Kashmir, una Palestina sull’Himalaya – di Ugo Tramballi

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 9 agosto 2019   Ugo Tramballi

Nei 72 anni della sua esistenza, è sempre stato difficile contenere le complessità dell’Unione indiana nella sintesi gandhiana dell’ ”Unità nella diversità”. In ognuno dei 29 stati e dei sette territori federati si sono manifestate, spesso con la violenza, differenze religiose, etniche e castali; in molti le spinte centrifughe hanno messo in pericolo la compattezza del paese.

Ma nessuno di questi stati ha un passato e un presente così problematico quanto il Jammu & Kashmir. La regione è stata la causa di tre delle quattro grandi guerre e di un paio di “quasi-guerre” combattute col Pakistan. La decisione del governo centrale – una specie di golpe – di eliminare l’autonomia di cui godeva dal 1948, è la garanzia che il Kashmir continuerà a essere un luogo pericoloso anche nel futuro.

La spartizione del Sub-continente indiano del 1947, in realtà un sanguinoso taglio cesareo, aveva un punto di partenza: India sarebbe stata dove la maggioranza della popolazione era hindu, Pakistan dove il predominio era musulmano. Dalle sacche popolose di fede sbagliata nel luogo sbagliato, si mosse una migrazione di popoli che non aveva avuto uguali nella storia.

C’erano tuttavia due eccezioni nelle eccezioni. Il principato del Jammu & Kasmir aveva un monarca hindu e una popolazione a maggioranza musulmana; quello di Hyderabad, nel cuore dell’India, una situazione contraria. Ai due principati fu lasciata la libertà di scegliere l’annessione a uno dei due stati o l’indipendenza. Il Nizzam di Hyderabad scelse quest’ultima ma nel 1948 l’esercito indiano conquistò il suo principato. Il maharaja del Kashmir, Hari Singh, decise per l’annessione all’India e subito il Pakistan organizzò un golpe (fallito) per rovesciare il maharaja.

Essendo l’unico a maggioranza musulmana, il 60% della popolazione, il governo indiano concesse al Kashmir una larga autonomia che gli altri stati non avevano: fino all’inizio di questa settimana, quando il ministro degli Interni Amit Shah l’ha abrogata. E’ difficile stabilire quanto sia legale tutto questo. L’autonomia del Kashmir è stabilita dalla Costituzione, la più lunga del mondo. L’articolo 370 che la definisce, non è stato eliminato da un voto ma per decreto: entra in vigore quando il presidente della repubblica lo firmerà.

Amit Shah l’uomo che ha organizzato il golpe costituzionale, non è solo l’Home Minister del governo indiano: è l’organizzatore politico che ha fatto vincere a Narendra Modi e al BJP due elezioni consecutive con margini di consenso paragonabili a quelli di Indira Gandhi negli anni Settanta. Presidente del partito nazional-religioso del BJP, Shah è anche un ideologo dell’RSS, il movimento estremista , la rete delle organizzazioni induiste e anti-musulmane del paese, del quale anche il partito di Modi è parte.

Mentre si decideva l’annullamento dell’autonomia, nel Kashmir già presidiato da migliaia di poliziotti e militari, sono arrivati altri 10mila uomini; gli ultimi due chief ministers(i premier degli stati indiani) sono stati posti agli arresti domiciliari; le telecomunicazioni sono state sospese e il coprifuoco imposto a tempo indeterminato.

Il governo centrale nazional-religioso hindu ha già prospettato una nuova ingegneria politico-demografica: il Jammu (la cui popolazione e a maggioranza hindu) e il Kashmir saranno separati e avranno uno statuto speciale. Territorio apparentemente autonomo ma controllato direttamente da Delhi, diventerà il vicino Ladakh. Sarà l’unico a maggioranza buddhista del paese, il 58%. Più o meno come lo stato del Punjab, dove i sikh hanno la stessa maggioranza: per l’estremismo religioso dell’RSS e del BJP il buddhismo e la religione sikh sono parte della stessa famiglia allargata dell’induismo.

“Un passo catastrofico”, sostiene P. Chidambaram, ex ministro delle Finanze e uno dei pochi leader del Congress all’opposizione, ancora credibili. Tuttavia in parlamento il BJP ha una maggioranza assoluta e fa quel che crede. Alle pendici dell’Himalaya l’India sta dando vita a una nuova Palestina. Fatte le debite proporzioni, naturalmente: eccetto Pakistan e Cina, nessuno mette in discussione la sovranità indiana su quella parte del Kashmir. Ma le similitudini con l’insolubile situazione palestinese, sono molte. A partire dallo smembramento territoriale e continuando con il mutamento demografico che l’India ha in mente.

Uno degli elementi fondamentali dell’articolo 370 era il divieto per gli indiani non nati nel Kashmir di trasferirsi in quello stato e di possedere case e terreni. Nel tentativo di preservare l’unità nella diversità della nazione, si voleva garantire l’equilibrio demografico, fondato sulla maggioranza musulmana. Ora, come i coloni israeliani nei Territori occupati, gli hindu potranno trasferirsi nel Kashmir, modificando il profilo religioso della sua popolazione. Come fra israeliani e palestinesi, anche nel Kashmir terrorismo, violenze e repressione sono parte della quotidianità del luogo. Ora ce ne sarà di più, di tutto.

 

http://www.ispionline.it/it/slownews-ispi/

Allego un commento sullo stesso tema pubblicato dal sito del Sole 24 Ore.

https://www.ilsole24ore.com/art/kashmir-e-hong-kong-nazionalismi-asiatici-marcia-ACSXMid?fromSearch

 

 

Kashmir, una Palestina sull’Himalaya – di Ugo Tramballi

Kashmir, una Palestina sull’Himalaya

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