KAIROS: I CRISTIANI SONO PALESTINESI NON MINORANZA

 

L’arcivescono ortodosso Atallah Hanna alla conferenza Kairos Palestina a Betlemme

A due anni dal lancio del documento “Kairos Palestine”, firmato dalle chiese palestinesi, il movimento è cresciuto in numero e coscienza politica. Accrescendo gli scambi con il movimento di solidarietà internazionale e in particolare con il Sudafrica.

IKA DANO

Betlemme, 10 Dicembre 2011, Nena News – “Ora abbiamo una strategia più chiara per resistere all’Apartheid israeliano, sappiamo meglio come aderire alla campagna di boicottaggio internazionale e sappiamo confrontarci a dovere con queste masse di pellegrini cristiani che spesso vengono qui ignorandoci”. Queste le parole di Rifat Kassis, coordinatore del movimento Kairos Palestina, a due anni dal suo lancio. Il documento Kairos Palestina è nato nel 2009 dallo sforzo congiunto di rappresentanti delle diverse chiese e della società civile cristiana, rifacendosi  all’appello di condanna dell’Apartheid sudafricano lanciato da teologi neri sudafricani nel 1985. Alla conferenza per il secondo anniversario di Kairos Palestina, dal 4 al 9 Dicembre scorsi a Betlemme sono presenti patriarchi, arcivescovi, e sopratutto attivisti cristiani da tutto il mondo, Sudafrica compresa.

“Questo è il momento” è la traduzione della parola greca Kairos. Nel 1985, il momento di denunciare l’abuso che il regime sudafricano, di fatto un regime cristiano,  ha fatto della religione per legittimare l’Apartheid come volontà di Dio, costruendo intorno al potere una vera e propria teologia dell’Apartheid, come spiega il teologo sudafricano Stiaan Van der Merwe a Nena News. Il regime Afrikaans  ha reintepreato la teoria della creazione, trovando nella Bibbia la giustificazione della supremazia razziale della popolazione bianca. Proprio come lo Stato di Israele si rifà oggi all’idea biblica del “popolo eletto da Dio” per legittimare le proprie politiche sul territorio della Palestina storica.

Due anni fa, per i Cristiani palestinesi è il momento di prendere posizione pubblicamente contro “l’occupazione israeliana e tutte le forme di discriminazione”, chiedendo “anche che tutti i popoli, i leader politici e le persone con potere decisionale facciano pressioni su Israele e adottino misure legali per costringere il suo governo a porre fine all’oppressione e al disprezzo per il diritto internazionale”, come si legge nel documento firmato da patriarchi, arcivescovi e vescovi delle chiese ortodosse orientali – con il maggior numero di fedeli in Palestina – ma anche dallla chiesa copta, maronita, armena e delle altre chiese cattoliche che fanno capo a Roma. Kairos Palestina si appella alla resistenza non violenta come “diritto e dovere per tutti i Palestinesi, compresi i Cristiani”. Che sono 2% dei quattro milioni di Palestinesi nei Terriotri occupati di Gaza e Cisgiordania, ma costituiscono l’8% del milione e mezzo di Palestinesi residenti all’interno dello Stato israeliano.

L’appello è un “momento di verità”, quella dell’occupazione militare israeliana che l’Occidente – e le parrocchie straniere che nel periodo natalizio 2010 hanno portato ben 100 000 pellegrini nella sola Betlemme – spesso ignorano.

Alla conferenza Kairos Palestina, è l’arcivescovo di Gerusalemme Atallah Hanna ad alzare la voce contro la narrativa occidentale: “L’Occidente dipinge noi Cristiani palestinesi come una minoranza in Medio Oriente che ha bisogno di protezione. Io voglio ribadire che i Cristiani Palestinesi non sono una minoranza ma sono parte integrante del tessuto sociale, e anzi, che il Cristianesimo è nato proprio qui. Rifiutiamo l’idea occidentale che ci definisce corpo a sé stante, minoranza, noi siamo prima di tutto Palestinesi”.

La comunità internazionale è parte della causa del conflitto mediorientale, è quindi necessariamente anche parte della sua soluzione. La presenza di Sudafricani che hanno fatto esperienza diretta nel regime Afrikaans o della resistenza contro l’Apartheid riceve particolare attenzione nei rigraziamenti rivolti al movimento internazionale di solidarietà. “E´come sentire il profumo di rosa. Se lo senti in un posto lo riconoscerai in un altro” spiega Van der Merwe.

“Venendo qui mi sono reso conto delle spaventose similitudini tra l’esperienza sudafricana e quella palestinese – continua il teologo sudafricano – Ma come dimostra il lavoro legale fatto dal Tribunale Russel tenutosi lo scorso novembre a Città del Capo, non è la similitudine con un crimine commesso precedentemente che definisce il crimine come tale. Ma il fatto che ci sia una chiara risoluzione ONU – la numero 1761 – che definisce legalmente cosa sia l’Apartheid. E la definizione corrisponde alla realtà  israelo-palestinese”. Nena News

 http://nena-news.globalist.it/?p=15398

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