KAIROS PALESTINA – di Norberto Julini

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“Due stati, due popoli”: basta con ipocrisia e retorica.
I vescovi cattolici di Palestina vedono ormai lo stato unico binazionale. Conviverci pacificamente è il traguardo cui i due popoli devono guardare.

 

 

Sono trascorsi dieci anni dal “grido di dolore” che tutti i Patriarchi delle Chiese orientali in Terra Santa raccolsero nel dicembre del 2009 dal documento Kairós Palestina, un momento di verità. Una parola di fede, speranza e amore dal cuore delle sofferenze dei palestinesi”.

Scrissero allora: Facciamo nostro il loro appello indirizzato ai nostri fedeli, nonché ai responsabili palestinesi e israeliani, alla comunità internazionale e alle chiese del mondo, affinché aiutino ad accelerare la realizzazione della giustizia, della pace e della riconciliazione in questa Terra Santa”.

Tornano ora a pronunciarsi in un documento di aperta denuncia e di forte proposta innovativa i vescovi cattolici di Terra Santa riuniti presso il Patriarcato Latino di Gerusalemme, invitando le persone che abitano quella Terra, e quanti sono solidali con esse, a “costruire ponti di rispetto e di amore”.

È davvero importante e decisivo che essi affermino che “la proposta di una soluzione per due stati non è andata a buon fine e viene ripetuta inutilmente. Di fatto, nella situazione attuale tutti i discorsi di una soluzione politica sembrano vuota retorica”.

Quale gioia e quanta speranza per Pax Christi, che da più di un decennio opera attraverso la Campagna “Ponti e non Muri”, perché questo avvenga!

Prendendo la parola nel corso dell’udienza concessa da papa Francesco al Consiglio nazionale lo scorso 12 gennaio, avevamo “osato” dire con franchezza al nostro amato Pontefice che era ormai inutile attardarsi sull’ipotesi di due stati per due popoli, come riaffermato nel discorso al Corpo Diplomatico presso il Vaticano alcuni giorni prima. E il Papa, riflettendo sul nostro proposito di agire per preparare i popoli a una pacifica convivenza fra quei popoli, ci esortò a procedere proprio sul cammino dell’educazione alla pace e alla convivenza pacifica anche attraverso la collaborazione con altre associazioni operanti per lo stesso scopo.

Ora nel coraggioso documento dei vescovi orientali ritroviamo anche il significato pregnante del termine “compromesso”, di cui il Papa tessé l’elogio in quell’occasione come arduo, ma necessario e dunque possibile.

Pacifica convivenza

È necessario che palestinesi e israeliani si apprestino a tale convivenza passando attraverso un processo di verità e di riconciliazione analogo a quello vissuto in Sudafrica dopo la fine dell’apartheid.

Di fatto, ormai, i due popoli hanno intrecciato le loro esistenze, attraverso processi di colonizzazione mai cessati e oggi realisticamente irreversibili: un decimo della popolazione israeliana è stata trasferita in Cisgiordania.

Di fatto uno stato unico, una moneta unica, un’economia unica, esistono già, ma si basano su rapporti ineguali risultanti dalla pratica dell’occupazione, dell’espropriazione e della negazione d’identità e dignità, esercitata per decenni dall’occupante israeliano, definito tale in tutte le risoluzioni Onu assunte sulla questione palestinese.

Ciò che sta a cuore ai vescovi è la presa d’atto non più rinviabile del “fallimento della comunità internazionale a insistere sull’applicazione del diritto internazionale per salvare i popoli di questa terra da ulteriore lotta e disperazione”, mentre si produce “maggior estremismo e discriminazione”.

È davvero urgente che si evitino sofferenze che non potranno avere altro esito che il ritorno alla condizione originaria di quei popoli, come attestano i vescovi nella pacificante constatazione finale: “Abbiamo vissuto insieme in questa terra nel passato, perché non dovremmo vivere insieme anche nel futuro?

E aggiungono per evitare equivoci su confini e delimitazioni: “Questo è il nostro punto di vista per Gerusalemme e per l’intera terra, chiamata Israele e Palestina, tra il fiume Giordano e il Mar Mediterraneo”.

