L’ipocrisia israeliana sul caso Shalit di Gideon Levy

In Israele questo fine settimana si è discusso perfino del dopobarba di Gilad Shalit. Con sconfinata serietà, un noto opinionista ha riferito al paese galvanizzato il consiglio dato dagli esperti di psicologia dell’esercito israeliano: per rendere più facile il suo ritorno, i familiari dovevano mettere nella borsa anche il suo dopobarba preferito. Non meno grottesca la scritta che lampeggiava da un tabellone elettronico all’ingresso di un bar di Tel Aviv: “Brindate a prezzi speciali con vodka Absolut e Finlandia… Bentornato a casa, Gilad Shalit!”.

Shalit è tornato a casa il 18 ottobre, come si sperava, ma invece che in un paese è tornato in una telenovela in cui l’unico linguaggio è sempre e comunque quello delle emozioni. C’è da sperare che sia in buona salute mentale, ma non torna certamente in una società sana: torna in una società in preda alla psicosi. La psicosi nazionale che circonda la sua sorte è cominciata nel giorno in cui è stato fatto prigioniero e oggi sta toccando il livello più alto. Si è saputo che le forze armate israeliane gli hanno fatto trovare pronte alcune uniformi di taglia diversa da indossare, nell’eventualità che il “nostro ragazzo” nazionale abbia perso molto peso: ciò che conta è poterlo sfoggiare in divisa, come si addice a un eroe di guerra.

Il quotidiano Yedioth Ahronoth ha già lanciato una campagna pubblicitaria dissimulandola dietro il banner “Vuoi scrivere a Gilad?”. E le centinaia di migliaia di nastri gialli per ricordare Shalit che sventolavano da ogni albero e dal retrovisore di ogni automobile sventolano per l’ultima volta nella brezza autunnale. Ancora una volta Israele si darà una pacca sulla spalla: solidarietà melensa, fratellanza, responsabilità reciproca… nessuno è come noi! Nel fine settimana un generale di brigata a riposo ha scritto: “È proprio questa la differenza fra noi e loro”. Ma quale sarebbe, esattamente, questa differenza non si è capito. E un generale della riserva ha dichiarato: “Hamas ha un cuore di pietra”. Come se invece avesse un cuore d’oro chi tiene in carcere decine di migliaia di prigionieri palestinesi, alcuni detenuti politici, altri senza processo, altri ancora rinchiusi da anni senza poter essere visitati dai familiari.

In questi cinque anni non c’è israeliano che sia rimasto indifferente alla sorte di Shalit: è giusto che sia così, e c’è da esserne orgogliosi. Tanta umanizzazione di un unico militare, con il suo viso (pallido), i suoi genitori (nobili) e il nonno (angosciato), e perfino il fatto che è stato trasformato nel “nostro ragazzo”, sono segni di una società con il senso dell’umanità. E questo potrebbe perfino farci accettare la natura frenetica della società israeliana, capace di passare in un lampo da una situazione estrema all’altra: i due soldati che sono morti durante il rapimento di Shalit sono rimasti militi ignoti, mentre lui è diventato un eroe e un’icona, e Yitzhak Rabin, da premier detestato che era, è diventato un santo dall’oggi al domani. I militari dispersi sono stati dimenticati, altri che sono ancora prigionieri non sono mai stati trasformati in simboli della nazione, e solo Shalit è diventato ciò che è diventato. In cinque anni si contano sulle dita di una mano le edizioni di un qualsiasi telegiornale che non hanno parlato di lui. A quanto pare Shalit e i suoi genitori avevano qualcosa che ha catturato il cuore della nazione: e anche questo è un bene.

I problemi cominciano con queste nostre ridicole pretese a metterci in testa una corona: sono pretese ipocrite, vuote e cieche. La campagna per la liberazione di Shalit, non esente da aspetti ripugnanti – come il tentativo di impedire le visite ai prigionieri palestinesi –, si è trasformata in una campagna di stato, in un modo per dimostrare il nostro impegno civile: vuota e superficiale come “la gioventù delle candele”, che prima ha singhiozzato per l’assassinio di Rabin e poi, alle elezioni successive, ha votato per Benjamin Netanyahu.
Ma quale israeliano non è contro il terrorismo e a favore della liberazione di Shalit? Il punto è che quella stessa società in lacrime non ha avuto neanche per un attimo l’onestà e il coraggio di chiedersi perché Shalit fosse stato rapito. Neanche per un attimo ha trovato il coraggio e l’onestà di dire a se stessa che se andava avanti per la sua strada ci sarebbero stati molti altri Gilad Shalit uccisi o rapiti. E così alle elezioni ha votato ripetutamente governi centristi e di destra, proprio quelli che garantiscono che Shalit non sarà l’ultimo. Ha legato nastri gialli da tutte le parti, è stata d’accordo a issare bandiere nere in segno di lutto per lo scambio di prigionieri con Hamas.

Nessuno, però, ha mai trovato il coraggio e l’onestà di dire a questa società: Shalit è il prezzo inevitabile di uno stato che sceglie di vivere per sempre della forza delle armi. Nessuno l’ha mai messa di fronte a un interrogativo: perché si può trattare con Hamas sulla sorte di un unico soldato ma è proibito farlo per la sorte di due popoli feriti e sanguinanti? E così oggi la società israeliana si ammanta di superiorità morale, autoelogiandosi per l’angoscia provata per un unico soldato. Ma chi si preoccupa davvero per gli altri soldati, per un intero esercito, anzi per un intero popolo?

Traduzione di Marina Astrologo.
Internazionale, numero 920, 21 ottobre 2011

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