Israele, tra costruzione e distruzione

Respinto il ricorso contro l’autostrada che taglierà in due Beit Safafa (Gerusalemme Est). Intanto si mettono i nomi alle strade dei villaggi arabi d’Israele.

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martedì 28 gennaio 2014 14:23

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di Roberto Prinzi

Roma, 28 gennaio 2014, Nena News – Brutte notizie per i palestinesi. La Corte Suprema israeliana ha respinto domenica un appello contro la costruzione di una autostrada a sei corsie che taglierà in due il quartiere di Beit Safafa (Gerusalemme est). Lo scorso febbraio la Corte Distrettuale di Gerusalemme aveva già respinto una petizione firmata dai cittadini del quartiere in cui veniva denunciata l’ennesima violazione israeliana in terra palestinese. A giugno poi la Corte aveva però imposto a Tel Aviv di trovare una soluzione ai problemi di trasporto che la realizzazione dell’autostrada avrebbe arrecato ai residenti.

La municipalità di Gerusalemme aveva inoltre dichiarato alla Corte Suprema che il progetto aveva trovato d’accordo i cittadini del quartiere. “Pura falsità” avevano ribattuto i palestinesi che avevano chiesto alla Corte Suprema di ignorare il rapporto dell’incontro avvenuto tra gli abitanti di Beit Safafa e l’ingegnere del Comune perché avrebbe distorto i fatti travisando la loro posizione. Per i residenti palestinesi le opzioni sono due: bloccare la costruzione dell’autostrada o collegarla anche a Beit Safafa.

Ma il progetto israeliano di collegare la “capitale israeliana” con i territori cisgiordani occupati non è nuovo. I primi piani per un’autostrada che avrebbe collegato la Begin Highway con le “strada dei tunnel” – che collegano il blocco di colonie di Gush Etzion a Gerusalemme – risalgono a 23 anni fa. Il significato di queste opere è molto chiaro: costruire “fatti sul terreno” per poter inglobare gli insediamenti nello Stato d’Israele nel caso in cui Tel Aviv dovesse essere pronta a qualche “dolorosa concessione” per raggiungere la pace con Ramallah. Se realizzata, l’autostrada taglierà a metà il quartiere separando diverse famiglie dal centro del villaggio. Oltre a ritrovarsi isolati e divisi, decine di palestinesi saranno obbligate a percorrere molta più strada per poter raggiungere luoghi quali moschea, alimentari e scuole.

Ma laddove si costruisce se si è coloni, si distrugge se si è palestinesi. Ieri le autorità israeliane hanno demolito quattro case palestinesi a Gerusalemme Est. La motivazione è sempre la stessa: mancanza di licenze di costruzione. Secondo uno studio dell’organizzazione israeliana pacifista ICAHD (Commissione contro le demolizione delle case), è quasi impossibile per i palestinesi ottenere i permessi per costruire sui terreni di loro proprietà. Il 94% delle domande presentate è rifiutato da Tel Aviv sia per ciò che concerne Gerusalemme Est sia per l’Area C (corrispondente al 60% della Cisgiordania). Ieri a perdere l’alloggio sono state 20 persone.

Ma l’autostrada che taglierà Beit Safafa e la distruzione di case palestinesi sono frutto di una precisa politica coloniale israeliana di spoliazione e furto di terra palestinese. Politica solamente accelerata dall’attuale governo di estrema destra israeliano. Intervenendo venerdì alla conferenza di Davos in Svizzera, Netanyahu è stato molto chiaro a proposito: “l’ho detto già nel passato e lo ripeto oggi: non intendo rimuovere alcuna colonia e non intendo spostare alcun israeliano [colono, ndr]”. Parole simili le avrà dette pronunciate anche al Segretario di Stato americano, John Kerry, nel presentargli il suo piano di annessione del blocco di Beit El (che comprende gli insediamenti di Beit El, Ofer, Psagot) insieme a quelli di Ariel al nord, Maale Adumin ad est e Gush Etzion al sud della Cisgiordania Occupata. In totale il 13% di quel che rimane del futuro stato palestinese (qualora mai dovesse nascere).

Ma se è drammatica la situazione dei palestinesi che vivono sotto occupazione, i loro “fratelli” cittadini d’Israele non possono dire di stare molto meglio. La scorsa settimana una nuova proposta di legge ha stabilito che le autorità locali israeliane devono dare i nomi alle strade dei villaggi arabi d’Israele. Oggi il 95% degli insediamenti arabi hanno strade senza nome. Promotore della legge è il parlamentare palestinese Basel Ghattas di Balad/Tajamu’ che ha denunciato come “la mancanza dei nomi alle strade rende difficoltoso per i cittadini ricevere la posta. In alcuni casi anche le ambulanze e i vigili del fuoco hanno difficoltà a trovare gli indirizzi dove è stato chiesto aiuto”.

Una “mancanza” che non deve sorprendere in uno stato che continua a cancellare la memoria palestinese nascondendo qualunque traccia araba della Palestina che fu. Prima con la distruzione dei villaggi, poi con la sostituzione della toponomastica: nomi ebraici al posto di quelli arabi. Il successivo passo è avvenuto recentemente: vietare il racconto di quell’immane tragedia (la Nakba). Solamente tenendo presente la “straordinarietà israeliana”, si può comprendere perché anche la scelta di un nome di una strada, una semplice necessità amministrativa in qualunque paese del mondo, diventa per i palestinesi un “atto di resistenza”. Nena News

Israele, tra costruzione e distruzione

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