Khaled Meshaal fa un passo indietro?

admin | September 24th, 2012 – 1:24 pm

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La storia va avanti da molti mesi. Dalla primavera, almeno. E non si è ancora risolta, a giudicare dalle indiscrezioni indubbiamente importanti uscite negli scorsi giorni. Hamas non ha ancora scelto il capo dell’ufficio politico, l’organismo che ha un ruolo – per così dire – esecutivo nella struttura del movimento islamista palestinese. Non c’è ancora, insomma, il successore a Khaled Meshaal.

Fin qui, non ci sarebbe niente di nuovo, rispetto a quanto già si sapeva. Dopo le rivoluzioni arabe del 2011, l’abbandono della sede di Damasco da parte del politburo di Hamas, e il rafforzamento del ruolo dell’ala di Gaza all’interno del movimento, la questione del capo del politburo è diventata ancor più centrale. E controversa. Il capo del braccio esecutivo del vertice di Hamas deve rappresentare, ora, equilibri diversi, rispetto a quando – a metà degli anni Novanta – Meshaal diventò il numero uno, dopo l’arresto di Moussa Abu Marzouq. La diaspora, allora, era non solo portavoce delle ali del movimento dentro Cisgiordania, Gaza e Gerusalemme est. Rappresentava – la diaspora – un potere e un consenso di per sé.

Ora i tempi sono cambiati, e così – in parte – i pesi interni alla struttura di Hamas. In Cisgiordania, gli arresti da parte degli israeliani e delle forze di sicurezza dell’ANP hanno messo a dura prova, ormai da anni, la base dei militanti, così come il vertice. I deputati eletti in Cisgiordania, i dirigenti che nel 2005-6 erano usciti del tutto dalla clandestinità a Ramallah, a Hebron, a Nablus, a Jenin fanno spesso dentro e fuori dalle carceri. Israeliane o palestinesi. Gaza, dal 2007, ha assunto un ruolo che prima non aveva, nonostante il consenso si concentrasse da sempre nei campi profughi della Striscia. E Gaza vuole contare, perché è l’unico pezzo di terra di cui Hamas ha il controllo.

Conclusione: la notizia è che Khaled Meshaal non si vuole ricandidare al ruolo di numero uno del politburo. Le indiscrezioni erano già uscite, ma maannews ha poi dato la conferma, per bocca di uno dei dirigenti più noti  di Gaza, Salah el Bardawil.

A dire il vero, si era parlato di un nuovo ruolo per Meshaal, come guida suprema di una sezione palestinese della Fratellanza Musulmana, del tutto staccata da qualsiasi altra organizzazione nazionale. Soprattutto da quella giordana, a cui era stata da sempre legata l’Ikhwan-capitolo palestinese. Le indiscrezioni di questi giorni, però, dicono che la decisione sul nuovo capo del politburo si sta avvicinando.

Se Meshaal, dunque, si è autoescluso dalla corsa alla ‘segreteria’ di Hamas, chi sono allora i veri candidati? Anzitutto, e questa è la vera novità nella storia di Hamas, c’è un candidato forte che esce da Gaza. Ismail Haniyeh, il premier del governo de facto che controlla la Striscia dal giugno del 2007. Anche se, a una sua vittoria, ostano questioni logistiche di non poco peso. Osta, insomma, il fatto che Haniyeh sia a Gaza City, e che quindi non abbia la stessa libertà di manovra che ha avuto Meshaal, fuori dai confini della Palestina. Osta il fatto che Haniyeh può essere un facile bersaglio, per gli israeliani, che più volte in questi anni hanno minacciato di colpire – con gli omicidi mirati – non solo i militanti e i miliziani, ma anche il vertice strettamente politico del movimento islamista. Osta il fatto, inoltre, che lo stesso valico di Rafah, al confine con l’Egitto, sia soggetto alle decisioni del Cairo: chiuso da settimane, è stato riaperto due giorni solo ed esclusivamente per far passare proprio il premier Haniyeh, di ritorno da un incontro con il capo dell’esecutivo egiziano, Qandil. Un capo del politburo di stanza a Gaza, insomma, sarebbe ostaggio – nei suoi stessi movimenti – delle decisioni politiche prese appena al di là degli stretti confini della Striscia. In Israele e in Egitto.

Haniyeh, però, sembra voler dare un’impressione diversa, rispetto a prima. Per esempio, non è andato a Teheran (dove invece, di recente, è andato Mahmoud a-Zahhar) per il vertice dei paesi non-allineati, nonostante fosse stato invitato. Non voleva urtare la sensibilità di Mahmoud Abbas, che è andato come presidente dell’ANP. E forse, ma è un’ipotesi, voleva far capire che Gaza non è più legata a stretto filo con il regime iraniano.