Uguaglianza

Questo mentre a Washington, sotto dettatura del governo di Tel Aviv, l’ineffabile presidente Trump a tavola con il genero Khushner cerca di proporre l’“accordo del secolo” sulla questione palestinese provando a convincere gli alleati petromonarchi del Golfo a mettere il denaro necessario per indurre i palestinesi a vendere la propria dignità di popolo in cambio della pace “economica”.

Si vuole tentare di dare un prezzo ai valori irrinunciabili dopo decenni di resistenza a soprusi d’ogni genere. Si cerca in tal modo di presentarsi come benefattori che alleviano una difficile condizione di vita, ma continuano in realtà a tenerli sotto ricatto economico, senza concedere alcun diritto all’autodeterminazione.

D’altra parte gli americani sanno bene come si fa a rinchiudere popolazioni native in riserve residuali e accompagnarle a una degradante estinzione.

I vescovi orientali affermano, invece, una prospettiva radicalmente diversa rilevando che: “Qualsiasi risoluzione deve essere basata sul bene comune di tutti coloro che vivono in questa terra, senza distinzione”.

Questa è la migliore risposta che si poteva dare alla cosiddetta “legge-nazione”, adottata dal parlamento israeliano lo scorso luglio 2018, con la quale lo stato “ebraico”, pur di mantenere l’ebraicità, rinuncia ad essere una democrazia e fonda un regime di discriminazione su base etnica, linguistica e religiosa, suscitando forti critiche nella stessa comunità ebraica americana. Dicono, infatti, i vescovi: “Noi crediamo che l’uguaglianza, qualunque siano le soluzioni politiche che potrebbero essere adottate, è una condizione fondamentale per una pace giusta e duratura”.

Siamo ben lontani purtroppo da questo principio di uguaglianza su cui si basano tutte le costituzioni democratiche del mondo, carta fondamentale di cui ad oggi Israele non dispone per evitare imbarazzanti situazioni.

Fra queste il dato statistico secondo cui la popolazione ebraica residente nell’intera Palestina storica è al 48%, quindi avviata ad essere minoranza elettorale e politica, senza la blindatura della “legge-nazione”.

Purtroppo si deve constatare insieme ai vescovi che: “quelli che una volta si presentavano come guardiani della democrazia e promotori di pace, sono diventati mediatori di potere e partecipanti interessati nel conflitto”. 

L’auspicio dei vescovi

Osservazione che richiama l’assoluta rilevanza geopolitica dell’intero Medioriente dove sono in corso interminabili guerre per procura e altre se ne annunciano, per contendersi quote di mercato degli idrocarburi, su cui gli attori in quel contesto fondano il bilancio di interi stati e pagano per la difesa dei loro regimi feudali contro ogni tentativo di sperimentare democrazia.

E dunque chi potrà essere d’aiuto a questi popoli che faticano a fare pace? “Abbiamo bisogno di un nuovo orientamento, una nuova educazione e una nuova visione per questa terra e per i due popoli che vivono qui”, scrivono i vescovi e anche noi ne sentiamo tutta la responsabilità come uomini e come fratelli nella fede.

Sarebbe già gran cosa se larga parte del nostro impegno non si spendesse per solidarietà da esportare in Medioriente a sollievo delle conseguenze delle ingiustizie, ma azione pressante sui nostri parlamenti e governi, per ottenere comportamenti e decisioni coerenti con i principi costituzionali.

Occorre sospendere accordi e collaborazioni con lo stato israeliano fino a quando esso pratica colonizzazione e apartheid, reiteratamente condannati dai massimi consessi democratici: Onu e, per quanto ci riguarda, parlamento europeo.

L’educazione e la nuova visione che i vescovi auspicano per quei popoli, riguarda anche noi e le nostre opinioni pubbliche che restano suggestionate e ingannate da narrazioni falsificate, cui dobbiamo contrapporre ostinatamente i dati di una realtà crudelmente diversa, rompendo silenzi, superando censure ed autocensure e denunciando “le torbide manovre”, direbbe papa Francesco, che stanno dietro ad ogni guerra.

Per questo la newsletter della Campagna “Ponti e non Muri” di Pax Christi ha il titolo di “Bocchescucite”, che orgogliosamente rivendichiamo, e quotidianamente alimentiamo.

KAIROS PALESTINA – di Norberto Julini

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