Israele, ripensare la frontiera

16/05/2011

Il massacro del giorno della nakba riproprone il dibattito sul senso israeliano del limite

La domenica di sangue è già alle spalle. Sono almeno venti le vittime di ieri, lungo tutte le frontiere d’Israele. L’esercito di Tel Aviv, di fronte a manifestanti determinati (e disarmati) a passare i confini di quello stato nato nel 1948. Dovevano essere due, per le Nazioni Unite, ma la Palestina non ha ancora visto la luce.

Ecco che il 15 maggio, dal 1948, è la festa più importante per Israele, che festeggia la sua nascita, ed è anche il giorno più triste per i palestinesi, che la chiamano nakba, catastrofe. E’ un giorno amaro ancor più per i profughi palestinesi, milioni di persone, che vivono da anni in Libano, Siria, Giordania. “La frontiera non è un luogo fisico, è un’idea”. Dice Michael Warschawski, intellettuale israeliano. “Può essere ermetica, sigillata o può essere un posto vivo, che respira. Uno dei compiti dei militanti, di tutti quelli che si battono per cambiare le cose in questa terra, dev’essere quello di far respirare le frontiere, rendere i confini permeabili alle idee, rimuovere i blocchi dati dalle contrapposizioni semplicistiche: ebrei contro musulmani, arabi contro israeliani”.

La cronaca di ieri racconta quanto sia lontano quel momento. Perché in tutti questi anni nessuno ha costruito la pace, ma tutti hanno solo serrato i ranghi militari. Fino a militarizzare la stessa società israeliana.
Ancora Warschawski: “Non dimenticherò mai l’interrogatorio che subii da un ufficiale (poi diventato capo del Mossad). Mi disse che davamo fastidio, perchè eravamo una terra di nessuno. Lui era abituato al bianco e al nero, disse proprio così. Diventate bianchi, cioè israeliani e potrete fare tutto quello che volete, perchè godrete dei diritti di una democrazia. Oppure diventate neri, cioè palestinesi e non avrete alcun diritto, ma non potete restare così, grigi. La sua logica militare restava spiazzata, ma la sua posizione rispecchia l’idea israeliana di frontiera. Non è fisica, è mentale“.

Warschawski sottolinea: “Il concetto israeliano di frontiera è molto più vicino all’idea che ne ha la cultura americana: spazi da conquistare. Non hanno un limite fisico, basta pensare che non esiste un riferimento geografico ai confini d’Israele nei testi e che i trattati con Egitto e Giordania sono stipulati facendo riferimento ai loro di limiti, non ai nostri. La critica più pesante che Sharon ha mosso a Rabin dopo Oslo è proprio questa: aver cercato di porre confini a Israele. Per quelli come l’attuale premier la guerra d’indipendenza del 1948 non è mai finita”. Lo dimostra il muro di separazione, costruito ben al di là del confine stabilito dall’Onu nel 1967.

L’ennesima dimostrazione di quanto l’intellettuale di origine francese abbia ragione è stato il massacro di ieri. In Italia, per fortuna, in molti sono rimasti indignati dalle dichiarazioni del vice ministro Castelli che si lamentava di non poter sparare ai migranti. Ecco, proviamo a immaginare per un momento che quello che è accaduto ieri al confine con il Libano, con la Siria, in Cisgiordania fosse accaduto in Cina, Usa o Unione Europea. Un gruppo di manifestanti, disarmati, cerca di passare una zona vietata per dimostrare la propria rabbia per un esilio che – in alcuni casi – dura da sessanta anni. Un incidente diplomatico immenso, critiche e – magari – dimissioni e processi. Ieri non è accaduto nulla, anche se i dimostranti sono stati abbattuti come animali. Questo è stato, non si può raccontarlo in un modo differente. Salvo che, anche la stampa, non abbia deciso di accettare che il bianco e il nero siano una scelta che deresponsabilizza il racconto.

Ecco che in questa fase storica, quando tutto il mondo arabo esplode nel tentativo, sanguinoso e difficile, di cambiare il proprio futuro, sarebbe tempo di tornare a occuparsi della Terra Santa. Il negoziato di pace è affidato al signor Godot, mentre l’accordo di riconciliazione tra Fatah e Hamas fa salire la tensione nei quadri militari di Israele. Non bisogna, per l’ennesima volta, trascurare la centralità della Palestina nel Medio Oriente del futuro. Bisogna ricominciare a pretendere la pace. E l’educazione alla frontiera, l’addestramento all’idea che tutto ha un limite, fisico e morale, aiuterebbe a ritrovare il rispetto dell’altro che non è sempre nemico.

Christian Elia

http://it.peacereporter.net/articolo/28496/Israele%2C+ripensare+la+frontiera

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