KHAN YUNIS, QUANDO RACCOGLIERE GRANO E’ “TERRORISMO”

Il racconto delle giornate di lavoro trascorse dai contadini palestinesi sotto il fuoco dei tiratori scelti israeliani mentre raccoglievano l'”oro giallo” nei loro campi nella “zona proibita”.

DI SILVIA TODESCHINI

Khan Yunis, 14 maggio 2011, Nena News – L’8, il 9 ed il 10 di maggio sono stati 3 giorni di raccolta del grano per alcuni contadini di Khuza’a, villaggio vicino al confine con Israele nel sud della Striscia di Gaza. Per tre giorni essi si sono recati nei campi, partendo molto presto la mattina e raccogliendo i frutti della loro terra.

Per 3 giorni dalle torrette automatizzate le forze di occupazione israeliane hanno aperto il fuoco e per tre giorni i contadini hanno continuato a raccogliere il grano, senza permettere a chi sparava dalle torrette a controllo remoto di impedire loro di recarsi alla propria terra.

L’area dove i contadini, insieme con 3 attivisti internazionali dell’International Solidarity Movement e 5 attivisti palestinesi si sono recati si trovava a circa 450 metri dal confine. Prima della seconda intifada qui venivano coltivati angurie e meloni, c’erano alberi da frutto ed olivi. “Venivamo qui a fare barbecue, festeggiare e rilassarci… le jeep israeliane passavano in lontananza ma non ci disturbavano, ci lasciavano in pace.” racconta Ahmad. Oggi gli alberi sono stati sradicati, le piante distrutte. L’unica cosa che si riesce a coltivare, perché non richiede attenzioni continue, è il grano. Però anche il grano necessita di diverse ore di lavoro per essere raccolto, ed i cecchini evidentemente  si divertono a terrorizzare i contadini in queste ore.

L’8 di maggio sui campi oltre agli attivisti erano presenti inizialmente otto agricoltori, per lo più donne, ma anche un bambino di 13 anni ed una bambina di 7 anni, tutti fratelli e sorelle di una delle famiglie anNajjar risiedenti nel villaggio. Stavano sul loro ettaro di terra raccogliendo il grano giallo oro in diverse fascine, quando anche i vicini, svegliatosi, hanno pensato che la presenza di attivisti (stranieri e non) potesse proteggerli nel lavoro, ed hanno deciso si allontanarsi più del solito per raccogliere erbe da dare a mangiare agli animali. Dove finiscono i campi di grano il terreno è incolto e solcato da dune e fossi causati dai bulldozer israeliani, crescono cespugli spinosi e piccole piante che sembrano secche, ma che sono un buon mangime per asini e pecore. Una donna chinata a raccogliere queste erbe alza il volto, allunga il braccio e punta il dito verso una duna a poche decine di metri: “la vedi quella terra li? Quella terra è mia e non ci posso andare.”

E dalle torrette, le forze di occupazione israeliane non hanno tardato a ricordare chi ha il potere di decidere quali terre possano o no coltivare: si sono uditi degli spari in aria, divisi in due raffiche tra le 7.40 e le 8.30. Prima delle 9:00, senza preavviso, tre proiettili sono atterrati a 50 metri o meno da chi stava lavorando la propria terra. Quando qualcuno spara in aria si sente solo un colpo, ma se il proiettile viene nelle tua direzione è possibile sentire il sibilo, ed il colpo dell’atterraggio. Il terreno era sabbioso e quindi, dopo i sibili, si sono levate 3 nuvole di polvere. Vicine, troppo vicine a un gruppo di quasi 20 civili che lavorava in maniera pacifica. Qualche decina di minuti dopo un uomo, inviperito, interrompe la sua raccolta dell’erba per gli animali e indica al di la del confine, dove un trattore sta arando un terreno: “guarda, gli israeliani possono coltivare indisturbati. Noi, invece, se usciamo qui fuori ci sparano contro!”.

Il secondo giorno anche un altro gruppo, sempre legato alla famiglia allargata anNajjar, ha iniziato a raccogliere il grano nella terra vicina, anch’essa che si estende su un’area di 10 dunam. Quindi in tutto erano presenti più di 10 contadini intenti a raccogliere il grano e qualche donna che raccoglieva erbe. Ma quanto puo’ rendere un ettaro di terra? Ahmad Najjar prova a quantificarlo: “in passato ci portavamo a casa 50-60 borse da un kg di grano, adesso ne riusciamo a fare tra le 10 e le 20: non riusciamo a prenderci cura della terra perchè non possiamo raggiungerla, e coltivandola sempre a grano per tanti anni di seguito si impoverisce:la dimensione de chicco è molto molto più piccola di quella che era 10 anni fa!”. Dalle torrette di controllo hanno sparato verso le 7.30 e verso le 8, il movimento di jeep e carri armati al di la del confine si cominciava a fare insistente. Il terzo giorno jeep e carri armati hanno continuato a spostarsi incessantemente, alzando nugoli di polvere in quella terra che oggi è riconosciuta come israeliana. Gli spari non sono mancati. Un uomo ci ha spiegato: “tutti i giorni le jeep israeliane si spostano e fanno i loro balletti al di la della rete. Tutti i giorni sparano. Però quando c’è presenza di internazionali sparano un po’ meno.”

Khuza’a è un villaggio di contadini che si trova al sud della striscia di Gaza, nel governatorato di Khan Younis. Il centro di Khuza’a si trova a circa un km dal confine, mentre circa l’80% delle terre coltivabili (per un totale di 200 ettari) si trova in aree dove è alto il rischio di essere colpiti dai proiettili israeliani o in zone in cui l’entità sionista ha unilateralmente proibito l’accesso, la cosiddetta “buffer zone”. Gran parte degli ettari non sono possono affatto essere coltivati, e l’accesso stesso ad alcune terre è stato ostruito dalle forze di occupazione. Secondo un rapporto dell’ONU, in tutta la striscia di Gaza le aree coltivabili che rientrano nella “zona ad alto rischio” comprendono il 35% delle terre coltivabili dai palestinesi, e non sono rari i casi di contadini feriti anche gravemente od uccisi mentre si recavano a coltivare la propria terra.

Ahmad spiega perchè ancora e di nuovo nonostante tutto lui e la sua famiglia si recano li a raccogliere il grano: “Vogliamo mangiare, vivere e fare una vita normale. Questo è un nostro diritto, questa è la nostra terra, non ce ne andremo, non abbandoneremo i nostri campi, anche se Israele continua a sparare e cercare di intimorirci”.

http://www.nena-news.com/?p=9749

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