Khader in lotta per la Palestina

Monday, 20 February 2012 07:57 Emma Mancini (Alternative Information Center)

 “Molte organizzazioni per i diritti umani hanno già preparato una dichiarazione sulla morte di Khader Adnan da inviare alla stampa e all’ONU: sanno che ormai non c’è più speranza. Israele non cederà: non può rilasciarlo né accettare di giungere al compromesso del processo”.

Murad Jadallah, ricercatore e membro dell’associazione per la tutela dei prigionieri palestinesi Addameer, è duro: “In questo modo Israele mostra ancora una volta – spiega all’Alternative Information Center – di essere il luogo del non-diritto. Stesso dicasi per la comunità internazionale: nessuno si muove, nessuno alza la voce. Lo strumento della detenzione amministrativa è in aperta violazione del diritto internazionale e della Convezione di Ginevra: eppure sono 22mila gli ordini di detenzione amministrativa spiccati da Israele dallo scoppio della Seconda Intifada ad oggi”.

Tra questi, quello che ha colpito Khader Adnan in sciopero della fame da 65 giorni. Trentaquattro anni, panettiere di Jenin, sposato con due figlie. “Khader studia economia all’università – continua Murad – ed è molto conosciuto tra gli studenti. In passato, è stato portavoce del braccio politico della Jihad islamica e per questo è stato arrestato anche dalle forze dell’Autorità Palestinese. Per l’ordine di detenzione amministrativa, gli israeliani hanno utilizzato lo stesso file fornitogli dall’AP, altro esempio di una collaborazione malata: fanno il lavoro sporco di Israele. Basti pensare che fino al 2007 erano 33mila i prigionieri politici arrestati dall’AP, da dopo il 2007 sono circa 5mila ogni anno: membri di Hamas, PFLP, Jihad islamica”.

Khader è stato portato via dalla sua casa alle 3 di notte del 17 dicembre scorso e condotto in una prigione in Israele. “Durante l’interrogatorio è stato picchiato e umiliato – spiega Jadallah all’AIC – Hanno minacciato di usare violenza contro la moglie se non avesse parlato. Ma Khader ha deciso diversamente: è immediatamente entrato in sciopero della fame e si è rifiutato da subito di rivolgere parola agli israeliani. Non era mai accaduto prima. Una lotta nuova, che Khader sta espressamente portando avanti non per sé ma per la Palestina e i suoi 6mila prigionieri politici”.

Dopo un interrogatorio durato per dieci giorni, senza che Khader proferisse parola, il comandante militare israeliano responsabile per il Nord della Cisgiordania ha emesso l’ordine di detenzione amministrativa dall’8 gennaio all’8 maggio, senza alcun processo né accuse pubbliche visionabili dai suoi legali. “Venerdì scorso Addameer ha visitato Adnan nell’ospedale dove è ricoverato per il drastico peggioramento delle sue condizioni di salute: sta morendo. Potrebbe in qualsiasi momento avere un attacco cardiaco o perdere la vista. Per la prima volta, però, i nostri legali lo hanno trovato slegato dal letto in cui giace. I soldati gli hanno tolto le manette e Khader, dopo oltre 60 giorni, ha potuto farsi una doccia, tagliarsi la barba e cambiarsi i vestiti”.

“Ma anche in ospedale, un ospedale palestinese, le vessazioni continuano. I soldati mangiano e fumano nella sua camera, gridano. E il direttore dell’ospedale gli ha detto che, se fosse un vero uomo, dovrebbe smettere anche di bere. Una tortura psicologica inaccettabile”.

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Murad Jadallah, ricercatore e membro dell’associazione palestinese Addameer (Foto: AIC) 

Torture che iniziano nel momento dell’arresto e terminano solo dopo il rilascio: “Una violenza continua – spiega Jadallah – che si esplica anche nell’impossibilità di sapere quando la prigionia finirà. La detenzione amministrativa può continuare per mesi e mesi. Registriamo spesso casi di prigionieri che ad un’ora dal rilascio ricevono un nuovo ordine di detenzione amministrativa. Altri vengono rilasciati e un momento prima di uscire dalla prigione vengono arrestati di nuovo. Come Ali Jaradat, giornalista di Hebron ora attivo a Ramallah, in galera per 19 anni in detenzione amministrativa perché vicino al PFLP: 19 anni di prigionia, rinnovata di sei mesi in sei mesi”.

“La detenzione amministrativa è uno degli strumenti più pericolosi in mano all’occupante israeliano perché distrugge la società palestinese e la sua capacità di resistere”.

Ad oggi sono 310 i prigionieri palestinesi in detenzione amministrativa, misura cautelare extragiudiziale che non prevede accuse formali e quindi processi. Con lo scoppio della Prima Intifada, ha cominciato ad essere utilizzato costantemente: nel 1989 erano 1.794 i prigionieri palestinesi in detenzione amministrativa. Stessa situazione durante la Seconda Intifada: alla fine del 2002, oltre mille i detenuti con una simile misura, circa 750 tra il 2005 e il 2007.

In Cisgiordania, l’esercito israeliano è autorizzato ad emettere ordini di detenzione amministrativa contro civili palestinesi sulla base dell’articolo 285 dell’Ordine Militare 1651: per ragioni inerenti la sicurezza di una determinata area, un comandante militare può detenere in custodia una persona fino a nuovo ordine, firmato da lui stesso. La custodia può durare fino ad un massimo di sei mesi ed è prolungabile di sei mesi in sei mesi, senza limiti di tempo. Non è chiaro cosa si intenda per “sicurezza dell’area”, mancanza che lascia totale discrezionalità al comandante militare delle unità preposte ad una determinata area. il prigioniero in detenzione amministrativa è privato di diritti basilari quali il diritto alla difesa e ad un equo e pubblico processo. Il detenuto, infatti, non ha la possibilità di conoscere il reato di cui è accusato, rendendo impossibile nella pratica la difesa legale.

Nella Striscia di Gaza le autorità israeliane hanno fatto leva prima sull’Ordine Militare 941 del 1988 e ora sulla Legge sui Combattenti Illegali, approvata dalla Knesset nel 2002: Israele autorizza se stesso a detenere per periodi illimitati di tempo per “ragioni di sicurezza” i cosiddetti combattenti illegali, ovvero “persone che hanno partecipato direttamente o indirettamente a atti ostili contro lo Stato di Israele”, individui che la stessa legge non considera “prigionieri di guerra secondo il diritto umanitario internazionale”.

A “giustificare” la detenzione nei Territori Occupati sono prove segrete in mano alle forze di sicurezza israeliane, prove che legali e prigionieri non possono visionare. La detenzione amministrativa è applicata ai Territori Occupati, compresa Gerusalemme. Il diritto internazionale autorizza l’utilizzo della detenzione amministrativa solo in situazioni di emergenza, una misura detentiva che secondo la Quarta Convenzione di Ginevra un potere occupante può applicare solo in caso di “ragioni di sicurezza imperative” e non continuativamente nel tempo. Come invece accade nei Territori: le autorità israeliane hanno trasformato la detenzione amministrativa in strumento di punizione individuale e collettiva.

Basta gettare uno sguardo alla storia recente. La detenzione amministrativa è lo strumento generalmente utilizzato dai regimi oppressivi per evitare processi legali e per porre fine a dissidenza e resistenza. Ad applicare tale misura con costanza le autorità britanniche in Irlanda del Nord, il regime di apartheid in Sud Africa e gli Stati Uniti nella prigione di Guantanamo.

http://www.alternativenews.org/italiano/index.php/topics/11-aic-projects/3431-khader-in-lotta-per-la-palestina

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