L’ Egitto rischia di trasformarsi nell’Iran

(due articoli da il Foglio del 08/02/2011)

(Vedi anche: http://it.peacereporter.net/articolo/26734/La+versione+di+Israele)

” Lo zampino di Teheran “


Hassan Nasrallah con Mahmoud Ahmadinejad

“Una rivolta sociopolitica contro l’oppressione, la corruzione, la repressione, la fame e lo spreco del potenziale del paese”. Così il leader di Hezbollah, Hassan Nasrallah, ha definito la piazza egiziana e la sua pretesa di cacciare il rais Mubarak. Se dietro a queste parole non ci fosse un progetto chiaro e pericoloso – allargare la propria influenza sino a un territorio ora ostile e isolare Israele per colpirlo meglio – il discorso del capo del Partito di Dio sciita libanese farebbe quasi sorridere: i ragazzi egiziani non sono forse molto simili ai ragazzi iraniani che, nel 2009, tentarono di scalfire – finendo ammazzati o rinchiusi nelle carceri – il potere degli ayatollah? Per Nasrallah non c’è alcuna similitudine, anzi, l’occasione è talmente gustosa che il capo di Hezbollah rinuncia addirittura alla solita retorica sull’ingerenza straniera, sulla volontà occidentale di mettere bocca in affari non suoi, celebrando soltanto quei giovani coraggiosi che si ribellano al regime. Non c’è alcun complotto straniero ai danni di un regime mediorientale, in questo caso. A Teheran, anche il presidente Ahmadinejad festeggia quando sente la piazza del Cairo che urla a Mubarak di andarsene, si emoziona quando vede questo popolo che si batte per la libertà e si eccita quando pensa che, mentre la comunità occidentale s’occupa d’Egitto, la Repubblica islamica lancia in orbita quattro satelliti, prepara una nuova collaborazione militare con Hezbollah e quintuplica i rapporti commerciali con la Turchia, il nuovo grande partner degli ayatollah. Teheran e Hezbollah, che ormai decide le sorti del governo di Beirut, non temono l’effetto contagio, anzi vogliono approfittare della temporanea instabilità per creare una breccia nella piazza araba. Chi protesta oggi assomiglia non ai ragazzi che chiedono libertà e diritti in Tunisia (e li chiesero anche in Iran) ma piuttosto a coloro che si sono opposti a Israele durante la guerra in Libano nel 2006 e a Gaza nel 2008. Nella versione dei fatti di Teheran e Hezbollah, Mubarak deve andarsene non perché opprime, ma perché riconosce Israele. E perché rappresenta, assieme all’Arabia Saudita, il contrappeso all’ambizione di strapotere delle forze sciite. La festa degli ayatollah e dei loro alleati fa capire che, laddove l’occidente non trovi un piano per la transizione dell’Egitto, ce n’è già un altro bell’e pronto.

Roya Hakakian : ” Piccolo vademecum anti islamista per le piazze del Cairo”


