Israele scambia l’unità palestinese per una strategia di Hamas

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Articolo pubblicato originariamente da Invictapalestina

Il governo israeliano, l’esercito e vari rami dei servizi di sicurezza rifiutano di accettare che il popolo palestinese sia in grado di organizzarsi e rispondere alla violenza israeliana di propria iniziativa.

Di Ramzy Baroud – 9 maggio 2022

Immagine di copertina: Giovani palestinesi lanciano pietre contro i veicoli delle forze israeliane durante il loro raid in una casa nella Cisgiordania occupata. (AFP)

Come le tipiche analisi offerte dai servizi di spionaggio occidentali quando cercano di valutare i rischi o di comprendere i principali fenomeni politici in Medio Oriente, i servizi israeliani sono miopi. Insistono sull’analisi degli atteggiamenti e del linguaggio del corpo degli individui invece di concentrarsi sul comportamento collettivo. Questo è il caso attuale, poiché Israele sta cercando disperatamente di comprendere le mutevoli dinamiche politiche in Palestina.

Dopo la guerra israeliana a Gaza nel maggio 2021, l’esercito israeliano preparò   un “profilo caratteriale” del leader di Hamas con sede a Gaza Yahya Sinwar. Sebbene Hamas e lo stesso Sinwar fossero attori politici importanti negli eventi che hanno avuto luogo in tutta la Palestina all’epoca, il vero protagonista degli eventi era il popolo palestinese. La ribellione popolare non solo sfidò l’occupazione israeliana, ma anche la stagnante retorica palestinese, satura di riferimenti alle fazioni e lotte di potere.

Tipicamente, il governo israeliano, l’esercito e vari rami dei servizi di sicurezza rifiutano di accettare che il popolo palestinese sia in grado di organizzarsi e rispondere alla violenza israeliana di propria iniziativa. Ad esempio, in seguito allo scoppio della rivolta popolare palestinese del 1987, nota come la Prima Intifada, Israele decise che l’intero evento era stato organizzato dal leader di Fatah e dell’Organizzazione per la Liberazione della Palestina Khalil Al-Wazir (Abu Jihad). Nell’aprile 1988, un’unità speciale israeliana lo assassinò nella sua residenza di Tunisi. Tuttavia, l’Intifada non si fermò e continuò anche più furiosamente di prima.

Ora, Israele dice di avere un problema con Yahya Sinwar.

Il leader di Hamas ha fatto la sua ultima apparizione pubblica a Gaza il 30 aprile. Rivolgendosi a un gruppo di leader e rappresentanti di vari gruppi politici palestinesi, Sinwar ha dichiarato: “Il nostro popolo deve prepararsi per una grande battaglia se l’occupazione non cessa la sua aggressione contro la Moschea di Al-Aqsa”. Sebbene Sinwar non abbia dichiarato guerra a Israele, ha sottolineato che le violazioni israeliane ad Al-Haram Al-Sharif porterebbero a “una guerra regionale e religiosa”.

Molto può essere dedotto da queste parole e dal resto del discorso di Sinwar. Chiaramente, i palestinesi stanno cercando di cambiare del tutto le regole di ingaggio con Israele. Proprio come i gruppi religiosi e di estrema destra di Israele sono ora le forze che modellano la politica israeliana tradizionale, anche molti palestinesi scoprono che i loro simboli religiosi, musulmani o cristiani, sono punti di forza dell’unità.

In un certo senso, questa scelta da parte di tutti i gruppi palestinesi, compreso Hamas, è strategica. Il mancato raggiungimento dell’unità su altre questioni, il “processo di pace”, la soluzione a due Stati, la rappresentanza politica, il tipo di resistenza contro Israele e altri punti controversi, ha reso la ricerca di un terreno comune più difficile di giorno in giorno. Tuttavia, Gerusalemme Est e la Moschea di Al-Aqsa in particolare sono sempre una piattaforma garantita per l’unità nazionale e spirituale tra i palestinesi.

Prima del maggio scorso, i palestinesi erano divisi; non solo politicamente, ma anche in termini di linguaggio e priorità. Hamas voleva porre fine all’assedio, quindi al proprio isolamento a Gaza. Il leader dell’Autorità Palestinese Mahmoud Abbas voleva qualsiasi parvenza di processo politico che lo mantenesse rilevante agli occhi del mondo. I palestinesi di Gerusalemme Est hanno combattuto da soli contro i crescenti tentativi israeliani di pulizia etnica, una casa alla volta, dalla loro città storica. I cittadini palestinesi di Israele, nel frattempo, sono stati quasi del tutto rimossi dalla discussione nazionale, nonostante il fatto che la loro lotta contro il razzismo e l’emarginazione sia determinante e sia importante per tutti i palestinesi.

