JOE BIDEN E IL MEDIO ORIENTE – di Ugo Tramballi

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tratto da: Ugo Tramballi

domenica 15 novembre 2020   14:45

JOE BIDEN E IL MEDIO ORIENTE

Il Sole 24 Ore, 15/11

Ugo Tramballi

Prima di capire se, come e quanto il nuovo presidente cambierà le politiche americane in Medio Oriente, sono necessarie due premesse: definire l’eredità piuttosto caotica lasciata da Donald Trump e quanto tempo Joe Biden avrà da dedicare alla più instabile delle regioni, dalla Libia al Golfo. Sembra evidente che il covid, la ricostruzione economica e le riforme sociali assorbiranno quasi interamente il primo e forse unico mandato del democratico.

Diversamente da Barack Obama che aveva poco interesse e nessuna esperienza internazionale, Joe Biden – sostenitore delle relazioni transatlantiche – è stato a lungo membro e poi presidente della Commissione Esteri del Senato. Migliorare i rapporti con la Cina per necessità, e quelli con Nato e Unione Europea per sincera convinzione politica, saranno le priorità della sua agenda internazionale. Quanto al Medio Oriente, cercherà di perseguire lo stesso obiettivo di Trump e Obama: tenere gli Stati Uniti il più lontano possibile dai “conflitti senza fine” di quella regione.

Non è mai facile col Medio Oriente, fra le cui sabbie più di un presidente ha messo a rischio la sua credibilità. Ma è meno complicato da quando gli Stati Uniti oltre ad essere i maggiori consumatori di idrocarburi ne sono anche diventati i primi produttori. Il petrolio mediorientale non è più così strategico come un tempo. Anche per questo da molti anni la Libia non è al centro degli interessi degli americani che evitano di essere coinvolti in un conflitto dal quale hanno poco da guadagnare: sia i sostenitori di Tripoli che quelli di Tobruk sono alleati o amici degli Stati Uniti.

Il coinvolgimento americano in Israele è invece evidente e antico. Qui Donald Trump ha lasciato tracce molto difficili da ignorare. Ma qualsiasi cosa Joe Biden voglia fare per modificale i passi impegnativi compiuti dal predecessore, un elemento resta immutato: da Richard Nixon in poi, non c’è presidente americani che non sia filo-israeliano: chiunque governi a Gerusalemme, anche Biden garantirà la superiorità strategica dello stato ebraico nella regione e non ne ignorerà necessità economiche e politiche; non riporterà l’ambasciata americana a Tel Aviv; sosterrà gli “Accordi di Abramo” che non sono un trattato di pace ma, appunto, un accordo di interessi convergenti fra Israele, Emirati e Bahrein. E se possibile, ne favorirà l’allargamento ad altri.

Ma è altamente probabile che Biden archivierà il piano di pace di Jared Kusner, il genero di Trump, senza doverne dichiarare la fine. E’ troppo squilibrato a favore d’Israele. Forse il presidente cercherà anche di riprovare una trattativa sullo stato palestinese, ignorata dagli Accordi di Abramo. Ma serve l’aiuto e il pragmatismo dell’Autorità palestinese: una missione al limite dell’impossibile.

Pur sapendo che i sauditi sono gli amici e gli iraniani i nemici, Biden cercherà di ripristinare quella forma di equidistanza nella crisi del Golfo, che aveva creato Obama promuovendo l’accordo sul nucleare iraniano. Le intemperanze morali e politiche di Mohammed bin Salman, il principe ereditario saudita, saranno giudicate con la severità che Trump non aveva. Ma l’alleanza con il regno è antica e non sarà messa in discussione.

Nel programma elettorale democratico la riapertura al compromesso sul nucleare iraniano, è sempre stata un punto fermo quanto il ritorno agli accordi di Parigi sul clima. Ma non sarà facile: quando Trump decise di strapparli impegnando la credibilità di una superpotenza, era il presidente degli Stati Uniti. Una forma di dialogo riprenderà. Tuttavia la fiducia iraniana è ormai scarsa; gli americani non possono ignorare l’espansionismo militare degli iraniani nella regione; ed entrambi sanno che alle presidenziali del prossimo giugno a Teheran probabilmente gli estremisti della rivoluzione permanente islamica torneranno al potere.

Rimane la Turchia di Recep Erdogan che solleva un dilemma: affrontare la sua pericolosa deriva ottomana come alleato della Nato o come principale destabilizzatore del Levante mediorientale? Ritirando le truppe americane dal Nord della Siria e abbandonando gli alleati curdi al loro destino, Donald Trump aveva incentivato l’ego di Erdogan, simile al suo. Quanto riuscirà Joe Biden ad uscire da questa insostenibile eredità?

Ps – Quando l’articolo era già pubblicato è arrivata una nuova notizia che sa di antico. Dopo essere stata congelata per anni a causa delle pressioni internazionali, è stata aperta la gara d’appalto per la costruzione di un nuovo quartiere ebraico nella Gerusalemme Est, araba. E’ chiamato quartiere ma non è che il progetto di una nuova colonia nei territori palestinesi occupati. La data finale della gara è il 18 gennaio: due giorni prima del giuramento di Joe Biden. E’ così che Bibi Netanyahu festeggia – provocatoriamente secondo tradizione – l’insediamento dei presidenti americani.

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