L’ ultima lettera di Abu Claudio

Lettera n.16

 

Sono in viaggio!

Ma che giornate!  Un’ora e mezzo fermo anch’io al check point; ma la mattina di  martedì Jay, un ragazzo inglese ma di colore, era stato arrestato;
l’accusa era di violenza sui soldati! Per avere appoggiato una mano  sul polso di un soldato in una delle volte che lo spintonavano, fino  anche a prenderlo per il collo! Ha dovuto firmare che non andrà nel  sud della West Bank per 15 giorni, e lo hanno fatto uscire, dopo  averlo tenuto dalle undici di mattina alla mattina dopo, il primo di  noi che si fa anche una notte in prigione.

Abbiamo fatto un  po’ di resistenza ai soldati, contestandogli che la legge prevede  che gli mostriamo il passaporto, ma non glielo mettiamo in mano. Però  al meeting di giovedì avremmo appurato che anche la legge è  controversa (come sempre con gli israeliani), per cui ora i miei  amici proveranno a consegnare il passaporto e si vede come va, se lo  restituiscono in fretta, se si stancano di chiederlo ecc.

Ma giovedì  mattina ero a Susya dai miei pastori, quando arriva una chiamata  urgente: è pieno di soldati e c’è un bulldozer! Dall’accampamento  vicino c’è Nasser con la macchina; corriamo sulla strada (sono con  un ragazzo australiano, fotografo freelance), ci raccoglie e  arriviamo correndo: pieno di mezzi militari, pieno di soldati, e  questa grande ruspa che sta abbattendo e distruggendo dei pali appena  installati per portare la luce ad un accampamento beduino. Siamo  nelle solite condizioni: non si capisce perché, non solo, ma è una  operazione terrificante; ho visto le facce di certe persone che  esprimevano il terrore: adesso tocca a me, adesso sarà la mia casa;  e pare che il ruspista lo sa  e si diverte a fare tremare la gente;  si è fermato a spostare un masso, proprio sopra una casa in  costruzione, con la gente sotto che tremava!

E’ la prima  volta che arrivo a demolizione in corso e non a cose fatte; è una  esperienza terribile; l’esperienza di impotenza provata e la  quantità di soldati dislocati intorno per tenere lontana la gente, e  senza capacità di dare ordini; a me hanno detto prima di stare da  una parte, poi di stare da un’altra; finchè gli ho detto shit,  faccio quello che mi pare, e sono andato avanti; si è stufato di  seguirmi, e tanto ormai dovevamo solo inseguire la ruspa per vedere  se andava altrove; sì, sale ancora, e via di corsa, verso  l’accampamento beduino; ma lì è stata una operazione brevissima;  pare che c’era un casotto preparato per ricevere la corrente  quando fosse arrivata; quindi un colpo di ruspa e via; dopo avevamo sentinelle in giro, mentre bevevamo un the; prima c’è un allarme:  stanno andando a “paese che non so ripetere”; poi falso allarme,  sono si andati lì, ma non hanno scaricato la ruspa dal suo camion; e  infatti poco dopo, dalla nostra posizione vediamo che torna sulla strada principale e se ne va, per oggi “bikaffi”; è finita, basta così….

Sembra che c’è un piano di disperdere i beduini della zona; quindi per lo meno impedire che si stabilizzino di più! Ma questo è contro tutte le leggi internazionali, che, come sempre, Israele ignora.

Jamal aveva il telefono fuori uso, così anche l’arrivo a Susya l’abbiamo fatto a piedi, quindi con il ragazzo australiano un po’ incerto: prima, in paese, a Yatta, dovevo spiegare in arabo dove andavamo, poi dovevamo aspettare che ci portasse dove pensavo io, non essendo un taxi apposta per noi devi aspettare che riempia il suo mezzo; poi doveva fidarsi di me, camminando su e giù per le colline; ma era premiato dalla bellezza dei colori della sera

Che fredda la notte!, anche con due coperte e senza spogliarsi per niente; e Jamal che dorme con una coperta sola, e i piedi nudi di fuori! Stamattina il soldato dormiva proprio, le pecore hanno fatto una bella abbuffata; quando ci ha visto, è corso fuori urlando; un ragazzino con l’aria da colono: solito discorso: ma il grande esercito ha così paura delle pecore? E appena siamo rientrati, via di corsa per la demolizione! E su Susya si sentono volare in modo ossessivo i droni che sorvolano continuamente Gaza: sono i famosi aerei senza pilota, sempre pronti a scaricare su qualche obiettivo.  La sera la nonna era venuta a salutarmi: un bellissimo discorso di benedizioni e di invito a tornare con tutta la famiglia.

Ho passato pochissimo tempo a Hebron, appena il tempo di fare un po’ un giro a salutare un po’ di bottegai, con un the qui, un caffè lì, due chiacchiere sempre. Ma tornerai? Ora che ho imparato a parlare un po’spero proprio di sì Inshalla!