La guerra dell’anno scorso ha cambiato tutto questo. Quando Gaza rispose per alleviare la pressione su Gerusalemme, anche se pagando un caro prezzo in termini di guerra e distruzione di massa, le comunità palestinesi in tutta la Palestina storica crebbero insieme. Utilizzando i social media e altre piattaforme, riuscirono  a comunicare tra loro e a coordinare le loro azioni. Il loro messaggio unisono risuonò in tutto il mondo.

Hamas, come altri gruppi palestinesi, faceva parte di questa azione collettiva. Ma proprio come Abu Jihad non ha istigato la Prima Intifada, Sinwar non ha istigato la ribellione del maggio 2021. Israele, tuttavia, rifiuta di accettarlo perché, così facendo, sarebbe costretto a dover ammettere che la resistenza palestinese non è legata a individui o gruppi, ma è insita nel comportamento del popolo palestinese stesso. Questa ovvia realizzazione è difficile da accettare per Tel Aviv perché significa che nessuna quantità di potenza di fuoco, preparazione militare o manovra strategica riuscirà a mantenere permanentemente l’occupazione israeliana della Palestina.

Ignaro della mutevole realtà, Israele lo scorso luglio ha dichiarato la sua valutazione della situazione, affermando praticamente che il problema non erano le sue stesse violazioni dei diritti umani, l’Apartheid, l’occupazione militare, le provocazioni dei coloni ebrei, il razzismo o le demolizioni di case, ma lo stesso Sinwar.

In un articolo sulla valutazione militare israeliana, il quotidiano Haaretz ha espresso l’ossessione per i messaggi di Sinwar. “Sinwar si sta trasformando in una figura spirituale”, hanno affermato gli analisti militari, sostenendo che il leader di Hamas, “divenuto imprevedibile”, sta assumendo le “caratteristiche di qualcuno che crede di essere stato scelto per guidare gli arabi nel mondo” e “consacrato da Dio per combattere per Gerusalemme a favore dei musulmani”.

Se gli analisti israeliani prestassero maggiore attenzione, tuttavia, avrebbero concluso che la crescente popolarità, la fiducia e lo sviluppo verbale del linguaggio di Sinwar sono tutti intrinsecamente legati agli eventi sul campo. Il linguaggio politico di Sinwar, come quello di altri leader palestinesi, inclusi i capi dei gruppi militari di Fatah e persino alcuni funzionari dell’Autorità Palestinese, riflette eventi popolari e non viceversa.

Mentre gli israeliani continuano a inseguire miraggi e cercano disperatamente di decodificare i messaggi, i palestinesi sentono, per la prima volta in molti anni, di essere in grado di influenzare i risultati politici. Un esempio calzante è stata la decisione di Israele di posticipare la Marcia della Bandiera, che doveva essere tenuta dagli estremisti israeliani a Gerusalemme il 20 aprile.

Tuttavia, i messaggi palestinesi non si limitano solo a Israele. Il fatto che la resistenza di Gaza abbia minacciato di sparare 1.111 razzi su Israele se quest’ultimo avesse continuato con le sue provocazioni ad Al-Aqsa era destinato a un pubblico palestinese. L’Operazione, secondo i gruppi di Gaza, si chiamerà “Abu Ammar”, il nome di battaglia del defunto leader dell’OLP Yasser Arafat.

Dopo anni di discordia politica e disunione, ci sono prove che i palestinesi si stanno finalmente unendo, il tipo di unità che non richiede riunioni di alto livello in hotel di lusso seguite da conferenze stampa e dichiarazioni ufficiali. È l’unità del popolo palestinese stesso, attorno a un insieme di valori, un nuovo linguaggio e un quadro di riferimento collettivo. In fondo, questo è ciò che terrorizza maggiormente Israele, non i discorsi di Sinwar o di qualsiasi altro individuo.

Ramzy Baroud è giornalista ed editore di The Palestine Chronicle. È autore di cinque libri. Il suo ultimo è “Queste catene saranno spezzate: storie palestinesi di lotta e sfida nelle carceri israeliane” (Clarity Press, Atlanta). Baroud è un ricercatore senior non residente presso il Centro per l’Islam e gli Affari Globali (CIGA), Università Zaim di Istanbul (IZU).

Traduzione di Beniamino Rocchetto -Invictapalestina.org

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