La candidatura di Moussa Abu Marzouq, però, è quella che guadagna punti. Non solo perché è stato il numero del politburo praticamente sin dall’inizio. Khaled Meshaal era il suo vice, sino a che non venne arrestato, e messo in carcere negli Stati Uniti per quasi un anno. Abu Marzouq è considerato lo stratega, ma per mantenere questo ruolo non c’è bisogno di diventare di nuovo il numero uno. Anzi. Le ragioni per un suo ritorno a capo dell’ufficio politico possono semmai essere altre. Il fatto è che Abu Marzouq è sempre stato l’unico, al vertice, ad aver mantenuto un buon numero di buoni contatti. Con Gaza, anzitutto, terra da cui proviene. Contatti che Meshaal non ha. Abu Marzouq è stato anche quello che ha mantenuto sempre aperto un legame con i paesi arabi, che ha continuato a frequentare per anni, facendo la spola – per esempio – tra Damasco e Cairo per tutti i negoziati importanti sul tavolo dell’intelligence egiziana. Anche quando al potere c’era Hosni Mubarak, e il capo dei servizi Omar Suleyman era vivo e faceva il bello e il cattivo tempo nelle trattative interpalestinesi.

Abu Marzouq, insomma, ha mantenuto quei rapporti che si sono rivelati importanti dopo la primavera del 2011, quando Hamas ha deciso di spostare, armi e bagagli, i suoi uffici politici e i suoi dirigenti da Damasco in altre capitali arabe. Cairo in testa. Così, da  mesi, Abu Marzouq è in Egitto. E l’Egitto, dopo la vittoria di Mohammed Morsy, diventa fondamentale per lo sdoganamento di Hamas.

Non che sia una cosa semplice. Morsy è troppo pragmatico, e con lui la Fratellanza Musulmana di cui è un tipico rappresentante, perché un rapporto  migliore con il movimento islamista palestinese possa, sic et simpliciter, dare il via a una poderosa spinta per sdoganare Hamas. Lo si è visto in queste ultime settimane: i problemi di sicurezza del Sinai (che c’erano anche prima, durante il ‘regno’ di Mubarak), la questione dei tunnel del contrabbando nell’area del confine di Rafah, la posizione prudente e ambigua della presidenza egiziana sul conflitto israelo-palestinese…

Certo, qualche posizione Hamas l’ha guadagnata, soprattutto all’interno degli equilibri palestinesi. La presenza al Cairo, nei giorni recenti di Khaled Meshaal e di Ismail Haniyeh, impegnati in colloqui ad altissimo livello con le autorità egiziane, significa che Hamas sta guadagnando dal cambio al vertice al Cairo. Ne è riprova la reazione piccata del presidente dell’ANP Mahmoud Abbas, che ha detto pubblicamente di non aver gradito questi inviti e queste presenze al Cairo, perché l’Egitto deve interloquire solo con l’Autorità Nazionale Palestinese. E la conferma arriva dallo stesso Abu Marzouq, in una lunghissima intervista concessa a un giornale, Al Sharq al Aswat, mai tenero con l’islam politico. Abu Marzouq attacca Abbas, e nel contempo dice quello che tutti sapevano. Che l’Egitto mediatore, quello dei tempi di Mubarak, era uno degli attori, e non invece il soggetto neutrale che avrebbe dovuto sanare il conflitto interpalestinese:

What angered Abbas is that Egypt is now serious regarding the issue of neutrality toward the Palestinian parties and their files. The talk that Egypt is the same distance from all Palestinian factions is not new in Egyptian foreign policy and this was said over many years. Former President Hosni Mubarak and later [Intelligence chief] Omar Suleiman would always repeat this; however Abbas was not angered by this then because this talk was not in line with the reality on the ground. At that time, Egypt was 100 percent biased toward the Palestinian National Authority and used to deal with Hamas as a fait accompli. However Abbas is now, during the presidency of Mohamed Mursi, witnessing a new form of seriousness regarding Egypt’s neutrality toward the Palestine cause and its files. This is something that strongly angered him, although he has no right to be angered by this.

Nel dire le cose che dice, Abu Marzouq sembra anche uscire allo scoperto. E assumere un ruolo che fino ad ora aveva lasciato a Meshaal. È lui che parla per Hamas, quasi da pari a pari con Abu Mazen. Il cambiamento è in corso?

Un po’ di autopromozione. L’immagine è la copertina del mio libro su Hamas, pubblicato negli Stati Uniti da Seven Stories Press, nel marzo di quest’anno.

Per la playlist, Norah Jones, Come away with me.

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