JEFF HALPER, UN ISRAELIANO IN PALESTINA

DI DAVIDE R.

Ramallah, 06 marzo 2011, Nena News – “An Israeli in Palestine” e’ giunto alla sua seconda edizione e Jeff Halper, antropologo statunitense con passaporto israeliano, co-fondatore dell’ICHAD (Israeli Committee Against House Demolition), e noto attivista per i diritti dei palestinesi, ha presentato anche a Ramallah, nei Territori occupati palestinesi, il suo lavoro riedito.

Jeff Halper 

Con questo scritto l’autore vuol muovere innanzitutto una critica nei confronti di coloro che, a suo vedere, si ostinano a concepire il Sionismo come “semplice” frutto del colonialismo europeo e ad analizzare  lo Stato d’Israele attraverso gli schemi del nazionalismo occidentale. Halper sostiene invece che i leaders storici del Sionismo, cosi’ come la maggior parte dei migranti della prima ora, avendo provenienza est-europea svilupparono un’idea di nazionalismo diversa: non uno Stato basato sulla cittadinanza (erede dei valori della Rivoluzione Francese) ma sull’appartenenza tribale (pan-slavismo). Partendo da tale presupposto, il libro mette in evidenza la strategia esclusivista del Sionismo che, a differenza di altre “esperienze” coloniali, ha cercato fin dall’inizio di cancellare ogni traccia dei “nativi”, lavorando incessantemente per l’eliminazione fisica (uomini, costruzioni, paesaggio) e simbolica (storia, costumi, cultura) dei Palestinesi. Il movimento Sionista  ha saputo costruire uno Stato a carissimo prezzo, mistificando la storia e facendo ricorso alle peggiori politiche di discriminazione, oppressione e pulizia etnica proprio perche’ basato su quella concezione di nazionalismo esclusivista che non potra’ mai includere altri cittadini che non siano ebrei. La «ebraicizzazione» della terra di Palestina, come la chiamano gli stessi israeliani, ha attraversato le forme piu’ svariate e procede su molteplici livelli. Nel libro e’ affrontata con particolare attenzione la politica di demolizione delle case – piu’ di 25.000 residenze palestinesi distrutte dal 1967 –  una logica questa non certo legata a questioni di sicurezza ma ad una volonta’ ben precisa. All’amore verso la terra, romanticamente proclamato dalla propaganda Sionista, l’autore contrappone la visione della violenza e del possesso del territorio: come chiamare una terra il cui 50%  e’ abusato dall’esercito?
Se questo paradigma e’ valido la de-colonizzazione che va pensata non e’ quella dallo Stato d’Israele ma dal Sionismo. L’autore ci esorta, alla luce delle fresche rivoluzioni che stanno scuotendo il vicino oriente,  a ripensare un modello di Stato comune (nazionale o binazionale non importa) e farsi trovare preparati se il sistema dovesse collassare. Non una lotta anticoloniale come le altre, basata sulla liberazione della terra dall’invasore bensì una lotta contro le fondamenta ideologiche di quello Stato. “Decolonize-Zionism” significa liberarsi da quell’idea di esclusivita’ tribale che fa dello Stato di Israele un’intollerabile etnocrazia che non puo’ che basarsi su politiche discriminatorie e di pulizia etnica e fare invece degli Israeliani gli abitanti della Palestina.  Nena News

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