a Gerusalemme. Nena News

ISRAELE. Raid in Siria, tensione per la “Giornata della Rabbia”

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