Israele utilizza politiche “incivili, razziste” contro i prigionieri palestinesi.

Associazione di Amicizia Italo-Palestinese, 15 Agosto 2011

The Electronicintifada.net

11.08.2011

 

Migliaiadi famiglie palestinesi hanno una persona cara in una prigione israeliana
Ramallah (IPS) –“Sono tanto preoccupata per mia figlia; finirò per ammalarmi”, dichiara Yehiya al-Shalabi. “Ho paura di quello che le stanno facendo. Non ha fatto nulla per meritarlo. Se hanno qualcosa contro di lei, perché non la portano in tribunale?”

Hana al-Shalabi, la figlia 27 enne di Yehiya, sta languendo in Israele in detenzione amministrativa da più di due anni. E’ la prigioniera politica palestinese sconta da più tempo una detenzione amministrativa.

Secondo il suo avvocato, la giovane donnadi Jenin, nel nord della West Bank, non sa perché i soldati l’abbiano arrestata diversi anni fa. Come non sa per quanto tempo resterà rinchiusa in prigione o di quale imputazione verrà accusata.

Shalabi, come quasi altri 200 prigionieripalestinesi circa, è in carcere ad Hasharon. Un funzionario militare israelianodi alto grado ha appena rinnovato l’ordine di detenzione amministrativa neisuoi confronti per la quarta volta.

La politica israeliana della “detenzione amministrativa” sancisce che i prigionieri politici palestinesi possono essere detenuti per sei mesi senza processo o senza imputazione. Il provvedimento di fermo può essere rinnovato ogni sei mesi.

Secondo la versione ufficiale, i militari israeliani applicano la politica di detenzione amministrativa quando dispongono di informazioni “classificate e segrete” contro prigionieri palestinesi. Sia al prigioniero che al suo avvocato è vietato vedere le informazioni classificate; quindi non sono in grado di contrastare le accuse o di mettere in discussione coloro che le hanno espresse.

La politica di detenzione amministrativa si utilizza quando le autorità israeliane hanno dei “testimoni segreti”, come nel caso di confidenti palestinesi, o hanno ottenuto in modo clandestino informazioni, che non starebbero in piedi in un tribunale civile israeliano, ma sono di norma per il procedimento in un tribunale militare.

 

Nessun processo equo

“E’ un modo incivile e razzista di svolgere un processo e nessun paese civile al mondo utilizza metodi del genere. Inutile dire che il sistema legale israeliano non si sarebbe mai comportato allo stesso modo con un ebreo israeliano. Anche i coloni che compiono atti di terrorismo contro i palestinesi nella West Bank non sono trattati alla stessa stregua,” ha affermato Qadura Fares, presidente del Circolo di Ramallah dell’Associazione Palestinese dei Prigionieri.

“Ai detenuti amministrativi non viene assicurato un giusto processo. Di base, il procuratore militare e il giudice militare israeliano vanno d’accordo. E’ molto raro che un giudice sia in disaccordo con il procuratore militare,” ribadisce.

Negli anni 1970, Ali Jamal, anche lui di Jenin, ha trascorso sette anni in detenzione amministrativa. Fino ad oggi, detiene il record per la detenzione amministrativa più lunga.

“A quel tempo,” spiega, “i tribunali militari israeliani facevano valere per le condanne le confessioni dei prigionieri palestinesi. Ma Jamal non aveva confessato, tanto che furono cambiate le leggi per permettere che “confessioni e dossier segreti” venissero utilizzati dall’IDF per condannare i prigionieri politici.

Per arrestare Hana al-Shalabi più di due anni fa, i soldati arrivarono nel bel mezzo della notte. “Hanno saccheggiato la casa e mi hanno aggredita quando ho cercato di impedire loro di prendere mia figlia,” ha raccontato Yehiya al-Shalabi. “Mia figlia aveva terminato gli studi ed era fidanzata, stava per sposarsi. Era molto diligente e se ne stava a casa per la maggior parte del tempo, ad eccezione di quando ci aiutava a star dietro ai raccolti agricoli. Al di fuori non aveva alcuna vita sociale e in nessun caso si occupava di politica.”

Tuttavia, diversi anni fa, le forze speciali israeliane avevano assassinato il fratello 24enne di Hana, dopo averlo accusato di far parte della Jihad Islami, ha riferito Yehiya. “Gli avevano sparato e lo avevano colpito. Ci ha telefonato mentre giaceva a terra gravemente ferito. Ma prima che potesse finire la telefonata era sopraggiunta la squadra della morte e gli aveva sparato più volte alla testa e in un occhio da distanza ravvicinata.”

Le condizioni della detenzione amministrativa sono dure, così come per tutti i prigionieri palestinesi.

Confessioni in modo coercitivo

“Sono costretti ad esprimere confessioni tramite l’umiliazione fisica e verbale, torture, ricatti affettivi come quelli di far venire parenti anziani o ammalati, trattenuti in ostaggio fino a quando il prigioniero non confessa,“ racconta Fares.

Imani Nafa, di 47 anni, ne ha trascorsi dieci come giovane donna in una prigione israeliana, dal 1987 al 1997, durante la prima intifada palestinese. Nafa le aveva provate tutte. Aveva finito l’università e lavorava come infermiera. Ma venne coinvolta politicamente; aveva progettato di compiere un attacco contro soldati israeliani sparando e lanciando bombe.

Era stata catturata e tenuta in una cella sporca, angusta e senza finestre. Luci fluorescenti erano tenute accese in continuazione, provocando deprivazione sensoriale e l’incapacità di distinguere tra il giorno e la notte.

“Sono stata picchiata e tenuta in posizioni stressanti, per diversi giorni, anche se ammanettata, nell’impossibilità di muovermi. Sono stata privata del sonno e quando l’interrogatorio è finito sono stata costretta a bere dallo scolo della cella e mangiare cibo ammuffito”, ha raccontato Nafa. “Mi venne detto che se avessi collaborato con loro, spiando gli altri detenuti, mi avrebbero liberata, ma se mi fossi rifiutata sarei stata tenuta in carcere molto a lungo e trattata con
durezza”.

Testo inglese in http://electronicintifada.net/node/10256
– tradotto da Mariano Mingarelli

http://www.amiciziaitalo-palestinese.org/index.php?option=com_content&view=article&id=2887:detenzione-amministrativa-e-prigionieri-palestinesi&catid=25:dalla-palestina&Itemid=75

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