Roya Hakakian

Il dramma che si dipana oggi in Egitto è una continuazione di quello che ebbe inizio in Iran nel 1979? Questa è la domanda del momento. Analisi dopo analisi, intervista dopo intervista, gli esperti elencano le ragioni per le quali ritengono che l’Egitto stia seguendo un copione tutto proprio. Rassicurano il pubblico mettendo in evidenza gli aspetti che differenziano la sollevazione alla quale stiamo assistendo da quella che l’ha preceduta nella stessa regione. Ma ciò che viene taciuto è che la rivoluzione iraniana del ’79 appare marcatamente teocratica soltanto se la si guarda a distanza di trent’anni. All’epoca, quando gli esponenti religiosi e laici, gli abitanti dei villaggi e delle città, le persone colte e illetterate, tutti ugualmente adirati, agitavano i pugni in aria e chiedevano la destituzione dello scià, il futuro dell’Iran era tanto imperscrutabile quanto lo è oggi quello dell’Egitto. Ritengo che non si debba paragonare l’Egitto all’Iran e che tale confronto serva unicamente a calmare le ansie degli occidentali, che non si sognerebbero mai di paragonare la presa della Bastiglia alla rivoluzione inglese, perché è fuori discussione che i francesi e gli inglesi siano due popoli diversi. Tuttavia, le forze democratiche che oggi manifestano a piazza Tahrir possono imparare qualcosa dalle forze democratiche che erano presenti in piazza Azadi a Teheran nel ’78. Le nazioni e le loro storie non sono intercambiabili, ma i movimenti che lottano per traguardi democratici comuni si sono costantemente scambiati le lezioni apprese sul campo per informare e mettere in guardia i loro compagni in altre parti del mondo contro le possibili insidie. Questi sono alcuni degli errori commessi dalle forze democratiche dell’Iran nel 1978 (usando il termine in senso lato e generoso), durante le settimane che portarono alla caduta dello scià. Primo errore: i democratici abbracciarono ciecamente un’unione con l’opposizione religiosa. Quando l’ayatollah affermò di non avere ambizioni politiche e che, una volta uscito di scena lo scià, il suo unico desiderio sarebbe stato quello di ritirarsi con un Corano in un seminario di Qom, tutti gli credettero. Quando si espresse contro le violazioni dei diritti umani nelle prigioni dello scià, gli intellettuali lo definirono il loro Gandhi nazionale. Quando parlò dell’uguaglianza tra i sessi e dei diritti delle donne, fu acclamato come se fosse stato l’erede di Gloria Steinem e Betty Friedan. Prima della sua ascesa al potere, l’opposizione religiosa guidata dall’ayatollah disse agli iraniani quello che volevano sentirsi dire e gli iraniani le credettero. Secondo errore: i pochi abbastanza furbi da non credere all’ayatollah fecero l’errore in cui spesso cadono le persone brillanti, quello di sottovalutare l’intelligenza altrui. Confidavano nella propria capacità di sconfiggere l’ayatollah con l’astuzia. I leader laici, forti della loro educazione occidentale e dei loro abiti alla moda, si credevano troppo raffinati per farsi mettere nel sacco da membri del clero provinciali e mal vestiti. Terzo errore: le stesse persone non capirono che eliminare la violenza dal loro movimento non aiutava a mantenere la credibilità. Una volta che l’esercito aprì il fuoco e ci furono le prime vittime, i religiosi cooptarono il movimento. I laici non avevano predisposto alcun piano di contrattacco in caso di un attacco militare. Per contro, il sangue delle vittime fornì ai religiosi il pretesto per entrare in scena e mettersi in primo piano. In presenza della morte, i religiosi possedevano un lessico ben fornito e un repertorio completo di rituali da opporre alle carenze strategiche delle controparti laiche. La morte e tutti i suoi sottoprodotti concettuali, in primo luogo il martirio, erano stati il loro pane quotidiano per secoli. Quarto errore: i laici divennero troppo ambiziosi e cedettero all’arroganza globalista dopo le prime piccole vittorie tattiche. Per gli iraniani, la libertà, il lavoro e l’istruzione non erano più sufficienti. Anche lo Zio Sam e il suo figlio bastardo, Israele, dovevano essere estirpati. Distogliendo l’attenzione dalle questioni interne, consegnarono ancora una volta il potere in mano ai religiosi. Qualche mese dopo la caduta dello scià, l’Iraq attaccò l’Iran e l’ayatollah trascinò la nazione in un decennio di distruzione dicendo che il modo migliore per annientare i due principali mali del mondo era conquistare Baghdad lungo il cammino verso Gerusalemme. Teheran e i suoi abitanti erano troppo poco per il grandioso programma. Quinto errore: i democratici fecero concessioni laddove non avrebbero dovuto accettare compromessi. Invece di impegnarsi a concretizzare i propri sogni, accettarono il compromesso e si accontentarono di sogni frammentari e provvisori. Per rovesciare definitivamente la monarchia e tutelarsi contro il suo ritorno, alle donne fu chiesto di mettere da parte per il momento le pari opportunità. Se gli avvocati sollevavano la questione delle minoranze religiose, venivano accusati di essere antipatriottici in un momento in cui la repubblica, nuova di zecca, era troppo delicata per sopportare critiche. L’opposizione religiosa era troppo furba per farsi mettere da parte dai laici. Non rivendicò in alcun modo il potere fino a quando non se ne fu impadronita, e iniziò a calpestare i diritti della maggioranza negando e violando in primo luogo i diritti degli iraniani più ai margini e vulnerabili. Queste sono alcune delle lezioni dolorose di un movimento che si è trovato bloccato. L’auspicio è che possano, con il loro piccolo contributo, contribuire a illuminare il cammino degli egiziani.

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