La Basilica dell’Agonia

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La Basilica dell’Agonia o Basilica delle Nazioni

Alla fine della prima guerra mondiale, sotto il mandato inglese, la Custodia cercò di costruire una nuova chiesa (ne furono edificate due, una qui e una al Tabor, nel 1924). Venne incaricato l’architetto Antonio Barluzzi il quale voleva costruire una chiesa sopra le rovine crociate. Quelle rovine infatti custodivano tre absidi, costruite su tre rocce che, secondo la tradizione, erano i tre luoghi dove Gesù si era inginocchiato. Sulla roccia centrale, molto sporgente, era stato costruito l’altare. Tuttavia lavorando, si trovarono i resti di una chiesa più antica, di epoca bizantina, con mosaici, fondazioni e basi di colonne. Da qui la decisione di costruire la nuova chiesa non più sopra i resti della chiesa crociata, ma sopra i resti della chiesa bizantina.

Nel progetto del Barluzzi tutto concorre a rievocare la scena notturna di quel giovedì di Pasqua, quando tra le fronde degli ulivi e al chiaro di luna, Gesù patì l’agonia e l’abbandono alla volontà del Padre. La luce all’interno della Basilica è concepita dall’architetto come elemento caratterizzante: l’oscurità interna, in marcato contrasto con la bianca luminosità dell’esterno, è volutamente ottenuta grazie ai vetri opalescenti con colori violacei delle finestre che scandiscono le pareti della chiesa. I diversi toni del viola filtrano tra i trafori geometrici disegnando il motivo della croce. Entrando nella basilica lo sguardo è attratto dalla scena dell’agonia di Gesù rappresentata nell’abside centrale. La composizione, ideata dal maestro Pietro D’Achiardi, è volutamente semplice e resa con forme stilizzate, con lo scopo di aiutare l’osservatore ad avvicinarsi all’umanità di Gesù, alla tristezza dell’Uomo-Dio che sceglie liberamente di affidarsi alla volontà del Padre.

Al centro della scena è Gesù, accasciato, sulle rocce che lo sostengono, nella cornice notturna dell’orto degli Ulivi. I tre apostoli che furono presi dal sonno “per la tristezza”, come racconta l’evangelista Luca, si scorgono poco distante, dietro agli ulivi. La buia volta celeste accentua l’ambientazione notturna, dove risplende dall’alto l’angelo che scende per portare conforto a Gesù. La scena rappresentata è quella del racconto dell’evangelista Luca, di cui vengono riportati, in latino, i versetti più densi di significato: “APPARUIT AUTEM ILLI ANGELUS DE COELO CONFORTANS EUM. ET FACTUS IN AGONIA PROLIXIUS ORABAT. ET FACTUS EST SUDOR EIUS SICUT GUTTAE SANGUINIS DECURRENTIS IN TERRAM” (“Gli apparve allora un angelo dal cielo per confortarlo. Entrato nella lotta, pregava più intensamente, e il suo sudore diventò come gocce di sangue che cadono a terra”, Lc 22, 43-44).

I mosaici delle due absidi laterali sono opera di Mario Barberis. Nonostante la diversità compositiva e artistica rispetto a quello centrale, l’uso della stessa gamma cromatica e l’ambientazione notturna nell’orto degli Ulivi, conferisce all’insieme una buona uniformità.

Nell’abside della navata di sinistra è rappresentato il bacio, descritto da Matteo e Luca, con cui Giuda tradì Gesù: quello era il segno concordato con le guardie e i sommi sacerdoti per identificarlo. Gesù è abbracciato da Giuda al centro della scena, mentre gli apostoli, coronati di aureola, stanno sulla sinistra e le guardie, che si fanno luce con una fiaccola, sulla destra (Mt 26, 30; Lc 22, 48). Lo Stemma dell’Irlanda, che sostenne le spese dell’opera, trova posto in basso a destra.

Nell’abside della navata di destra, il mosaico del Barberis ritrae la scena raccontata nel vangelo di Giovanni, conosciuta come “EGO SUM”, ovvero “Io sono”. E’ la risposta che Gesù diede alle guardie che cercavano il Nazareno, e che le fece indietreggiare e cadere a terra (Gv 18, 6). Gli apostoli, sulla sinistra, sono rappresentati da Pietro, Giacomo e Giovanni, mentre Pietro tiene un pugnale pronto a difendere il suo Signore. Sulla destra le guardie sono concitate e alcune cadute a terra. Al centro, Gesù, tiene le braccia aperte in segno d’accoglienza del suo destino ed è contornato di luce, a sottolineare la potenza della sua parola, che fa cadere a terra le guardie. La Polonia, che si assunse l’onere delle spese, è rappresentata nello stemma in basso a destra.

Il fulcro della Basilica è costituito dalla nuda roccia, lasciata esposta alla venerazione, una pratica comune a molti Luoghi Santi e testimoniata fin dall’antichità. Infatti, sicuramente fin dal XIV secolo, i pellegrini al Getsemani avevano l’usanza di prostrarsi davanti alle “Rocce degli apostoli”, dove si sarebbero addormentati Pietro, Giacomo e Giovanni durante l’agonia di Gesù, e che ancora oggi si trovano all’esterno della Basilica, nella zona retrostante. Ma questo tipo di venerazione doveva già esistere, se, come sembra, in entrambe le chiese, bizantina e crociata, la nuda roccia fu lasciata in vista all’interno dell’edificio, perchè i fedeli potessero toccare quella stessa pietra testimone del sudore di sangue e delle sofferenze di Gesù.

Anche oggi i pellegrini possono inginocchiarsi davanti alla roccia, presso il presbiterio, al di là di una balaustra che imita quelle paleocristiane. La roccia, che dopo quasi un secolo di ossequio inizia a mostrare le tracce della venerazione, è racchiusa in una corona di rovi intrecciati in ferro battuto e argento, alta circa 30 cm, e leggermente inclinata all’interno. L’opera dell’artista Alberto Gerardi è completata da due colombe morenti, realizzate in argento, che decorano gli spigoli, e da tre calici cui si abbeverano due colombe, uno per ogni lato della recinzione: la simbologia dell’opera allude alla Passione di Cristo e al suo martirio.

Da “Escursioni a Gerusalemme e dintorni” di padre Eugenio Alliata.

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