Israele, se la polizia chiede la password dell’e-mail prima di farti entrare nel Paese

06 GIU 2012

Poliziotti israeliani allo scalo internazionale “Ben Gurion” di Tel Aviv

Passaporto e password, prego. A meno che, ovvio, non voglia farti cacciare dal Paese. Una volta. O per sempre. Dipende tutto da come ti poni. E dall’atteggiamento di chi hai di fronte, alla frontiera. In quella fila di box, tanto per intenderci, dove poliziotti di frontiera ti guardano, ti scrutano, cercano d’intercettare lineamenti mediorientali e tic nervosi, ti domandano perché sei venuto qui, dove hai intenzione di andare, chi devi incontrare, se hai pregiudizi nei confronti d’Israele, perché hai scelto Israele e così via prima di metterti il timbro, prima di darti il visto di tre mesi.

E allora. La notizia di questi giorni è che se hai lontane origini arabe o ricordi vagamente – con nomi, cognomi, pronuncia – quel che sembra arabo, ecco, alla frontiera è possibile che ti chiedano anche le chiavi per entrare nella tua casella e-mail. Per controllare la posta. Non certo per farsi gli affari tuoi, ma per evitare di far entrare possibili nemici, possibili attentatori, possibili turisti ostili o, più semplicemente, turisti dell’occupazione, quelli che ogni santo venerdì non si vogliono perdere per nessuna ragione al mondo le manifestazioni anti-israeliane dei palestinesi in Cisgiordania.

A chiedere la password è direttamente lo Shin Bet, il servizio di sicurezza interno. La testimonianza è di tre cittadini americani con nomi arabi. I quali, a maggio, percorsa la lunga pedana discendente dello scalo internazionale Ben Gurion di Tel Aviv che porta dritto all’imbuto dei box di frontiera, si son visti

I nomi? Najwa Doughman, architetto 25enne di New York, arrivata in Israele il 26 maggio. Ci era già stata in Terra Santa, la Doughman, altre tre volte. In quest’occasione stava viaggiando con l’amica Sasha Al-Sarabi, 24 anni, per la prima volta in questo pezzo di Medio Oriente. Entrambe arrivano da famiglie palestinesi espulse da Haifa e Akko nel 1948.

«Verso le 5 del pomeriggio», racconta Najwa Doughman, «una poliziotta ha iniziato a pressarmi di domande: “ti senti più araba o americana?”, “vuoi andare a vedere Al Aqsa (il nome arabo di Gerusalemme)?”, “perché sei venuta proprio qui per la terza volta? Non potevi andare in Messico, in Canada, in Venezuela: più vicino e meno costoso?”».

Quindi la mossa a sorpresa. La poliziotta che digita www.gmail.com e chiede all’architetto di inserire la password. La turista va in panico, inserisce la password e alla frontiera i controllori possono leggere alcune mail sul programma del viaggio, la chat interna alla posta elettronica e tutta quella casella piena zeppa di parole come “Palestina”, “Israele”, “West Bank”, “International Solidarity Movemente”. Troppo. Stessa sorte anche per l’amica. Ore e ore di perquisizione. Poi la decisione: ingresso negato. Le due devono tornare a casa. Un po’ quel che è successo al terzo caso, un’altra turista americana, Sandra Tamari, 42 anni di Saint Louis

Interpellato dal quotidiano Haaretz lo Shin Bet ha confermato l’interrogatorio e i controlli. Ma ha anche precisato che il tutto rientrava nella piena autorità del servizio di sicurezza interno. La legge dello Stato lo prevede – anzi, glielo impone – e loro hanno agito di conseguenza.

© Leonard Berberi

http://falafelcafe.wordpress.com/2012/06/06/israele-se-la-polizia-chiede-la-password-delle-mail-prima-di-farti-entrare-nel-paese/

 

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