Domenica eravamo stati invitati a raggiungere una organizzazione “Ma’an” di difesa della Valle del Giordano; vicino a Gerico, dove poi abbiamo fatto un giretto nel tepore estivo della sera, c’era da ripristinare un canale di raccolta e convogliamento di acqua. Il pozzo che c’è a monte non dà più acqua, dopo che gli israeliani ne hanno scavato uno di fianco, molto più profondo, per rifornire la loro colonia. Ma il canale raccoglieva anche l’acqua piovana e quella che scola dalla montagna, quindi dovrebbe portare acqua per lo meno da novembre a marzo; solo che era in condizioni pietose, pieno di sterro, di immondizie, di pietroni, di canneto. Con l’aiuto di uno scavatore e tante braccia nostre, abbiamo liberato un lungo tratto; ora avrebbero finito da soli, dopo aver dimostrato che non ci voleva molto!

Ci sono già un po’ di belle foto, sulla strada che scende al Giordano, sulle pecore e sul canale… Ci siamo sentiti un po’ usati come manodopera da poco, ma almeno c’era anche qualche palestinese che lavorava… bello poi salire lungo il canale, a levare pietre che ostruivano il canale anche lì; sotto una pietra abbiamo trovato il temuto scorpione…

Domenica sera rientriamo un po’ di corsa; abbiamo promesso di andare a Ni’lin, dove da lunedì avrebbero avuto i giorni autorizzati per la raccolta di olive al di là del muro. Siamo in sei, cinque a dormire da Mohamed, quello che aveva stupito per l’accoglienza dopo una manifestazione, e Aida danese da un’altra famiglia che conosce, con tutto il tempo che ha passato qui. La mattina dopo ci dividiamo: tre vanno con quelli che sarebbero entrati dal check point, e tre andiamo con Mohamed, a provare ad entrare dal portone nero di fumi, che si sono impegnati ad aprire alle sette.

Quelli al check point riescono a passare e lavorano un po’ di ore al di là del muro; quando finalmente si degnano di aprire un pezzetto di portone (sono quasi le otto) Aida, Jay e io invece veniamo fermati, come anche Mohamed che, pur avendo terra al di là del muro si è sempre visto negare il permesso per andarci; racconta che solo una volta, grazie al trambusto causato dagli asini in entrata, si è riuscito ad infilare; entra solo chi ha il permesso, con scritto il numero di famigliari ad aiutare; anche un altro ragazzo si vede negare il permesso, e così andiamo con lui a raccogliere olive vicino al muro, ma da questa parte. 

Al rientro a Ramallah, preparativi e discesa a Sheik Jerrah, per la mia ultima notte; ormai è autunno avanzato, e una notte di sereno è veramente fredda; per fortuna i nostri coloni non sono agitati; certo gli faccio ben vedere che siamo pronti con un bastone in mano; così non provano a fare niente e vanno a dormire alle quattro meno venti, e noi pure. Quando al mattino dopo arrivo a Hebron, trovo il casino al check point, con i soldati che aspettano la polizia per consegnargli Jay; così chiedono a me di correre con Adam a Bwheri, dove scortiamo i bambini; cosa che ripeto anche il giorno dopo. Beninteso ripeto anche un pomeriggio ed una serata con Neta e Nizar, per saggi di cucina e lezioni di lingue!

Giovedì sera e notte piove; sarà finalmente vero? Venerdì pomeriggio di nuovo!

Venerdì mattina manifestazione a Ni’lin; con la pioggia, la preghiera è stata spostata su un piazzale asfaltato; la stradella è piena di pozzanghere, ma arriviamo al muro. Quando si va alla fine del muro partono i soliti lacrimogeni, in risposta a qualche sasso; anche oggi ho con me tre nuove, tutte francofone; è gradevole introdurle a tutto quello che conosco e accompagnarle in giro; ora sono in viaggio per Hebron.

Ci sono in ballo le due navi di Free Gaza che vengono dalla Turchia. I nostri stanno andando ad una manifestazione in piazza a Ramallah. E io sono sceso a Gerusalemme, dove ho scoperto di avere sbagliato i conti: anche di venerdì non circolano gli autobus israeliani! Altro che autobus di
linea fino al Ben Gurion; e anche la ditta che ha i shuttle per l’aeroporto, li organizza prima; di venerdì non rispondono più al telefono, e per giunta fanno questo servizio per i clienti di alberghi o ostelli. E io non ho pensato all’eventualità di dover prendere un taxi in proprio! Sono rimasto a corto di soldi! Ma vado a chiedere all’angolo della porta di Damasco, dove anche i taxisti mi conoscono; per te, anche senza soldi, comincia a bere un the! Concordiamo che gli do quello che ho, 100 shekel e 30 euro in monete, che ho scambiato a dei ragazzi venditori di strada.

Ed eccomi al Ben Gurion. Il  tempo di scendere dal taxi e mi abbordano: sicurezza! Dove sei stato e cosa hai fatto? E giù con la mia storia di crisi personale, di problemi enormi in famiglia, fino a ricordarmi dell’amica israeliana; e allora a Gerusalemme! Lì ritroverò me stesso; riesco anche a versare una lacrima nel racconto! Il primo chiama altri due, poi mi passano ad un terzo e finalmente, sei il benvenuto, vai pure! Ero così tranquillo che ho nella borsa materiale palestinese, libri di arabo, acquisti di artigiani arabi, kefie! E ora in aeroporto dicono che c’è la connessione!

Ramallah, e Ben Gurion, 5 novembre 2011 – Claudio

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